Versos Italian Agostino Paradisi La Visione di Pallade

Italian poem

La Visione di Pallade

by (1736–1783)

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Mentre da l’ali pallide scotea L’umida notte i lievi fogni, e i vani Fra ’l paventato orror dubbj fantasmi; Del Rangonio Imeneo vigile i plausi Io meditava ne’ sudati carmi: Ma la tacente fantasia, discorde Dal buon voler, sul lavor tardo indarno Affaticava il desolato ingegno. Quando improvviso per la chiusa cella Splendor rifulse a me, che la pensosa Anima scosse per le vie del guardo. Volsimi, e quale ne gli sculti marmi Di Policleto, e di Mirone, espressa Pallade vidi ne le note forme. Vidi la Dea: non qual da l’arduo cocchio Con la minaccia, e col terrore al fianco, Esulta fra le stragi, e con le torve

Ciglia dipinte del color de l’ira I costernati eserciti misura. E benchè sovra l’egida pendesse L’angui-crinita Gorgone, e la fronte Velasse de la Diva elmo sublime, Pur lungi dal suo volto era lo sdegno. La destra man l’asta stringea: la manca Serbava il ramo de la pianta amica, Che per lei sorse dal percosso suolo, E colmò di pacifiche speranze L’origin prima de’ nascenti muri. Ella ristette, e per la rosea guancia Divinamente lampeggiò d’un riso, E sul placido labbro a lei suonaro Tai detti allor, che nel fedel pensiero Ricordanza tenace imprime, e serba: O di celeste onor mortal degnato, Onde a te venga, e qual mi sia comprendi. Quella son io, per cui dovea più tardo Scendere al suon de la sentenza iniqua Il lusingato Giudice Troiano. Fra gl’immortali Dei lieta, e superba De la suprema origine paterna, Son figlia a lui, che dal sereno Olimpo Modera il fren de le soggette cose Col sopraciglio, e le radici scuote De l’ima terra col trisulco strale.

Lungo i fonti di Pindo amo le cetre, E co’ britanni numeri l’erranti Vie de’ mondi volubili misuro. Poi con più mite cura a l’arti belle Volgo il sagace indagator pensiero. Io talor chiusa entro l’etnea lorica Tratto il brando tra i forti, e tutta pende Dell’armi la mutabile fortuna Nel favor del mio cenno. Il sanno i campi, Ove fu Troia, e la Nettunia Rocca, Che del serrato triplice recinto Più non serba vestigio in su l’arena. A me cara è la terra. A voi, mortali, Sconosciuta discendo. Atene un giorno Sentì ne’ figli suoi del mio favore Non invano implorata aura felice Destare i Geni de la bella lode Per l’onorate vie d’util fatica. Crebbe per me de la togata gente Su i soggiogati popoli l’impero, E il mio Palladio assicurò la sorte De le mura di Remo, e di Quirino. Ma che non può d’instabili vicende Ferace ognor la lunga età vetusta? Cara or Modena è a me: sovente io poso Sul terren fortunato il cocchio, e l’armi, Di mirar vaga in sul gentil Panaro

Rinati al novo secolo del prisco Tebro, e d’Ilisso i redivivi esempi. Ecco al fulgor de l’Atestina luce Splendono tinti d’oro i dì felici, E il gran Francesco, che le vie degli avi Rapido segna di più belle prove, L’arti a me care in miglior nido accoglie. Ecco eleganti di Corinti fregi Sorgono al cenno suo tetti regali; Su le colonne doriche grandeggia L’augusta pompa di marmoreo foro, Ove fidata in suo poter s’affide Fra i preparati ignivomi tormenti La ragion de la pubblica difesa. Già ne l’informe carrarese marmo Spirano tarda vita i prischi eroi; Già ridon su le tele i bei colori Ne la misura armonica fra ’l vario Di luce, e d’ombre degradar temprati: Onde fra l’opre sue pende natura, E fra il mentito Archetipo confusa. Ma non mai sul Panaro altra mi trasse Cagion più bella, nè giammai più lieta Di Giove il foglio, e la concessa fede Abbandonai de le paterne mense. Quel, che segnato in Adamante eterno, Entro i decreti arcani il ciel volgea,

