Italian poem
Sì, spenta hai pure la tua sete ardente
by Ercole Maria Zanotti (1684–1763)
Sì, spenta hai pure la tua sete ardente Del divin sangue, e tra bestemmie ed onte Spirò pure il tuo Dio, cruda Síonne! Lo veggio; ecco la pia Madre dolente, Ecco le afflitte e lagrimose Donne Dietro alle turbe rie scender dal monte. Dimmi come sei paga e come allegra: Dopo l’orrendo scempio, O se qualche timor freddo ti stringe? Al minacciato Tempio Rotto è il velo, il Suol trema, e ’l Sol di negra Benda il volto si cinge. Come pensando all’avvenir t’acqueti? Forse parlaro al vento i tuoi Profeti? Ben sovvenir ti dee quando pensosi Piangean sulle tue estreme alte ruine Dallo spirto divin commossi e accesi Che lor venìan davanti i tuoi dogliosi Giorni, e vedean tuoi muri a terra stesi, E dell’empia Giudea l’acerbo fine. Trema Gerusalem, trema e sospira: I dì dei tristi auguri, E dell’estintatua possanza or sono, Misera!, già maturi. Già il gran Dio d’Israel dà mano all’ira, Nè v’ha scampo o perdono: E questo altro fia ben, che in sulla riva Del barbarico Eufrate andar cattiva. Quando vedrai su tuoi bei colli al vento Ondeggiar le dipinte Aquile, e intorno Ingombrato il Giordan d’armi e destrieri, E ’l feroce Latin pien d’ardimento Fartisi incontro, e da i, crudi atti e fieri Spirar vendetta e dura morte e scorno: Dì, quale avrai difesa, ingrata e rea Donna allor? qual riparo? Ove i Duci? ove quei dal suo corso Rapido il Sol fermaro, Mentre Israele gli Amorrei rompea? U’ qnelli, al cui soccorso Obbediente il Mare in duo s’aperse, E l’empio Campo, e Faraon sommerse? Ahi ch’ogni speme è vana; e invan procura Aita da suo’ ingegni infermi e lassi Chiunque ha Diò dalla contraria parte! Cadran infin dopo ostinata e dura Guerra l’alte due moli, e in ogni parte Confonderan tue vie dirupi, e sassi, cui scorrendo andran di pianto sparsi I vecchj Sacerdoti, E le fanciulle pallide tremanti, Cercando ove offrir voti, Che ’l gran tempio e l’altar fian guasti ed arsi; E tu starai di tanti Popoli quasi vedova reina Sola sedendo sulla tua ruina. Questa fia la mercè dell’empia voglia, Quando il suo sangue sù te stessa, e sopra I figlj tuoi, gridando alto, chiedesti. Ma, lassa! a te quali di tristezza e doglia Cagion mai porse, onde tu poi movesti La mano ardita all’esecrabil’opra Egli pur fu, che ti sottrasse illesa Al servil grego indegno; Egli che quanti al mar desti le spalle Ti fu scorta e sostegno Or con colonna alta di fuoco accesa Segnando il dritto calle, Or per ristoro alla tua sete aprendo A un monte il fianco, ed or manna piovendo. Perchè, forse perchè gli alti e superbi Re Cananei percosse, e ’l fiero Egitto, E ’l gran reale scettro in man ti porse. Crudell, per questo di lui tanti acerbi “ Strazj facesti, e perciò solo hai forse Quel sacro corpo a un vil legno confitto? Ah di buon seme troppo amaro frutto! Ma l’eterna vendetta Non per tardar terribil meno scende. So ben io qual t’aspetta Tempo, e s’allor n’andrai col ciglio asciutto, E tra quali auree bende, E in qual diadema involta avrai la chioma Misera serva lacerata e doma. Colà sul Tebro di veder già parmi Grand’archi al Vincitor superbo alzati Di sue vittorie impressi, e de’ tuoi danni, E le future genti in su quei marmi Ir rammentando i tuoi gravosi affanni, E dir: tale han da Dio mercè gl’Ingrati: Colei, che tanti al fianco ha laccj attorti, Ella è Sion: son queste Vittime, che pascean lungo il Giordano: Ecco l’armi funeste, Cui Dio commise il vendicar suoi torti, E poco indi lontano Segnare a dito chi s’incurva e inarca, Sul tergo avendo il candelabro e l’arca. Canzon, sebbene incolta e rozza sei, Di biasmo in vece troverai pietate, E avrai, mentre tu piagni, E illustri Donne e Cavalieri egregi Nel tuo dolor compagni. Ben sa la gente amica di onestate, Che gli ornamenti e i fregj Non si confanno, e i capei colti ad una Vergine lagrimosa in veste bruna.