Italian poem
Però che sia più frutto e più diletto
by Bosone da Gubbio (1300–1400)
Però che sia più frutto e più diletto A quei che si dilettan di sapere Dell’alta Commedìa vero intelletto; Intendo in questi versi proferère Quel che si voglia intender per li nomi Di quei che fan la dritta via vedere Di questo autor, ch’e’ glorïosi nomi Volse cercar e gustar sì vivendo Che sapesse de’ morti tutti i domi. Dico che anni trentacinque avendo L’autor, che son nel mezzo dei sessanta Dai quali in su si vive poi languendo; Stando nel mondo, ove ciascuna pianta Sì di cogitazioni e di rancura L’appetito vagante nostro pianta; Vedea della virtù l’alzante altura, E desïava di salire in cima, Chè discernea già il bel della pianura. E così vôlto innanzi i venne prima Quella leonza che per lo diletto E per la creazion buona si stima, E poi, perchè ’l saver non lassa il petto Ben conducer lo freno, il leon fue La superbia che offusca ogni intelletto. Quella lupa ch’avendo ogn’or vuol piùe Fu l’avarizia che per mantenere Uom la sua facoltà fa giacer giue. Queste fur le tre bestie che ’l volere Gli fecer pervenir d’andare al monte Dove virtù se ne solea sedere. Ma perchè l’alma che si prende al fonte Del nostro battistèo ci dà un lume El qual ci fa le cose di Dio conte, Venne dal lustro del supremo lume Una grazia di fede, che si dice Che ’nfonde l’alma come terra il fiume, E mosse lui colla ragion felice, Per fargli ben conoscer quelle fere; In che ci allegoreggia Beatrice. E la ragion, per cui da lor non père, Descrive per Virgilio, e vuol mostrare Ch’ebbe da’ libri suoi molto sapere. Questi gli mostra come per mal fare Si dee ricever pena, e poi agguaglia La pena al mal come me’ può adequare. E perchè ’l magistero più gli vaglia, La ragion, se ragion si può chiarire, Mostra come la spada infernal taglia: E questo mostra per voler partire Non pur lui da peccato e da far male, Ma farne all’uditor crescer desire; Sicchè ’l buon viver nostro naturale Non erri, e, se pur erra, che si saccia E pentere e doler quanto ci vale. In questo la sentenza par che giaccia Di questa prima parte, che l’Inferno Par che comunemente dir si faccia. Poi la seconda parte del quaterno, Tuttochè la ragione ancor lo mena, Siccome fece per lo foco etemo; Caton lo ’nvia per la gloriosa pena Che purga quegli spirti che pentuti Diventan pria che sia l’ultima cena; E, perchè i lor voler sien bene acuti E liberi di far ciò che lor piace, Vuol ch’uom per libertà vita rifiuti. In questo il nome di quel canto giace, Mostrando come uom dee fuggir lentezza E tardanza d’aver con l’alma pace. Poscia descrive con bella fortezza Di poetrìa, come un’aquila venne Nel pensier suo della divina altezza: E questa è quella grazia che pervenne, Come il divin volere in lui la ’nfonde Che di lei e d’un segno si sovvenne. Ella ci scalda, e non conoscemo onde; Se non che noi rischiara un poco stante Una donna gentil colle sue onde: E questa è quella grazia che è giovante, La qual descrive in nome di Lucia Che i fe colla ragion veder sì avante. Chè ben conobbe come si salìa Su per li gradi della penitenza E come il prete su in essi sedìa; E fa tra essi quella differenza Di color di fortezza e di virtute, Che descrive la chiesa e la credenza. Poi mostra come per aver salute Si vuol tre volte percuoter lo petto Con non voltarsi alle cose vedute; Che per tre modi corre uom nel difetto Di far peccato, o per superba vita, O per aver degli occhi mal diletto, O per aver la carne troppo trita; E quinci vengon li sette peccati, Che fa d’ognun la spada