Italian poem
La Rassegna di Novara
by Costantino Nigra (1828–1907)
La vigilia dei Morti, a mezzanotte, La muta cripta di Superga, ogni anno, Si popola d'armate ombre guerriere Per breve ora risorte. Al noto squillo Delle trombe di Gòito redivive Si scoperchia l'avello, ove d'Oporto Reduce dorme, scheletro gigante, Il vecchio Re. Dall'arca immane ei sorge Lento, appoggiato sulla lunga spada. Suonan per la navata erma gli sproni Al misurar dei passi. A lui dintorno S'affollan densi i capitani uccisi Nelle patrie battaglie. I palafreni Di funebri nitriti empion la vôlta. Salito in groppa al candido destriere, Fedel compagno delle guerre antiche, Cavalca il Re per val di Po. Discende Simile al nembo il pallido fantasma Dai Torinesi colli alle pianure Di Vercelli, di Sesia e di Novara, E là si pianta immobile sul vallo Già testimonio d'infelici pugne Ed or ritrovo a lugubre rassegna Dei caduti guerrieri. Anima eterna Del mio paese! A me nell'arso fianco Il tuo possente anelito trasfondi. Fammi udir dalle schiuse sepolture La tua gran voce; e tu m'ispira il verso Che fa santa la tomba, ed immortale Il lauro ai forti per la patria estinti. Calma, severa, tacita, compatta, Ferma in arcione, gravemente incede La prima squadra, e dietro al Re s’accampa In chiuse file. Pendono alle selle, Lungo le staffe nitide, le canne Delle temute carabine. Al lume Delle stelle lampeggian le sguainate Sciabole. Brillan di sanguigne tinte I purpurei pennacchi, erti ed immoti Come bosco di pioppe irrigidito. Del Re custodi e della legge, schiavi Sol del dover, usi obbedir tacendo E tacendo morir, terror de’ rei, Modesti ignoti eroi, vittime oscure E grandi, anime salde in salde membra, Mostran nei volti austeri, nei securi Occhi, nei larghi lacerati petti, Fiera, indomata la virtù latina. Risonate, tamburi; salutate, Aste e vessilli. Onore, onore ai prodi Carabinieri! Rapida trascorre, Quasi muta di veltri alla foresta, Avida, ardente, la colonna invitta Dei bruni bersaglieri, orgoglio e speme Dell’Italia novella. Ondeggian nere Le penne sugli svelti òmeri. In pugno Brandiscon l’infallibile moschetto, Spavento al cuor delle Morave spose. Alto in mano l’acciar, la sua precede Glorïosa coorte il capitano Che spirò la gagliarda anima ai campi Della Tauride infesti. E come ai giorni Delle battaglie, al fulminato ponte Chiama i giovani eroi, sangue eruttando Grida e terror dalla squarciata gola. Agili al corso, aspri alla lotta, adusti Le maschie fronti all’isolano sole, Seguono i sardi cacciator. Giganti Gl’incalzano alle terga i granatieri Del re. Torreggian sugli erculei colli Le sudate cervici tutte chiuse Nell’ispide di peli ardue barbute. Ecco Savoia, de’ suoi fasti altera, E de’ suoi Duchi. Ma in silenzio e cupe Passan le schiere, chè le punge in cuore Dei divisi fratelli il desiderio. Dinanzi al re s'inchinano dei quattro Reggimenti le lacere bandiere, Reliquie illustri di ben cento pugne. Onor del campo, eletto fiore e nerbo Dell’esercito, or giungono le bande Del mio Piemonte e della vecchia Aosta, I veterani dell’argentea croce E quei che mandan difensor dell’Alpi Dalle sponde di Gesso e della Dora Cuneo fedele e la turrita Ivrea. Gli otto pennoni esultano nei raggi Dei tre color; come iridate nubi Spinte dal soffio di procella estiva, Fiammeggiano pel buio aere coruschi. Date, o trombe, il saluto ai valorosi; Tonate, o bronzi! Nei forati lombi Dei soldati di Gòito e di Novara Rivisse intatta la virtù dei prischi Battaglioni d’Assietta e di Torino. Date, o trombe, il saluto ai valorosi! Pari in forza ed ardir, s’avanzan fitti I bellicosi fanti Monferrini, Quanti inviâr dalle pampinee falde Casal, Voghera, ed Alessandria, e Novi Ricca di gelsi, e la petrosa Bobbio, Acqui fumante di sulfurea vampa, Ed Alba, e la ferace Asti, e Tortona. Spuntan le nere compagnie montane Di Pinerolo, e dei Valdesi suoi, Dei patrj gioghi e della fè degli avi Acri custodi. Gli oliveti e i cedri Lasciaron questi alle marine prode, Ai drappelli fraterni li congiunse Genoa superba, e Chiavari, e San Remo Ch' educa, premio al vincitor, le palme, E Albenga, amor dell'odoroso arancio, E Spezia, ai naviganti ospite sede, E di vele e d'antenne irta Savona. Varia d'ordini e d'arme e di divise Posa in disparte, in