Italian poem
Ippolito Nievo
by Erminia Fuà Fusinato (1834–1876)
Alla nova funesta indarno il core Si ribella gemendo! Ogni speranza Dilegua innanzi al pauroso vero Dei compiuti destini. — È morto, è morto Agli umani dolori, ai gaudi umani, Ei che tanti educava incliti sensi Entro il petto magnanimo. Lo spirto Tornò rapido al cielo, e il mar ci niega Perfin la salma che vestì — perfino Sul cener suo pregar n’è tolto, come Dato è pregar sovra ogni estinto!... Or solo Di Lui ne resta il nome e il canto... Oh il canto! Che non poss’io disciorne un che all’altezza Tocchi di quella mente?... Io vedrei lieta Languir dopo la mesta opra lo scarso Ingegno mio, sol che non fosse impàri All’arduo incarco che il dolor gl’impone. Ma qual su tela alcuna, alcun pennello Non seppe nè saprà ritrar la furia Dell’uragan, così l’arte dei carmi
Tutta non può significar l’ambascia Che l’abbandon d’eletta alma c’ispira.
II.
Egli fu tal, che al disperato pianto De’ suoi cari dovria mescersi il lutto D’Italia intera. D’infecondo amore, O patria, Ei non t’amò, ma dai prim’anni Dispettando il servaggio abbominoso, Libero il carme ti rivolse, e come Nel fior celasi il frutto, ivi era il germe Del poema di Spartaco.— Ed insieme Alla penna ispirata a te sacrava, Cara patria, un acciar, quando a tre lustri, Del Tirreno alle sponde (ove lo trasse Necessità d’eluder la schernita Vigilanza straniera) apprender seppe Al tedesco invasor, quanto è gagliardo D’un giovanetto il braccio, allor che il guida Amor di libertà.
III.
Qual lungo tratto Di terre e tempo col pensier trasvolo!... Uomo or s’è fatto il garzoncello; ha fama Dì poeta e d’eroe; forse gli appresta Doppio Italia un allôr, come d’Alceo E di Körner al crine un dì lo cinsero Grecia e Lamagna. Ed Ei la santa ed ardua Via seguitando, allor che al più famoso Italo condottier spontanea accorse
La gioventù fremente, anima e braccio Consacrò a quell’invitto, e alla conquista Trasse con Lui delle Comensi vette. Ed Ei che legge per virtù d’amore De’ suoi fidi il pensier, più assai che duce Gli fu amico e fratello, e d’ogni ardito Divisamento a consiglier lo elesse. Con quai tinte veraci e quanto affetto Il fervido cantore allor ne pinse L’amato Capitano, e i lieti Amori Garibaldini! Entro quei versi spira Sacro un alito ancor, che le speranze Italiche ravviva!...
IV.
Han vinto! È nostro L’ampio suolo lombardo. — Oh, ma non tutta Ancor libera è Italia, e ancor non posa Il Leon di Varese! All’armi, all’armi! A Marsala, o animosi!... — E Mille prodi A quel grido han risposto, e fur bastanti All’impresa titanica! — Fra i primi Del bel numero Egli era, e disfidando Novi stenti e perigli, ivi mieteva Novi e splendidi allori. — Ei che le gesta Dei compagni cantò, perchè ne tacque Le glorïose sue?... Modesta, ahi! troppo Fu quell'anima eletta, e molta parte Di sua luce ne ascose. — Eppur la fama A noi narrava come un dì, sul colle Ch’ebbe nome dal pianto, Ei del suo petto Fece al duce immortal valido usbergo Contro il ferro nemico.
Ahi! che gli valse Da sì fieri cimenti a’ suoi diletti Più diletto tornar, se l’attendeva Pronta, imprevista, orrida morte?... Oh! amara Ironia del destin, di quel destino Che al primo carme e alle parole estreme Che ci restan di Lui, volle argomento Il mare, il mar che (perfido ricambio A tanto amore!) nell’infido grembo Gli dischiuse la tomba!... Oh come innanzi All’evento funesto il cor si stringe Di dolorosa maraviglia!... Eguale Maraviglia m’assalse il dì che sovra L’estremo foglio del volume estremo Ch’Ei pubblicò, leggea, siccome tema Di ventura Canzon, queste parole: «Partenza per Sicilia» indi interrotti Punti, e alla fin quel punto che domanda Una risposta all’avvenire... e l’ebbe! Era caso o presagio?... A noi risponda Quei ch’intese perchè sul breve libro Dal gran Côrso vergato, a rammentargli Nomi d’isole e scogli, ultimo il nome Di Sant’Elena è scritto!...