sua ferita. Non vuol avere i vestimenti ornati Lo sacerdote, ma umilemente Oda i difetti che gli son mostrati; E ’n le due chiavi che tenea latente Mostra l’autorità e discrezïone, Che l'una toglie e l’altra ha nella mente. Faccia lo diocesan comparazione Fra prete e prete, e non dia capomanno Se non gli avviene quel di Salomone. Poi vede chiar come pentuti stanno E purgati ciascun del suo mal fare, E per lo suo contrario la pena hanno. Ma, perchè io voglio alquanto dimostrare Una bella figura che vi mette, Ricolgan gli uditori il mio parlare. Perchè ci sien le virtù più dilette E i vizi più ci sieno abominati, Dinanzi al bel purgar ciascun de’ sette Mostra come gli par veder davanti (Qual scolpito, quale udìa, qual vedea, E qual sognando, e qual parea per canti) Molte novelle di cui si sapea Ch’ebber l’ornata eccellenza del mondo, Perchè ’l contrario di quel vizio fea. E questo mette, prima che nel fondo Salga dal grembo, per forza che faccia Correre altrui nell’opera giocondo: Poscia di retro descrive la traccia Di quei che per quel vizio rovinaro, E questo infrena altrui come quel caccia. E perchè Stazio fu fedele e caro, Dice che i libri suoi con la ragione La via d’esto cammin gli dimostraro. In sommità di questo monte pone Quel luogo, ove si crede che Adamo Vivesse e fesse poi l’offensïone. E per lo ben che vien di ramo in ramo, Lodando il luogo, di fuor della riva, Sedeva lamentando alcun richiamo. Poi lì da alto della selva diva, Sol con quell’atto che l’effetto importa, Vede allegra seder la vita attiva. E lì dinanzi dalla prima scorta Fu lasciato egli, perocchè la fede La ragion mostrativa non comporta. Lo fondamento d’essa oggi mai vede: Li sette don dello Spirito Santo Eran quel lume che ’nnanzi procede; E i ventiquattro che facean quel canto I libri della Bibbia erano, quelli Che hanno mo di chiarezza ciascun manto; E i quattro che avieno ali più che uccelli Eran gli Evangelista, che mostrare L’esser di Dio da’ pie fino a’ capelli. Cristo era quel grifon che vedea chiaro, Che menava la Chiesa santa dietro, Chè le sue carni Dio ed uom portaro: E le tre donne che scrive ’l suo metro Eran quelle teologiche perfette Che non si veggion che per divin vetro: L’altre eran quattro cardinai dilette, Che n’andavano a modo di prudenza Ch’è nei tre tempi, come l’autor mette: Li due che medicâr la nostra essenza Fur Paulo e Luca, e gli altri quattro fôro Quei che epistole fare ebber potenza: E ’l vecchio ch’era dietro a tutti loro Pu Moïsè. E così ci descrive E mettene per questo stretto foro. Poi dice appresso perchè mal si vive Per gli pastor di quella navicella, Come l’opere lor furon lascive. E quella volpe di cui ci favella Fu Maometto, che diede un gran crollo Al carro, come conta la novella: Poscia lo impero per aquila pôllo, E scrive come il bell’arbor del mondo Per dare al papa si fece un rampollo. Mette poi Eunoè che mostra il fondo, Per la chiarezza sua, di questa fede; E quinci uscì per gire al ciel rotondo. Quivi la gloria di Dio tutta vede, Come la Teologia lo vi conduce, Per pagamento di quel che si crede. Qui mostra come la luna riluce Fin di sopra Saturno tutt’i cieli, Che ben guardando chiaramente induce. E poi il sito da molti candeli Gli fu mostrato, e poi la somma altezza: Poi della Trinità par che riveli Ciò che se ne può scriver per chiarezza E ciò che lo intelletto ne comprende. E qui fa del suo libro la fermezza. Adunque noti chi lui ben intende. Che speculando queste cose vede: E così tutto il dicer suo si prende, Fortificando la cristiana fede.