Versos Italian Federico Frezzi Capitolo Iii

Italian poem

Capitolo Iii

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Della vertú della temperanza e sue laudi.

Perché l'intrare a me fusse concesso nel bel reame della Temperanza, mi feci a quella porta alquanto appresso.

E, poiché fui in debita distanza, mi postrai 'n terra, dicendo:--Peccavi,-- sí come per intrare lí è usanza.

Ed allora una donna con due chiavi aprío la porta, e poi la mia persona levò di terra con parol soavi.

--Questa gran donna, che l'intrata dona, è quella, senza cui--mi disse Elia-- né Dio né uomo al peccator perdona.

Ella è che al ciel t'insegnerá la via: dietro alli passi suoi ti guida omai; con lei noi ti lasciamo in compagnia.--

Quei patriarchi pria ringraziai; poscia mi volsi alla scorta novella e ch'ella mi guidasse io la pregai.

Dentro alla porta intrai insiem con ella; e, poiché dentro fummo ed ella ed io, allor mi fece don di sua favella.

--Se saper--disse--vuoi il nome mio, io sono l'Umiltá, il primo grado d'ogni virtú, che vuol salir a Dio.

Come Superbia è prima in ogni lado, ardita a romper la legge divina, cosí alle vertú io 'nanti vado. p. 286 Chi senza me su per andar cammina, ritorna addietro intra li luoghi bassi e non s'accorge quando egli rovina.

--Io prego, o donna, che tu non mi lassi --a lei risposi riverente e piano,-- ché sempre seguirò dietro a' tuoi passi.--

Benignamente a me porse la mano; e, poiché 'n alto luogo giunto fui, che d'ogni amenitá era sovrano,

la Temperanza con belli atti sui io trovai quivi e con tanta maiésta, quant'hanno i santi, dov'è il dolce frui.

Se ogni cosa è bella in quanto onesta, e tutta l'onestá da lei procede, quindi si sa quanto era bella questa.

Ella stava a sedere in una sede. La nova scorta appresso a lei si pose, non però in alto, ma giú basso al piede.

E sette donne, adorne come spose, stavan con lei, e d'oro le corone aveano in testa e di fiori e di rose.

E una un orso e l'altra avea un leone, legato ed ammansito con un freno; la terza similmente un gran dragone.

E come fa 'l cagnol che dorme in seno, cosí le fère si stavan con loro ed anche il drago senza alcun veneno.

Intorno intorno a tanto concistoro eran tranquilli giuochi e dolce canto di diverse persone a coro a coro.

Perché da loro er'io distante alquanto, cenno fatto mi fu che m'appressasse alla regina del collegio santo.

Io m'appressai e le ginocchia lasse in terra posi, ed ella anco fe' segno che confidentemente a lei parlasse. p. 287 --Alta regina, a questo loco vegno --diss'io a lei--dal mondo con fatiga, per contemplar di te e del tuo regno.

Minerva fu a me primiera auriga; ella è che m'ha scampato e sú condotto per mezzo delli vizi e di lor briga.

E ch'io venisse a te mi fece dotto, che m'insegnassi questo tuo reame e delle tue donzelle tutte e otto.

--Dacché di me sapere hai sí gran brame, --rispose quella,--ascolta, e dirò pria del mio uffizio e poi dell'otto dame.

Dio fatto ha l'uomo per sua cortesia e posto in mezzo lui tra 'l bene e 'l male, ché lá e qua ei combattuto sia.

E diede a lui la parte sensuale, la qual al male impetuosa corre come sfrenato e indomito animale.

E però Dio mi volle con lui porre, ché 'nverso il mal egli precipitára, se con miei freni a lui non si soccorre.

Per farti ben la mia risposta chiara, com'egli verso il mal si move ratto, cosí va tardo alla parte contrara;

ché, come infermo debil e disfatto, si move col disio inverso il bene, se con forti speroni ei non è tratto.

Perciò altra virtú esser conviene cioè Fortezza, e questa i sproni mova, quando uom come infingardo si ritiene.

Ella è che fa che l'uom, il qual si trova nella battaglia, vince e non s'ammorza, sí come il cavalier di buona prova,

o come il buon nocchier, che allor si sforza che ha la gran tempesta in mezzo all'onda, quando el combatte da poppa e da orza. p. 288 Ed io 'l mantengo, quando va a seconda, ché 'l fo attento che 'l timon non lassa, senza lo qual la nave si profonda,

e che non dia de' calci a chi lo 'ngrassa; e, quando esalta la fortuna destra, io fo che tiene il freno e che si abbassa.

Cosí armato a dritta ed a sinestra, da un de' lati Fortezza el defende, dall'altro lato son io sua maestra.

Donna è che con mill'occhi su risplende, che 'l guida dietro e innanti, e 'l fine sguarda, tanto che chi lo segue non l'offende.

Piú suso sta dell'uom la quarta guarda, Astrea dico, che resse la gente 'nanti che fosse fallace e bugiarda.

Alle otto dame omai tu porrai mente; dirò de' loro uffizi, se m'ascolti, che reggono il reame qui presente.

In prima sappi che impeti molti son rei nell'uomo contra bona legge; ma tre son li peggiori e li piú stolti.

Il primo è l'ira in cui governa e regge; e questa fa il cor di pietá nudo contra li suoi subietti e la sua gregge.

Clemenza è detta ovver Mansuetudo la prima dama, che dalle radici stirpa l'ira del core troppo crudo.

E, secondo duo nomi, ell'ha duo uffici: l'uno è che li superbi e troppo altèri inchina a' servi, quasi a dolci amici;

l'altro è che quei, che son crudeli e fèri e c'hanno alla vendetta accesi i cori, li fa al perdonar dolci e leggeri.

Però è detta donna de' signori, ché li reami e Stati senza lei non saríen signorie, ma gran furori. p. 289 Ed anco è detta sposa delli dèi, che son propizi e non corron mai tosto, ma tardi alla vendetta contr'a' rei.

Ell'è che esser fe' Cesare Agosto contra 'l nemico suo giá mansueto, il qual a tradir lui s'era disposto.

Ed egli el chiamò seco nel secreto dentro alla cambra sua cogli usci chiusi, ove gli disse con parlar quieto:

--Non è bisogno, amico, che ti scusi, ch'è manifesto e non ne puoi far niego del tradimento, che contra me usi.

Ma una cosa a te chiedendo prego, che della tua amistá mi facci dono; ed io similemente a te mi lego.

E ciò c'hai detto o fatto ti perdono.-- E, per piú fede, a lui la destra porse: cosí 'l fe' amico a sé verace e buono.

Questa è, che fe' ch'Alessandro soccorse con gran benignitá al suo vassallo, quando del suo bisogno egli s'accorse,

e desmontò de su del suo cavallo, e del suo manto le membra gli avvolse, ché uopo non avea d'altro metallo.

Traian l'insegne al suo gran carro folse solo alla voce d'una vedovetta, al cui parlar mansueto si volse,

dicendo:--Imperador, fammi vendetta, ché 'l tuo figliolo il mio figliol m'ha tolto, ond'io a lamentarmi son costretta.--

Ed ei rispose con benigno volto: --Il mio figliolo, o donna che ti lagni, ti dono in cambio di quel c'hai sepolto.--

Cesare primo, il maggior tra li magni, li suo' famigli ovver li suoi subietti non li chiamava «servi», ma «compagni»,

facendo a loro onore in fatti e in detti.--

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