Italian poem
Il tombone di San Marco
by Filippo Turati (1857–1932)
Sul gorgo viscido chiazzato e putrido sghignazza un cinico raggio di sol; quali augei profughi fantasmi lividi mesconsi, riddano, levansi a vol.
Son baldi giovini spenti, con vacue forme, son vedove tristi beltà; carcami squallidi di vecchi, macabre parvenze, ruderi d'umanità.
Quante speranze cessar le danze, quante esultanze fransero qui! Che mondi vividi di luce e iliadi d'affanno il baratro cupo inghiottì!
Singhiozzi e rantoli, ghigni frenetici, empi monologhi, beffardi suon', ritmo satanico, dal gorgo erompono; il gorgo brontola la sua canzon.
O gorgo, o luteo gorgo magnetico, o sciame lugubre, che vuoi da me? Voglio i dolori gli spenti amori, gli altri livori che porti in te.
Scendi con essi! Ne' miei recessi, tra i freddi amplessi ammaliator' della sirena che l'incatena, tace la pena, cessa il dolor.
Gorgo maligno, torvo, ulivigno, gorgo sanguigno, vaneggi tu? Se un giorno amante ti fui, l'istante volge incostante quel tempo fu.
Invan mi affascini, gorgo; le torpide malie mi prodighi, sirena, invan; la luce adoro, amo e lavoro, mi canta un coro lieto il doman.
Ah! Se mai languano nel cuor le imagini care che irradianmi la via fatal, e della vigile fede che accondemi i gufi stridano il funeral,
soavi tossici, tremendi fascini, a me l'oblivio rifiorirà; chiamami, o gora; quella che fia l'ora; non vano allora l'appel sarà.