Italian poem
Capitolo Iv
Ove trattasi del vizio dell'invidia e della sua natura.
Condutti avea giá Febo li cavalli alla pastura sotto l'Oceáno e giá mostrava i crin vermigli e gialli,
quando Palla mi die' lo scudo in mano, dicendo:--Questo la notte fa luce e 'l corpo opaco fa parer diafáno.--
Poi l'altra piaggia salse la mia duce; e lí trovai una gran porta aperta, che al vizio dell'Invidia ci conduce.
Forse tre miglia avea salita l'erta, quando la vidi star nella sua corte inordinata, confusa e diserta.
Era giganta e con le guance smorte, con molte lingue ed ognuna puntuta, e suoi capelli eran di serpi attorte.
Non fu saetta mai cotanto acuta, quant'ella in ogni lingua avea un coltello; e tossico parea quel ch'ella sputa.
Duo ner diavoli avea dentro al cervello; e, benché 'l corpo e 'l capo avesse opaco, col bello scudo io vedea dentro ad ello.
Nel core un vermicello e piú giú un draco vidi, ch'aveva dentro alle 'ntestina, e avea la coda aguzza piú ch'un aco.
La pelle umana avea e serpentina, unita una con l'altra e inseme mista, e di cigno li piè, con che cammina. p. 213 Sempre pallida sta e sempre trista; ma, quando vede il male over che l'ode, alquanto ride e rallegra la vista.
Di vipera è la carne ch'ella rode; e ben è ver che mangia carne umana; ma solo quando pute, gli fa prode.
Però la carne, ch'è pulita e sana, prima la imbrutta, corrompe e disquarcia, e, quando pute, nel ventre la 'ntana.
E come mosca è avida alla marcia, cosí è ella ghiotta di bruttura: di questo il ventre e la bocca rinfarcia.
Quando a sí brutta cosa io ponea cura, gli uscí un dimon di bocca quatto quatto e tra le genti andò come chi fura.
E del venen, che di lei avea tratto, mise all'orecchie a quelli e parol disse; e poi, ov'era pria, ritornò ratto.
Parve che quel venen al cor corrisse; come licor che per condotto vada, mi parve che alle man poi riuscisse.
Nel core un drago, ed in man si fe' spada puntuta quant'un ago e sí tagliente, quanto rasoio suttilmente rada.
Il drago, che nel cor occultamente era rinchiuso, le man furiose fece ad ognun de tutta quella gente.
Io vidi poi molt'anime ulcerose, piene di schianze siccome il mendíco, che alla porta del ricco invan si pose.
In questo uscí, 'n men tempo ch'io non dico, l'altro diavolo come un traditore, che nuocer vuole, mostrandosi amico.
Trasse l'Invidia allor tre lingue fòre sí lunghe, che un'asta all'altra posta, al mio parer, non sarebbe maggiore. p. 214 Ed alla gente, che gli stava a costa, mostrava quelle schianze ovver la rogna, con tre gran lingue scoprendo ogni crosta.
E, come fa il ghiotton che si vergogna, che mira qua e lá, perché suspetta ch'altri a sua ghiottonia mente non pogna;
cosí facea la belva maladetta, che ritirò le tre lingue nefande, quando quel che percote se n'addetta.
Oh, detestanda bocca, a cui vivande son maculare il bene e farlo poco, e palesare il male e farlo grande!
Poi vidi con tempesta e con gran foco uscir di fuor di lei il gran dragone ed assalir la gente di quel loco.
E, come in Colco fece giá Iasone, cosí un dimonio a lui li denti trasse, grandi e puntuti quanto uno spuntone.
E 'n terra arò, perché li seminasse. Nacqueno allor del maladetto seme, come che pianta a poco a poco fasse,
uomini armati ed uccisersi inseme; e tanto sangue fu in quel loco sparto, ch'ancor, pensando, la mia mente teme.
Allora il verme, ch'era il mostro quarto, gli rose il core, ond'ella si ritorse come la donna, quando è presso al parto.
E, poiché dentro al petto egli a lei morse, diventò grande e fessi un basalisco, e sú sin alla bocca li trascorse.
Ancor dentro nel cor ne contremisco, pensando ch'egli uccide chiunque sguarda: però vedi, lettor, s'io stetti a risco.
Non fe' sí gran tempesta mai bombarda, quanto fec'egli, quando fuor uscío, venendo a me con la crista gagliarda. p. 215 Ma, quando vide sé in lo scudo mio, perché lo sguardo suo è che uccide, lí si specchiò e subito morío.
Quando l'Invidia morto il figliol vide, le man si morse con sospiri e pianto, con gran singolti, voci ed alte gride.
Allor inver' di lei mi feci alquanto, dicendo:--O brutta e maladetta fèra, o crudeltá, che 'l mondo guasti tanto,
nel bel giardin di sempre primavera tu da primaio insidiosa intrasti con falsitá e con bugiarda céra;
i primi nostri, vergognosi e casti, servi facesti di concupiscenza; e i gran doni di Dio però fûr guasti.
Non ti ritenne poi l'alta innocenza del iusto Abel, ch'era il primaio buono, nato nel mondo d'umana semenza.
Né che 'n quel punto egli facea il dono d'offerta a Dio: allora piú feroce tu l'uccidesti senza alcun perdono;
per che gridoe la terra ad alta voce per lo sangue innocente; e cosí fece per l'altro, il qual tu occidesti in croce.
Le man fraterne armasti nella nece del bel Iosef, ed a ciò consentire facesti i suoi fratelli tutti e diece.
Non avesti piatá del gran martíre dell'etá puerile e del lamento del vecchio padre, che volea morire,
quando del figlio vide il vestimento tinto di sangue; e tu, o fèra cruda, stavi ridente e col volto contento.
Ahi, belva trista e d'ogni piatá nuda! A te Pilato, sol per saziarte, dimostrò il Re giá tradito da Iuda, p. 216 tinto di sangue e con le vene sparte. Per recarti a piatá, disse:--Ecco l'Uomo fragellato nel corpo e in ogni parte.--
Ma tu, crudele, allora festi como cane alla preda, che l'ira il trafigge, o come l'orso, quando vede il pomo;
ché allor gridasti:--Tolle, crucifigge;-- e niente ti mosse, o dispiatata, in tanta maiestá l'umile effigge.
Superbia è la tua madre, onde se' nata; e 'l timor vile è quel che ti notríca, ed anco è 'l padre, dal qual se' creata.
Però d'ogni virtú tu se' nemica, mentre vuoi esser tu la piú eccellente e che di te meglio d'altri si dica.
Odio tu porti a quel ch'è piú splendente, s'e' tua virtú ecclissa o falla meno come il lume maggior il men lucente.
Allor nel core ti nasce il veneno inver' di quello, e cerchi che s'estingua quello splendor ch'è piú del tuo sereno.
E col rancor del core e colla lingua giammai non posi e colli denti stracci la carne umana marcia che t'impingua,
insidiando con occulti lacci.--
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