Versos Italian Ettore Romagnoli La gara fra Omero ed Esiodo

Italian poem

La gara fra Omero ed Esiodo

by (1772–1838)

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in un borgo meschino, nei pressi abitò d’Elicona, in Ascra, trista il verno, penosa l’estate, e mai buona. L’ignota stirpe tu mi chiedi, e la terra natale della Sirena ambrosia. La patria fu Itaca. Il padre Telèmaco. Epicàsta, la figlia di Nestore, madre a lui fu, che divenne fra gli uomini tutti il piú saggio.

Terra natale a tua madre fu l’isola d’Io, che te spento accoglierà: da l’enimma però di fanciulli ti guarda. Figlio di Mèleto, Omero, che avesti dai Numi saggezza, prima di tutto dimmi qual cosa piú giovi ai mortali.

Primo, per i mortali non nascere è meglio di tutto; ma nati, quanto prima varcare le soglie dell’Ade. Dimmi anche questo, tu che ai Numi sei simile, Omero: che cosa pensi tu che piú l’animo allieti ai mortali?

Quando la pace regna serena sul popolo tutto, e nel palagio dei re, schierati i signori a banchetto, porgono orecchio a un divino cantore e son presso le mense colme di pani e di carni, e attinge il coppier dalla brocca vino soave, e lo reca d’attorno, ne colma le coppe. Questo il miglior diletto, per ciò ch’io mi penso, nel mondo.

Musa, le cose che sono, che furono già, che saranno, non mi cantare: ad altri soggetti rivolgi il tuo cuore. Per la vittoria in gara, d’intorno alla tomba di Giove non cozzeranno i pie’ veloci cavalli coi carri.

Carni di bovi poi cibavano; e il giogo ai cavalli..... tolsero, ch’eran sudati. Sazi erano tutti di guerra. E i Frigi, uomini esperti fra tutti a guidare le navi.....

per i pirati sopra la spiaggia preparin la Cena. Ercole sciolse allora dagli omeri l’arco ricurvo..... ed investí con le frecce la razza di tutti i Giganti.

Da valoroso padre quest’uomo ebbe vita, e da madre..... imbelle: ché la guerra per tutte le femmine è dura. Fu con la madre tua veneranda commisto tuo padre.....

e seminaron, mercè d’Afrodite la bella, il tuo corpo. Quando Artèmide vaga di cuspidi a nozze soggiacque..... spense Callisto, una freccia vibrando dall’arco d’argento.

Da mane a sera, cosí banchettarono; e nulla portato..... avean da casa: fece le spese Agamènnone sire. Quand’ebbero cenato, vicino alla cenere ardente l’ossa raccolsero bianche del figlio caduto di Giove.....

del valoroso figlio Sarpèdone, pari ai Celesti. E noi, su la pianura cosí del Simèta approdati, ce ne andavamo via dai navigli, e avevam su le spalle.....

spade dall’elsa bella, con lance di cuspide lunga. Con le lor mani i primi dei giovani allora dal mare..... volonterosi e pronti traevano il legno veloce.

Poscia alla Còlchide giunsero, e quivi dal principe Eèta..... fuggirono, poiché lo conobbero inospite e ingiusto. Quand’ebber poi mangiato, bevuto, del ponto i marosi.....

eran lí lí per solcare, sovresse le solide navi. Di cuore a tutti quanti l’Atríde augurava la morte, ma non però sul mare. Cosí prese allora a parlare: «O forestieri, mangiate, bevete, né alcuno di voi possa alla patria sua carissima fare ritorno.....

dai mali afflitto: illesi possiate tornar tutti quanti. Ti faccio solo un’altra dimanda, ed a questa rispondi: a Troia quanti Achei si recarono insiem con gli Atrídi?

V’eran cinquanta fuochi, sovr’esso ogni fuoco, cinquanta spiedi, e in ciascuno spiede cinquanta porzioni di carni, e Achivi, intorno ad ogni porzione, tre volte trecento.

Figlio di Mèleto, Omero, giacché, come dicono tutti, t’onorano le Muse, le figlie di Giove possente, compaginando versi, rispondi che cosa migliore sia pei mortali, e che cosa piú infesto: desidero udirlo.

Esiodo, progenie di Giove, tu chiedi, ed io pronto sono a parlar di gran cuore. Cosí, volentieri rispondo. È pei mortali la cosa migliore quand’uno misura fa di sé stesso. Peggiore fra tutti i malanni quand’uno adopra verso sé stesso indulgenza soverchia. Qualunque altra dimanda tu volgimi, or, come ti piace.

Come, per quali costumi le città potranno fiorire? Quando con turpi mezzi lucrar non vorranno, ed onore avranno i buoni, e pronta giustizia colpisca i malvagi.

Qual dono pria d’ogni altro si deve implorare dai Numi? In ogni caso, sempre, nutrire nel seno giustizia. Sai dirmi in due parole, la cosa migliore fra tutte?