fiero atto, una schiera Taciturna. Ma freme entro gli audaci Liberi petti amor di patria antico. Dovunque il ferro si snudò nel nome Sacro d'Italia accorser gli animosi Dalle mille città, lieti esponendo Al reo capestro, alla mannaja, al crudo Piombo omicida le devote teste. Tutti del sangue lor son caldi i solchi Della fatal Penisola, e feconda Germogliò dalle infrante ossa disperse La rinnovata libertà. Sorgete, Martiri di Spilberga, intemerati Difensor di Venezia, illustri e care Ombre di Curtatone, vincitori Di Marsala e di Capua, e voi trafitti Per le vie di Milano, e voi caduti Sotto le mura dell'eterna Roma. Non vi dolga, implacate alme sdegnose, Piegar le vostre alle onorate insegne Dei nostri Re. Sono d'Italia insegne. Uno è il vessil dall' ultim'Alpe all'Etna. Odo l'unghie ferrate, odo i nitriti, Veggo nembi di polve e selve d'aste. Dei concitati alipedi le nari Splendon di sangue; schizzano le fiamme Dall'arse gole, e come onda in tempesta Fuman di spuma le fuggenti groppe. Galoppan primi i cavalier Nizzardi Curvi sul collo all'agili polledre Sui margini del Varo esercitate. Li seguon dei crestati elmi coperti Di Piemonte Reale i poderosi Baldi squadroni. Il nobile stendardo Guida i valenti che lasciâr le rive Di Tanaro e di Stura, e i piani e i poggi Di Mondovì, di Susa e di Saluzzo, Di Chieri e dell'armigera Torino. Dalle Valli dell'Arco e dell'Isero Venner, d'anca robusta e d'unghia soda, I tarchiati destrier, sangue Normanno, Cresciuti lungo il Rodano, e li monta Della Sabauda gioventù la scelta. Benché nati sul mar, premono il dorso Dei criniti leardi d'Appennino I condottieri della quarta squadra Che da Genova ha nome. A lor dappresso Di Novara i lancier spingono all'urto Dei quadrati manipoli e dei valli I generosi corridor che bagna Ne' suoi lavacri il limpido Verbano, I nutriti alle fresche erbose coste Di Biella industre e ai Vercellesi prati. Quei che pascon dell'Ossola le biade, E quei che l'acqua del Ticin disseta. Colle picche abbassate ora si slanciano. Sonanti al par di scatenato turbine. Gli squadroni d'Aosta impetuosi. Come d'alto piombanti aquile, i foschi Cavalcator divorano la via Tra fumo e polve. Volano impennati I sauri avvezzi a valicar le arene Del rapid'Orco e della Baltea Dora. Volan le grigie indocili cavalle Che cacciò contro alle nemiche punte Dai sette laghi e dagli alpini paschi E dai cento castelli il Canavese. Chiudon le Guide, in bianche mostre, e i destri Cavalleggieri, dell'equestre massa La lunga fila galoppante. All'oste Sui bai Furlani e sui Pisan morelli Li mandaron Toscana e Lombardia. Ma non tornar. Chè ai cavalier gentili Ruppero il cuor le Tirolesi palle. E or vengon sanguinose ombre a rassegna. Scossa è la terra al rotear dei carri E dei cannoni, dalle larghe bocche Accostumati a vomitar la morte. Un orrendo fragor d'arme e d'arnesi, Di nitriti, di scalpiti, di ruote Stridenti, s'alza al trapassar veloce Delle pesanti batterie. Superbi Di tranquillo valor, dall'alte selle Reggon gli affusti ed i fulminei bronzi I cannonieri dall'equina chioma Per le spalle agitata. Ad essi impera Sopra tutti fortissimo guerriero, Di forme insigne e d'ardimento, il Duca Di Genova. Il rapì fato immaturo Mentre ei già si vedea militi e navi Densar sui liti del remoto Eusino. Mesto cavalca il giovinetto eroe. Gemendo in cuor che in van cercato egli abbia Morte più bella a Stáffalo od a Volta O di Peschiera agli espugnati spaldi Sotto il guardo paterno. Al Re profonda Stringe il seno pietà, delle sue case Or qui mirando il più bel fior reciso Anzi tempo; e una lagrima segreta Lentamente nel fisso occhio gli trema. Ma già si pinge il Veneto Oriente Nei tenui albori della fredda aurora; S'impallidan le rare occidue stelle Fra le nuvole erranti. A poco a poco Si spolpano cavalli e cavalieri, E all'incerto crepuscolo confusi Van balenando in bianche righe i nudi Scheletri. Ancor palleggiano le lancio Le scarne dèstre e librano i fucili. Premon gli acuti femori le vuote Equine coste; e sotto ai radïanti Elmi s'infoscan le scavate occhiaje. Insolito clangor metton le tube Imboccate dall'aride Mascelle, Come squillo d'Arcangelo. Col brando L'ombra regal dà l' ultimo saluto Alle spente falangi e si dilegua Nei primi raggi del nascente sole.