Italian poem
Dialogo della salute
by Carlo Michelstaedter (1887–1910)
È il piacere un dio pudico, fugge da chi l’invocò; ai piaceri egli è nemico, fugge da chi lo cercò.
Egli ama quei che non lo invoca, egli ama quei che non lo sa, e dona la sua luce fioca a chi per altra luce va.
Chi lo cerca non lo trova, chi lo trova non lo sa; il suo nome mette a prova questa fiacca umanità.
È il piacere l’iddio pudico ch’ama quello che non lo sa: se lo cerchi se’ già mendico, t’ha già vinto l’oscurità.
Nè bene alcuno ci vien dal sapere se la salute veneranda manchi. Poichè senza il piacer qual più ci alletta vita mortal o qual poter sovrano, senza cui più non è degna d’invidia pur la vita d’un dio?
Quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto, sia! del doman non v’è certezza.
purchè alla mia pupilla questa luce che pur guarda la tenebra si spenga, e più non sappia questo ch’ora soffro vano tormento senza via nè speme, tu mi sei cara mille volte, o morte, che il sonno verserai senza risveglio su quest’occhio che sa di non vedere, sì che l’oscurità per me sia spenta.
Niente da aspettare niente da temere niente chiedere — e tutto dare non andare ma permanere. Non c’è premio — non c’è posa. La vita tutta una dura cosa.