Italian poem
Il Messia
by Alexander Pope (1688–1744)
lme Ninfe di Solima sorgete, Sciogliete il canto! A celestiali carmi Angelica si vuol voce del Cielo: Alme Ninfe intuonate! Le muscose Fresche fontane, e l’ombre agresti, e i vani Sogni di Pindo e delle Suore aonie Or non più ne dilettano. Ah tu o Santo Spirto deh vieni, e con la dia favilla Che ad Isaia ’nformò labbro divino Tu incendi ’l petto mio. Ma tosto il Vate Rapito nel futuro ecco prorompe: Concepirà una Vergine, una Vergine Partorirà. Alto germoglia un ramo, La radice d’Iesse alto s’eleva, E di fragranze i sacrosanti fiori Empiono l’äer. Già l’etereo fiato In sulle frondi ecco aleggiando muove: Poggia in vetta la mistica colomba. Ah voi o Cieli dal più puro grembo Il rugiadoso nèttare versate, Ed in dolce silenzio più benigne Pioggie spargete. Il debile e lo ’nfermo La pianta salutifera conforta, Protegge alla tempesta, al caldo adombra. Ratto all’odor de’ fecondati rami Fugge il delitto, caggiono le frodi, Ritorna la giustizia alto librando L’aurea bilance, e già sul vasto mondo Stende la pace il ramuscel d’oliva; Avvolta in bianca veste giù del Cielo Scende innocenza, presti volan gli anni, Ed albeggia l’aurora desïata. Nasci, o fanciullo avventurato, ah nasci! Vedi Natura a te reca ghirlande Educate in soave primavera: Vedi il superbo Libano che estolle Alto la fronte: ve’ su colli aprici Ondeggiar le foreste e muover danza: Ve’ della valle di Saronne alzarsi Nubi folte d’aròmati e d’incensi: Ve’ del Carmelo la fiorita vetta Ir profumando i Cieli. Odi qual voce La solitudin de’ deserti allegra: Preparate la strada, un Dio, un Dio, Un Dio appare. Ed in favella umana E valle, e monte un Dio, un Dio rimbomba, Ed ogni rocca umanamente annunzia L’approssimar di Dio. Dal Cielo inchino La terra letiziando lo riceve. V’ergete o valli, vi bassate o monti, E voi curvando o cedri fate omaggio: Ammollitevi o rupi, e voi o fiumi Le rapid’onde aprite, e date via; Il Salvatore incede! quel da vati Predetto! uditel voi o sordi, o ciechi Miratelo: dal denso vel che cuopre Il visivo raggiar della pupilla Purgherà l’occhio e verseravvi il giorno; E dentro delle chiuse vie del suono Ei grato introdurrà nuovo concento A dilettare il disgombrato orecchio. Il muto scioglierà la lingua al canto, E obbliando lo zoppo il suo sostegno Esulterà qual giovinetta damma Che allegra e sciolta in praticel saltella. Non più sospir, non più lamento o grido Udran le genti, e d’ogni afflitta guancia Il pianto ei tergerà. La morte avvinta Gemerà tra catene d’adamante; Dentro lo ’nferno sentirà Satana L’eternale ferita. E come regge Il pastorello sua lanuta cura, Va le agnelle smarrite rintracciando, E a più dritto sentier le erranti sprona; Le vegghia il dì, le guarda e le difende Dal malo influsso della buja notte; In braccio accoglie il tenero agnellino, Di propria man lo nutre al sen lo scalda, Così del suo Signor la greggia umana L’affetto acquisterà. Padre amoroso Tutti lo avranno i secoli futuri. Ah non più gente a gente opporran l’arme, Non d’odio più scintillerà pupilla, Nè acciar vedrassi balenante in campo, Nè suon di tromba spirerà ne’ petti Guerrier furore; ma le lancie inutili In falci attorte, e in vomer convertite A colti andran le late scimitarre. Alti palagi sorgeranno e templi; Torreggeran vaste Città e Castella; Il figlio compirà l’opre de’ padri, E all’ombra degli aviti suoi vigneti Godrassi al fianco della fida sposa Languir tra dolci amplessi e caldi baci, Mentre scherzando i pargoletti nati A lui ’ntorno faran larga corona Volger vedendo in bella pace gli anni. Buon frutto il villanel di sua semente Corrà, premio abbondante a’ suoi sudori. E con stupor per le pendici sterili Vedrà pampini verdi e bionde spiche; Udrà per le assetate e secche arene Un nuovo mormorar d’acque caggenti; Vedrà gigli e vïole ornar le rocche, E per le valli d’intricati spini Inchiomarsi l’abete e stender rami Il vago bosso, e la fiorita palma, Ed il mirto odorato. L’agnelletta Col lupo scherzerà ne’ pingui paschi; E con laccio di rose il garzoncello A suo talento guiderà la tigre: Il corridore ed il lion superbo A un sol presepio gusteranno il cibo; E la serpe obbliato il suo veleno Irà del pellegrin lambendo il piede; E con man tenerella il fanciullino Del basilisco liscierà la cresta, E ’l bel lucido verde vagheggiando Vezzeggierà la biforcuta lingua. Deh tu sorgi, di raggi incoronata Imperïal Salèm deh sorgi! estolli La torreggiante fronte e leva il guardo! Mira lunga progenie i spazïosi Adornar penetrali de’ tuoi templi: Mira uomini e donne ancor non nati Sorgere in folla domandando vita Desiosi de’ Cieli. Alle tue porte Mira barbare genti a folta a folta Guidate dal fulgor di tua facella Prostrarsi ai santi altar. Mira già mille Di corona real fronti ricinte In tuo cospetto umilemente inchine. Mira gli accesi altar fumanti e colmi D’aromatici odor di primavere Gratissime Sabee. Per te s’infronda L’Idumea valle, e nutre sue fragranze; Per te il monte d’Ofir d’oro s’abbella. Ma già s’apron del Ciel le late porte, E versa sopra te mare di luce. Non più per l’ampio azzurro surto il Sole Indorerà la mattutina aurora; Nè in sulla sera tornerà la Luna A inargentar sue corna: poichè tutto Or si dissolve, e si distempra e perde Nel radiar superno. Sul tuo tempio Rompe fiume di gloria e fiamma viva. Chè è la luce essa stessa che risplende: La luce rivelata: il giorno eterno: Giorno eterno di Dio, il giorno tuo! Disseccheransi i mari, il firmamento In fumo svanirà; cadranno in polve E monti e rocche dissipate e sperse: Ma sol la tua parola, la vitale Possanza che ne ’nforma e ne redime Rimarrà. Rimarranno eterni i Cieli: Starà eterno, o Messia, il regno tuo!