Un sentimento Dolce insieme e crudel, nel dì del lutto Bramosamente a ricercar ne astringe Ogni gioia perduta, onde più cara Ci torni al cor la voluttà del pianto. Così da tanta ambascia anch’io rivolo Ad altri tempi, ad altri luoghi. — I giorni
Concordemente m’abbellian d’un riso L’amore e l’amistà, chè tu volevi, O Arnaldo mio; la nostra nuzïale. Festa compir, traendomi ove spira. Più presso al Cielo, aura più pura. Ai monti Del Friuli ridente, e all’ospitali Case dei Nievo noi movemmo. Lieto Ippolito n’accolse, ed ai fratelli D’incontro ne guidò, come due novi E diletti fratelli. Oh! forse ancora Il vetusto Castel di Colloredo Rammenta il conversar di quel giocondo Stuolo d’amici, e gli agguati innocenti Apparecchiati a festeggiar l’arrivo Di caro ospite atteso, e quell’assidua Mite allegria, che si pascea di giuochi Quasi infantili, perchè impressa d’una Quasi infantile ingenuità. — Che ameni Pellegrinaggi si compîr per valli E colline ridenti, ove, con gli occhi Volti al levarsi od al cader del sole, Talor muti posammo, e in fondo al core Ne fremea l’agitata onda del verso. Anco il sole in quei giorni, e l’erbe e i fiori, Il riso delle stelle, il volo e il canto Degli augelletti, e n’appariva tutto Lassù più bello!... Ed Ei talvolta, arguto E sapïente interprete, godea Le pie tradizïoni e le leggende Strane narrarci, da mille anni e mille Ivi serbate dalla facil fede
Dei semplici pastor. — Ma la mestizia (Del ver presaga!) che turbò il commiato Ultimo nostro, con la speme indarno Volemmo dissipar d’altri convegni Pel prossimo avvenire. — O illusi, è questo L’avvenir che l’improvvido desio Ciecamente affrettò! ma il fido amico Se pur ci attende, ahi! non ci attende in terra.
Il supremo dolore e la suprema Gioia mortal, con un sorriso ed una Lagrima s’appalesano, che nome Non han qui nè riscontro. È quel sorriso Primo che volge al suo novello nato La madre giovanetta; è quella stilla, Unica, muta, disperata, ch’Ella Sparge sulla sua morte. — E Tu, cui madre Ippolito nomava, oh! tu ben sai Se verace è il mio dir! La lunga istoria Nessun mi disse degli affanni tuoi; Pur, guardando i miei figli, io l’indovino. Di tre vispi garzoni, e d’una bella Pargoletta, il Signor ribenedia Il marital tuo nodo; e tu nei figli Lieta vivevi, e in quell’affetto, in quelle Cure assidue, infinite, era il tuo mondo, Il cielo tuo. Sovente inebriata Dei loro baci, tu sclamavi: «Oh sempre Serbar fanciulli io vi potessi! E quale Qual’altra età sì brevi l’ansie, e tante Gioie materne mi può dar?... Dal primo Palpito vostro all’ultimo pensiero
Della mente irrequeta, un giorno adulti, Mi direte la fonte?... E a me sia dato Con un bacio appagar, con un accento Sempre il vostro desir?... Vegliarvi sempre Così mi sarà dato?...» — E ratto giunse Il dì caro e fatale in cui la figlia Ti tolse Amore, e i tre garzon ti chiese La salute d’Italia. Un solo istante Non esitavi, e te obliando, all’arduo Dover tuo t’immolasti. E poi che il serto Nuziale ad Elisa, ai figli il brando Di tua mano cingesti, e tutti e quattro Per vie diverse si partîr, dal petto Sciogliendo una repressa onda di pianto, «Dammi (pregasti a Dio), dammi che tutti Reduci li rivegga, o almeno io prima Nella fossa discenda!» — Indarno! il Dio Ch’esaudirti si piacque allor che ingegno Tanto, e tanta virtù gli addomandasti Per quei diletti, non accolse il novo Tuo prego, o derelitta, e nella parte Più cara delle tue viscere aperse Insanabil ferita. — Eri tu conscia Del futuro destin, quando di gioia Ebbra e d’amor, dicevi ai figli: «Oh sempre Serbar fanciulli io vi potessi?...»
