Versos Italian Aleardo Aleardi Le città italiane (Lucas)

Italian poem

Le città italiane (Lucas)

by (1812–1878)

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‘ITALIA, Italia, ’ urlarono con cento Lingue diverse e ignote Dalle guerriere oscurità profonde Delle runiche selve, e dalle tetre Dell’Asia borëal steppe remote, Un giorno di spavento Genti camuse dalle chiome bionde: E all’ombra di fatidiche betulle Dai dòlmini cruenti Ispirate lanciâr verbi di foco Druïdiche fanciulle A rovesciar sul designato loco Quelle plebi di cupidi credenti; Perocchè sulla terra itala Dio Rendere allor dovea Una grande giustizia ed aspettata D’una potente Rea Giunta al soverchio delle sue peccata; Arrotâr le bipenni, e sui cavalli Selvatici balzarono que’ torvi Carnefici; e varcâr montagne e valli Dritti ver l’Alpe, col funereo istinto D’un nuvolo di corvi Ch’abbia fiutato un triduano estinto. Ed ella si sedea, la moritura Imperadrice, d’orgie insazïata E imprevidente; e l’ultima libava Stilla del suo falerno In una coppa d’Attica fattura Che le porgea con fina aria di scherno Bellissima una schiava. Ma le fûr sopra quei feroci, e il petto Le piagarono e il fianco, Infin che venne manco, E giacque. La Penisola fatale Si converse in un lungo ordin di tombe Dagli stranier vegliate, e fu divisa La veste dell’uccisa. Ma i rapitor contesero sull’urne Con rabbie diuturne Düellando, e la truce Lancia cognata si vibrâr nel core: E alla corrusca luce Delle cittadi in fiamme, elli di rossa Stroscia rigaron la Romana fossa; Così che più fecondi Per le stragi dei nomadi assassini Riser di méssi i piani Eridanini: E più di pria giocondi V’imporporaste al sangue dei nemici, Tumidi grappi delle mie pendici. Ma sull’Itala tomba il benedetto Patibolo sorgeva Del Nazareno a mallevar che un giorno I sepolti laggiù risorgeranno; E così fu. Rianimato ergeva Dal lungo e infame letto La patria il capo: e si guatò dintorno. Non più scettro; non più schiavi: spariti, E spariti per sempre. Uno spiro novel di libertade Aleggiava pei liti, Per l’erte piazze e per le torte strade Fortificando le virili tempre. Da per tutto di scuri e di martelli Una ressa operosa Mista d’allegro favellío risuona Senza tregua nè posa Delle sue coste per l’immensa zona: È un percoter d’accette entro i pineti Al favor degl’inerti anni cresciuti; Un nuotar di fanciulli irrequïeti, Sfidando i gorghi; un tessere di vele; Un fervere d’irsuti Polsi a temprarsi l’ancora fedele. E in quell’april di civiltà foriere, Sopra l’azzurro delle tre marine, Guizzar si vider, come avesser penne, Navigli a cento a cento, Superbi di domestiche bandiere Che ondoleggiavan nobilmente al vento Sulle libere antenne. Partían gli audaci, e ripetean le rive De’ naviganti il canto E delle donne il pianto. Cotal l’Itala vergine apparía Ringiovanita per la terza volta: Patrizia impareggiabile cadea, E si levò plebea: Discesa imperadrice entro la bara, Risorse marinara Che splendida di maglie Corse l’oceano, come in pria la terra, A commerci, a battaglie; E se lo scettro avito avea perduto, Fe’ del remo uno scettro, e fu temuto. Dall’aquila Latina Sorse un Lïon con l’ale, e il suo ruggito L’Orïente contenne impaurito: Cadde Marte in ruina, E dalla rada ove Colombo nacque Volò san Giorgio a cavalcar sull’acque. Veleggiando venía verso Aquilea Un dì l’Evangelista Cui accompagna il re delle foreste, Quando il nocchiero improvvido dall’ôra, Sospinto in grembo d’una pigra e trista Laguna, si perdea Tra un labirinto d’isolette meste. All’appressarsi del naviglio sacro, Unico abitatore, Volando emerse di colombi un nembo Dal turbato lavacro. Il pio guardò quell’isole dal lembo Della sua poppa lungamente. In core Gli sfolgorò del vaticinio il lampo; E profetò che un