Quand’uno, avendo sane le membra, anche sana ha la mente. E l’efficacia qual’è di giustizia, qual’è del valore? Se col lavoro privato procacci il vantaggio di tutti.

Un uomo, quale prova può dar della propria saggezza? Se intende il proprio tempo, se sceglie il momento opportuno. Quando sarà saggezza prestare fiducia alla gente?

Quando su l’opera impresa comune pericolo incombe. Che mai felicità si potrebbe chiamar fra i mortali? Morire dopo molti piaceri e pochissimi affanni.

Quando le Plèiadi, figlie d’Atlante, si levano in cielo, tempo è di mietere; quando tramontano, è tempo d’arare. Esse quaranta giorni rimangono ascose, e quaranta notti; e di nuovo, poi, volgendosi il giro dell’anno, quando si arrotan le falci, ritornano, e brillano in cielo. Questa è la norma, dunque, dei campi, per quelli che al mare vicino hanno soggiorno, per quelli che lungi dal mare hanno dimora in valli profonde, su pingui terreni: di seminare ignudi, di spingere ignudi l’aratro, e ignudi mieter, quando matura a suo tempo, ogni frutto.

E si disposero in due falangi vicino ai Troiani, salde, che neppur Marte, né Atena che popoli scuote, se fosser giunti, apporre potevano biasimo; e l’urto d’Ettore e dei Troiani, qui scelti attendeano i piú forti, l’asta assiepando all’asta, lo scudo allo scudo proteso, sicché scudo era a scudo puntello, elmo a elmo, uomo ad uomo. E si toccavan degli elmi criniti le lucide creste, ad ogni passo; tanto fitti erano, l’uno su l’altro. E per le lunghe lancie protese a ferire, la pugna

sterminatrice appariva tutta irta; e abbagliava gli sguardi lo scintillare del bronzo dagli alti cimieri fulgenti, dalle corazze di fresco brunite, dai lucidi scudi che s’avanzavano a masse: chi avesse gioito a tal vista, chi non si fosse turbato, intrepido stato sarebbe.

Consacra questo tripode Esiodo alle Muse Eliconie, poi che con l’inno vinse in Calcide Omero divino. O fortunato quest’uomo che il piede rivolge al mio tempio, Esiodo: onor gli fanno le Muse che vivono eterne. Si spanderà la sua fama dovunque rifulga l’aurora. Guàrdati bene, però, dal bosco di Giove Nemèo bellissimo: che lí t’attende il destino di morte.

Ascra è mia patria, ferace di biade; ma l’ossa mie copre dei Minii, di cavalli flagellatori, il suolo. Esiodo sono; e godo, fra quanti sono uomini eletti nell’agon di saggezza, su tutti eccelsa fama.

Argo assetata, o Dea, tu cantami, donde i Signori. Or si cominci a cantare d’eroi piú giovani, o Muse. Sono fanciulla di bronzo, che sto su la tomba di Mida. Sinché l’acqua fluisca, fioriscano gli alberi grandi. brillin, dal mare sorgendo, il sole e la fulgida luna, sinché scorrano fiumi, rimormori il mare alla spiaggia, io, sopra questo sepolcro di lagrime molle restando, a chi passa dirò che questa è la tomba di Mida.

Questo bel dono, Apollo signore, Omero t’offriva, per la saggezza tua: possa tu dargli sempre la gloria. I figli sono all’uomo corona, le torri alla rocca, sono i cavalli ornamento del piano, le navi del mare, è delle case fregio ricchezza, ed i príncipi degni

seduti in assemblea, visibile fregio alle genti: piú decorosa è la casa, se il fuoco vi brilla, a vedere, nei dí d’inverno, quando giú fiocca la neve dal cielo.

E quei ch’Argo e Tirinto tenevano cinta di mura, ed Ermïone ed Asíne, costrutte sul golfo profondo, ed Epidàuro, ricca di vigne, ed Eióne e Trezène, e quei figli d’Acaia che avevano Egina e Maseta: guidati eran costoro dal pro’ Dïomede, e dal caro figlio di Capanèo famoso, da Stènelo; e terzo Euríalo iva con essi, l’eroe che sembrava un Celeste, figlio di Mecistèo sovrano, figliuol di Telone. Ma tutti quanti poi li guidava il guerrier Dïomede; e ottanta negre navi seguiti li avevano a Troia. Ed uomini eran qui schierati maestri di guerra, gli Argivi dai corsali di lin, pungiglioni di guerra.

Questi è il divino Omero, che l’Ellade tutta superba fregiò con la saggezza de la parola ornata, e specialmente gli Argivi, che i muri divini di Troia scalzarono, a vendetta d’Elena chioma bella. Perciò questa città popolosa una effigie gli eresse,

e a lui rende gli onori dovuti agli Immortali. No, non oblio, mi ricordo d’Apollo che lungi saetta. O pescatori d’Arcadia, che abbiamo pigliato di bello?

Quanto cercammo perdemmo, portiamo ciò che non prendemmo. La terra il sacro capo nel grembo qui cela dell’uomo che celebrò gli eroi nel canto, d’Omero, divino.