Raro di questa età splendido evento, Già maturato pel girar degli anni, Or pien di largo adempimento esulta. Il chiaro de’ Rangoni alto lignaggio Che dal buon rivo de la greca fonte Per la continua via limpido scende, E cresce i fasti de l’avita lode, Vivace per la postera memoria Nel miglior germe de’ più tardi figli, Per le conteste in cielo auree catene, E per le faci, che d’eterea luce L’almo figliuol d’Urania avviva, e nutre, Si giunge al sangue, che del Mincio in riva, Col mio favore, e col favor di Marte, Lungo su i campi ocnei tenne l’impero. Io, benchè schiva di quel dardo acerbo, Onde percote i creduli mortali Il mal vantato insultator de’ Numi, Non mai d’amico talamo degnassi Profano ardor di cupido marito, Pur fausta splendo fra le tede illustri, E di Filippo, e di Luigia i voti Reco al trono di Giove, e poi di grata Speme già pieni li ritorno in terra. Io giuro, e l’onda i giuramenti accolga, Che serbatrice de’ superni patti, E riverita da gli Dei, si volve

Fra i lenti solfi de la stigia riva; Giuro, che i tardi secoli più bella Per me vedranno rifiorir la pianta, Che pe’ i germogli de l’annoso tronco Da la caliginosa ombra de’ tempi Signoreggiata da l’obblio tenace, Porta a noi de’ magnanimi Rangoni Il non mai stanco propagato onore. Se a te nascente io non negai la pura Onda, che sgorga da l’aonio sasso Fra l’ombre d’odoriferi mirteti; Se le spirate idee con facil vena Di non ingrato verseggiar pareggi: Tu, che potesti al ricordevol petto Fidar tesoro de le mie parole, Tu le divulga, e ne’ sublimi carmi Fa che ammirato se ne sparga il suono; Suono immortal, che de’ fugaci venti Non sarà sovra l’etra ingrato scherzo, Nè temerà, che nel volubil corso Seco alfin lo travolva entro i letei Gorghi il torrente rapido degli anni. Così fermò la Diva, e a i sacri detti Qui chiuse il labbro. E qual se d’Anfitrite Pe’ i lati campi, fra le nere nubi Adunatrici del mugghiante nembo, Sublime luce folgoreggia, e svela

Al nocchier stanco per la dubbia notte Il vicin lido, e da le amiche mura La sorgente sul porto aerea torre; Poi si dilegua, e torna al primo orrore L’umido cielo per la spenta fiamma: Tale il fulgor de la divina immago S’involò da le attonite pupille.

D’una perla, cui pari in Oriente Fra’ tesori eritrei non mai s’è visto, Fecemi fido Amor far ricco acquisto, Onde tutte mie voglie eran contente.

Ahi morte! impoverito di repente M’hai tu, e al mio dolce ogni tuo assenzio hai misto: Ahi mondo! in un momento e lieto, e tristo: Nate appena le gioje, eccole spente.

Qual fluttua voto a sera, e va ramingo Legno, che pien di merci era il mattino, Tal’io, tutto pur dianzi, or nulla stringo.

Segneranno il mio misero destino, Estatici pensier, viver solingo, Neri panni, umid’occhi, e viso chino. P. Vous, Montecuccoli, l’égal de ce Romain, Vous, sage défenseur de l’Empire et du Rhin, Qui tintes par vos camps en savant capitaine La fortune en suspens entre vous et Turenne, Mes vers oublieroient-ils vos immortels exploits? Ah! Mars, pour les chanter ranimerait ma voix. Venez, jeunes guerriers, admirez la campagne, Où ses marches, ses camps sauvèrent l’Allemagne, Où se montrant toujours dans des postes nouveaux, Il contint les Français, et brava leurs travaux; etc.