Italian poem
Bare
by Domenico Milelli (1841–1905)
Nè le lacrime a' materni occhi espresse dagli affanni, nè i di nudi ad uno ad uno noverati in sedici anni
rallentar della maligna sorte gli odii un'ora sola, colpa il pianto in sulle ciglia e sul labbro la parola.
Quante volte, al poveretto gramo desco il pan mancando, scarso un obolo ci corse per le vie limosinando:
Quante volte irrigidito dal fatal verno inclemente alle lacere si chiese coltri il sonno inutilmente,
mentre tu, madre, tremando della vita de'tuoi figli t'affannavi a consolarli di amorevoli consigli.
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Alle fosse avide intanto spalancate in cimitero preparava il pasto infame il bisogno orrido e nero;
e di Lidia macerando pria le fibre delicate alla triste iliade schiuse le miserrime giornate.
Su quel volto a poco a poco come più si fea nel core vivo il senso della vita si effondea letal pallore.
Della luce azzurra il raggio nei sereni occhi languia il sospiro era un lamento, il sorriso un'elegìa.
Triste larva, ella passava come nebula d'incenso della sua dolente casa pel deserto arido, immenso;
finchè un dì, dalla implacata tosse infranto il giovin petto le sue diè, povera martire, membra bianche al cataletto.
E la madre come pazza : — Dio s'è ver che tu ci sei, Dio perchè questo supplizio? Che ti han fatto i figli miei? -
E, qual ramo a giovin faggio, dalla grandine strappato, l'esil corpo dalle pustole del vaiuolo difformato,
dall'attigua, invan pregando, sua stanzetta, intanto aita, Lelio il fior vedea perire della sua giovine vita.
— Oh! levatemi da questo di carboni orrido letto, piombo fuso ho nelle vene, ho l'inferno entro nel petto,
per pietà da quest'incendio che mi brucia e mi divora chi mi salva? O madre, aiutami, per pietà non far ch'io mora! —
E il funesto estremo rantolo afferrandolo alla gola, gli togliea tra le sue spire rabbiose la parola.
Così giacque e gli luceva nella immobile pupilla come gocciola gelata del dolor l'ultima stilla.
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E soffiando umido il vento dell'autunno le penose grigie nebbie dell'ottobre avvolgea tutte le cose.
E te pur, chiusa ne'loro scuri e tetri abbracciamenti te, di pace ultima aurora tolser, Lina, a'tuoi parenti.
Fur trent'ore di martirio per te lunghe interminate; trenta secoli d'anelito per quell'anime affannate.
Finchè — madre, ahimè! — dicesti: — Muoio! — e tacque la tua voce strangolata dal difterico uccisor spasimo atroce.
E la madre il macro e livido corpicin forte abbracciando, nei tuoi spenti occhi i suoi freddi impietrati occhi fissando :
— Tu — gridò : — Morta tu pure, Lina, o santo angelo mio; Ah! Tu sei padre d'infamia, non d'amor, perfido Dio! —
(Bare, da Kokodè).