giorno Tra quella d’acque squallida vallea In trïonfal ritorno All’avello condotto esser dovea. E come ei tacque, sulle canne apparve Lo spettro d’una chiesa Bizantina Che tremolò per l’etere e disparve; E d’eco in eco per lo tacito arco Dell’Adriaca marina Grido immenso volò: ‘ Viva san Marco! ’ Sì, laggiù, poserai, ma sotto l’ale D’un padiglion di cupole dorate; Laggiù, o celeste, poserai, ma cinto Da selva di lucenti Colonne, e sul tuo portico regale Scintilleranno egregi e impazïenti I destrier di Corinto, Al nome tuo, venturo inno di guerra, Dagli antri funerali I lividi corsali Esulteranno: e dai pugnati campi Prigionieri verran di Palestina A riflettersi mille arabe lune Dentro le tue lagune; E sulle torri dell’infido Greco Un vecchio ardente e cieco Guiderà la vittoria A piantar fra i nemici il tuo vessillo, Logoro dalla gloria. Verranno i re da regïon lontane Le tue belle a sposar repubblicane; E su quella palude D’alighe immonda sorgeran portenti Di templi, di trofei, di monumenti: Da quelle isole nude, Come dal sen di magiche conchiglie, Perle usciranno d’inclite famiglie. E sul primo spuntar dell’alba austera Di queste età novelle, Dai meandri partía de’ suoi canali, Sopra dromóni di natio cipresso, E sulla tolda delle fuste snelle, Venezia mattiniera, Quando ancora dormían le sue rivali. E ver le plaghe della bella aurora, Mercadantessa audace, De’ suoi nobili figli ella volgea La venturosa prora Di tesori indovina. E qual riedea Seco recando dall’Indo ferace I profumati balsami che manda L’olibano che piange, O il cortice del cinnamo riciso Ne’ laureti del Gange; Qual le stoffe träea nel paradiso Della vallea di Casimira inteste, O i persici tappeti, e l’auree lane D’Angora, salvi dalle ree tempeste Dello Ellesponto, ove sovente il flutto Per cupidigie insane Fu triste di cadaveri e di lutto. Esule da Golconda, dove langue D’amor la baiadera, il dïamante Fea Rïalto brillar del suo splendore; E il nitido rubino, Quasi impietrata gocciola di sangue, Rutilando ridea sul crin corvino Delle venete nuore . . . Ma all’età dei magnanimi perigli Successero i riposi Degeneri, i fastosi Palagi, l’ozio, i carnovali e il sonno. — Vòlta anch’ella a Orïente, in quell’istesso Mattin scendea dai pallidi d’ulivi Amalfitani clivi Una gagliarda gioventude: l’arme In sulla spalla; il carme In sulle labbra; l’onda Di fronte immensa, e la baldanza in core. E intanto la profonda Mente scrivea dei padri una prudente Legge che resse la marina gente; E porgeva ai nocchieri, Per governar dei loro alberi il volo, L’ago fedele nell’amor del polo; Perchè nei tempi neri, Quando notturna infuria la procella, Scusasse il raggio dell’occulta stella. E tu scendevi, amazzone dell’Arno, Pisa tremenda e bella, Tu pur scendevi alle marine giostre Balzando in cima alle spumanti prue, Come a selvaggi corridori in sella: E valoroso indarno Fu ’l Saraceno, a cui le olenti chiostre Palermitane fulminavi e i chioschi Delle Alambre azzurrine. L’oro e le merci di rimote arene S’accumulâr ne’ Toschi Stipi: e al tuo nome l’isole Tirrene Servíano, come ninfe ocëanine; E teco le fraterne acque fendea Genova, l’iraconda Nelle cacce del mar säettatrice. Lïonessa dell’onda, Lasciò il teatro della sua pendice, E le terrazze candide, e i giardini Pensili, e i cedri del natio Bisagno, E tra una selva d’ondeggianti pini Volò a ruggir con la rabbia inumana Del sùbito guadagno, Fatta al sultano Bizantin sultana: E poi che d’oro e di fortuna sazi Ebbe i suoi figli, ai popoli largiva Il mondo americano . . . Ahi! scellerate Nipoti di Caïno! Voi che esultaste nei fraterni strazi, Dall’abisso dell’Italo destino Vi maledice il vate. Oh Meloria! Meloria! — Allor che in prima Quel tuo passando vidi Cimitero d’Atridi, Sopra