Italian poem
Rosa fresca aulentissima (Lucas)
by Cielo d'Alcamo (1300–1300)
ROSA fresca aulentissima, C’appari in ver la state, Le donne ti disiano, Pulzelle e maritate: Traemi d’este focora, Se t’este a bolontate; Perchè non aio abentu notte e dia Pensando pur di voi, Madonna mia.
— Se di meve trabágliti, Follia lo ti fa fare. Lo mar potresti arrompere Avanti e asemenare, L’abere d’esto secolo Tutto quanto assembrare: Avere me non potería esto monno: Avanti li cavelli m’aritonno.
— Se li cavelli artonniti Avanti foss’ io morto; Ca i’ sì mi perderia Lo solazzo e diporto. Quando ci passo e veioti, Rosa fresca de l’orto, Bono conforto donimi tutt’ore; Poniamo che s’aiunga il nostro amore.
— Ch’el nostro amore aiungasi Non boglio m’attalenti. Se ci ti trova patremo Cogli altri miei parenti, Guarda non t’aricolgano Questi forti corenti. Como ti seppe bona la venuta, Consiglio che ti guardi a la partuta.
— Se i tuoi parenti trovanmi, E che mi pozon fari? Una difesa mettoci Di dumilia agostari; Non mi tocarà patreto Per quanto avere ha’ in Bari. Viva lo ’mperadore, graz’a Deo Intendi, bella, questo ti dico eo.
— Tu me non lasci vivere Nè sera nè matino: Donna mi son di perperi, D’auro massa amotino. Se tanto aver donassimi Quanto a lo Saladino, E per aiunta quant’a lo Soldano, Tocare me non poteria la mano.
— Molte sono le femine Ch’anno dura la testa, E l’uomo con parabole Le dimina e ammodesta; Tanto intorno percacciale Finchè l’a in sua podesta. Femina d’omo non si può tenere: Guardati, bella, pur di ripentere.
— Ch’eo me ne pentesse? Davanti foss’io ancisa, Ch’a nulla bona femina Per me fosse riprisa. Er sera ci passasti, Correnno alla distisa: A questi ti riposa, canzoneri: Le tue parole a me non piaccion gueri.
— Quante sono le sciantora Che m’ai mise allo core! E solo pur pensandoci La dia quanno vo fore! Femina d’esto secolo Non amai tanto ancore Quant’amo te, rosa invidiata; Ben credo che mi fosti distinata.
— Se distinata fosseti, Caderia dell’altezze; Chè male messe forano In te le mie bellezze. Se tutto adivenissemi, Tagliaràmi le trezze, E con suore m’arrenno a una magione Avanti che m’artocchin le persone.
— Se tu con suore arrenditi, Donna col vise aero, Allo mostero vennoci E rennomi con freri. Per tanta prova vencerti Faràlo volontieri: Con teco stao la sera e lo maitino: Besogne ch’io ti tenga al meo dimino.
— Oimè, tapina misera, Com’ao reo destinato! Geso Cristo l’altissimo Del toto m’è airato, Concepistimi a abattere Un omo blestiemato. Cierca la terra, ch’este granne assai, Chiù bella donna di me troverai.
— Ciercat’aio Calabria, Toscana e Lombardia, Puglia, Constantinopoli, Gienoa, Pisa, Sorìa, La Magna e Babilonia, E tutta Barberìa: Donna non trovai tanto cortese, Per dea sovrana di mene te presi.
— Poi tanto trabagliastiti Fàcioti meo pregheri: Che tu vadi, adomandimi A mia mare e a mon peri, Se dare mi ti degnano Menami allo mosteri, E sposami davanti dala iente, E poi farò lo tuo comannamente.