E un’altra Misera donna io so, che al suo morire Pianse così, come le fosse morta Ogni speme con Lui. — S’ella mai legga Queste pagine meste, oh! non la prenda
Nessun timor che il suo pudico arcano Al mondo io sveli. La dimora, il nome, E ignoro fin l’aspetto suo. — Quel breve Raggio d’amor, ch’Ei m’additò, simìle Parvemi al raggio di stella cadente, Ch’onde venga e si volga è ignoto, e ognuno Segue con disïoso occhio quel ratto Apparire e sparir, poscia rimane Più mesto che non era...
E noi nel mondo Dunque mai più nol rivedremo! È triste Ben triste tal pensier, pur non è il solo Che per esso m’affanna. Infin che l’aure Vitali Egli spirava, un mutuo senso D’intima ritrosia dirgli mi tolse Che il forte ingegno suo compresi, come Forse compreso anco nessun l’avea. Ma dacchè morte col freddo suggello Vieta che giunga a quell’amato capo La voce nostra, quei repressi accenti Sì mi pesan sul cor, che alfin prorompe Fatto più santo sul mio labbro il vero. Sì! vidi impressa in quella vasta fronte Del Genio crëator l’orma raggiante. La vita, ahi! gli fallì, prima che intero Altrui si rivelasse, e i mille fiori Di poesia che rivestîr di gloria Sì precoce il suo nome, eran promessa D’innumeri e stupende opre, che il germe Fecondatore in quella infatigata Mente avean posto. Arte e scïenza aperti
Molti gli avean splendidi calli, e spinto Da foga giovanile, Ei discorreva Da questo a quel, ma inesplorato forse Quell’un rimase, che immortai n’avrebbe Fatto il bel nome!...
Ippolito, perdona! Il volume sublime erami ignoto, Ove del core le battaglie e gli estri Divini del pensier depositasti. Qual saluto e conforto a noi disceso Per tua pietà da più giocondi cieli, Queste pagine accolsi, e poi che in esse Molta luce del tuo fervido ingegno Trovai riflessa, Ippolito, perdona! Meno anche acerba m’apparì la morte Che immatura ti colse. E a qual poteva Monumento miglior raccomandarsi Il tuo nome diletto? Oh dì, fu il voto Ultimo tuo, ch’ove negasse il fato Che la patria redenta un giorno solo Contemplar non dovessi, almen nel giorno Della sua libertà pòrto le fosse Questo dono supremo? — Ecco si compie Il desio generoso, e in ogni parte Della bella contrada, a mille a mille Palpiteranno i cor dei sacri affetti Che qui significasti. — Un pio legame D’amor, di glorie e di dolor, ne stringe Dall’Alpi al mare. Oh non temer che indarno
Tanto sangue scorresse! Empi profeti Vaticinâr ch’anco discorde, e indegna Della sorte novella, apparir possa La patria nostra. Oh non temer! Cadranno Gare, dubbi, ed error sempre dinnanzi Alla vostra memoria, o benedetti, Che moriste per noi! — Vedi?... risponde Al pianto della tua dovunque il pianto Delle madri sorelle. Odi?... Siccome Nella natale, il nome tuo risuona Per ogni itala terra. — Oh siam fratelli! E com’arra d’amor, fraternamente Stretti così, dell’immortal corona, Che posar sovra il tuo capo n’è tolto, Cingiam, commossi, alla Gran Madre il crine.