il navil che mi träeva, io piansi Una lagrima amara. Era di notte: Un vel copría di languide tenèbre L’isolotto funèbre: Quando m’apparve sovra il bruno mare Un galleggiar di bare; E quinci un uscir d’ombre A pugnare implacabili, e le spiaggie Di cadaveri ingombre, E il flutto che frangevasi alle arene Mandava un suono come di catene . . . Ma venner, Pisa, i giorni D’espïazione; ed or le capre l’erba Brucano nella tua piazza superba; E fin quando t’adorni Tutta di lumi in festa genïale, Rassomigli a una pompa funerale. Mentre nell’ombra l’ispide contrade Del fëudal straniero Giaceano avvolte, e pochi vïolenti Spartiansi i campi d’un immenso e scarno Vulgo con la ragion del masnadiero, Col dritto delle spade, Col terror dei patiboli, fiorenti Erano di famose arti le folte Città repubblicane, Come sciame d’industri api negli orti Dell’Ausonia raccolte. Ivano ai giuochi delle gaie corti O ai festivi tornei le castellane, Cinte di trina veneta le spalle Eburnee: ivano ai balli, E rifulgean dello stranier le sale Di veneti cristalli. E felice il guerrier, quando mortale Più la mischia ruggía, se di gagliarda Corazza proteggea gli omeri e il petto Temprata sulla incudine lombarda; Chè lui serbava della sposa al caro Bacio e al materno tetto La fedele virtù di quell’acciaro. Patrizie sete e prezïosi panni, Tinti ne’ rai dell’iride, tesori Fruttâro e glorïosi ozi ed orgoglio Alla città del Fiore; Che vide un re degli ultimi Britanni Oro chiedendo al Tosco mercatore Tender la man dal soglio. E uno strepito lieto, un lieto fumo Di fervide fucine, Da valli e da colline Salíano al cielo liberale: e parve Fin ne’ placidi chiostri accompagnata Da l’uniforme suon della gualchiera Più santa la preghiera; E se invitava a tessere la lana Più santa la campana. — Ma facil di codardi Propositi alimento è l’opulenza, Cui più di molli bardi Caro è il vezzo e il vagir che non sul campo L’aspra armonia delle battaglie e il lampo. Il cittadin fiaccato La salvezza fidò dei venerandi Lari al valor di comperati brandi: E dal venal soldato Uscîr le ignavie e ’l tradimento e i roghi Perfidi e il Fato artefice di gioghi. Vittima illustre di perpetui falli, Così da quella estrema Cima scendea la peccatrice e grande Madre degli avi miei novellamente In basso loco. E il vago dïadema Di perle e di coralli Franto cadea. Le nobili ghirlande, Raccolte in dono il dì che venne sposa Alle nozze del mare, Sperdea, misera Ofelia, a fiore a fiore Sulla via dolorosa: E come ilota fu respinta fuore Dal gran convito delle genti avare. Una schiera di vili anni coperti Di luttuoso velo, Cinti di foglie fracide d’alloro, Sotto l’Ausonio cielo Passaron lenti a guisa di mortoro, Ognun recando qualche spenta gloria In silenzio all’avello; e poi che niuna Più ne restava, sin la lor memoria Sommersero nell’onda dell’obblio, E di tanta fortuna Solo rimaser la speranza e Dio! . . . E l’Arcadia trillava. Ahi sciagurati Fantasimi di vati! E quella, in tanto Strazio comun, la dolce ora vi parve Da vaneggiar nei folti Boschi per Clori e Fillide? — Dei fati Scherno crude fu il vostro canto, o stolti Fabbri di vacue larve! E intanto quel gentil popol che corse Marinaro e guerriero Sul gemino emispero Vedilo là, che asciuga al sol la vela, Quasi mantel di povero, sdrucita; E al remo suda inconscio pescadore, E ignoto vive, e muore Ignoto, e posa nell’umíl sagrato Alla sua chiesa allato, Dove appendeva all’are Qualche votiva tavola a Maria . . . Ave, Stella del mare! Pei mille templi che da Chioggia a Noto Ti ergea pregando l’Italo devoto; Per i lumi modesti Ch’ora ei t’accende ai dì della procella Per Raffaël che ti pingea sì bella; Tu sì gentil coi mesti, Fa che la gloria ancor spunti, o Divina, Sui tre orizzonti della mia marina.