Versos Italian Annibale Caro Venite a l'ombra de' gran gigli d'oro (Lucas)

Italian poem

Venite a l'ombra de' gran gigli d'oro (Lucas)

by (1507–1566)

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VENITE a l’ombra de’ gran gigli d’oro, Care muse, devote a’ miei giacinti; E d’ambo insieme avvinti Tessiam ghirlande a’ nostri idoli, e fregi. E tu, signor, ch’io per mio sole adoro, Perchè non sian da l’altro sole estinti, Del tuo nome dipinti Gli sacra, ond’io lor porga eterni pregi, Chè por degna corona a tanti regi Per me non oso; e indarno altri m’invita Se l’ardire e l’aita Non vien da te. Tu sol m’apri e dispensi Parnaso; e tu mi desta, e tu mi avviva Lo stil, la lingua e i sensi Sì ch’altamente ne ragioni e scriva. Giace, quasi gran conca infra due mari E due monti famosi, Alpe e Pirene, Parte de le più amene D’Europa, e di quant’anco il sol circonda; Di tesori e di popoli e d’altari Ch’al nostro vero nume erge e mantiene, Di prezïose vene, D’arti e d’armi e d’amor madre feconda: Novella Berecinzia, a cui gioconda Cede l’altra il suo carro e i suoi leoni; E sol par che incoroni

Di tutte le sue torri Italia e lei: E dica: ‘ Ite, miei Galli, or Galli interi; Gl’Indi e i Persi e i Caldei Vincete, e fate un sol di tanti imperi. ’ Di questa madre generosa e chiara, Madre ancor essa di celesti eroi, Regnano oggi fra noi D’altri Giovi altri figli ed altre suore, E vie più degni ancor d’incenso e d’ara Che non fur già, vecchio Saturno, i tuoi. Ma ciascun gli onor suoi Ripon nell’umiltate e nel timore Del maggior Dio. Mirate al vincitore D’Augusto invitto, al glorioso Errico, Come di Cristo amico, Con la pietà, con l’onestà, con l’armi, Col sollevar gli oppressi e punir gli empi: Non coi bronzi e coi marmi Si van sacrando i simulacri e i tempi. Mirate, come placido e severo È di sè stesso a sè legge e corona. Vedete Iri e Bellona Come dietro gli vanno, e Temi avanti. Com’ha la ragion seco, e ’l senno e ’l vero, Bella schiera che mai non l’abbandona. Udite, come tuona Sopra de’ Licaoni e de’ Giganti. Guardate quanti n’ha già domi, e quanti Ne percuote, e n’atterra: e con che possa Scuote d’Olimpo e d’Ossa Gli svelti monti e contr’al cielo imposti. O qual fia poi spento Tifeo l’audace, E i folgori deposti;

Quanta il mondo n’avrà letizia e pace! La sua gran Giuno in tanta altezza umile Gode de l’amor suo lieta e sicura; E non è sdegno o cura Che ’l cor le punga o di Calisto o d’Io. Suo merto, e tuo valor, donna gentile, Di nome e d’alma inviolata e pura: E fu nostra ventura, E provvidenza del supremo Dio, Che ’n sì gran regno a sì gran re t’unio: Perchè del suo splendore e del tuo seme Risorgesse la speme De la tua Flora, e de l’Italia tutta: Chè se mai raggio suo ver lei si stende, Benchè serva e distrutta, Ancor salute e libertà n’attende. Vera Minerva, e veramente nata Di Giove stesso e del suo senno, è quella Ch’ora è figlia e sorella Di regi illustri, e ne fia madre e sposa. Vergine, che di gloria incoronata, Quasi lunge dal sol propizia stella, Ti stai d’amor rubella Per dar più luce a questa notte ombrosa. Viva perla, serena e preziosa, Qual ha Febo di te cosa più degna? Per te vive, in te regna, Col tuo sfavilla il suo bel lume tanto, Ch’ogni cor arde; e ’l mio ne sente un foco Tal, che io ne volo e canto Infra i tuoi cigni, e son tarpato e roco. Evvi ancor Cintia, e v’era Endimïone: Coppia, che sì felice oggi sarebbe

Se ’l fior che per lei crebbe, Oimè, non l’era in su l’aprirsi anciso. Ma che, se legge a morte Amor impone? Se spento ha quel che più vivendo avrebbe? Se ’l morir non gl’increbbe Per viver sempre, e non da lei diviso? Quanto poi dolce il core e lieto il viso V’hanno Ciprigne, e dive altre simili? Quanti forti e gentili Che si fan ben oprando al ciel la via? E se pur non son dei, qual altra gente È che più degna sia O di clava o di tirso o di tridente?

Canzon, se la virtù, se i chiari gesti Ne fan celesti, del ciel degne sono L’alme di ch’io ragiono. Tu lor queste di fiori umili offerte Porgi in mia vece; e di’: ‘ Se non son elle D’oro e di gemme inserte, Son di voi stessi, e saran poi di stelle. ’