Italian poem
Quel bel giardin che serba in Cipro eterno
by Francesco Beccuti (1509–1553)
Quel bel giardin che serba in Cipro eterno Venere bella ai pargoletti figli e quel che il pomo d’oro ebbe in governo, par che questo verziero oggi simigli. Qui son d’auro le foglie e sonvi, il verno, come vedete, fresche rose e gigli con sí dolce aura ch’io vo’ porlo innante a quell’orto d’Amore, a quel d’Atlante. Quivi si sente un’aura che di odore vince l’Arabia ove piú ricca abbonda, a cui cede ogni vento e farle onore l’aura prima si vede e la seconda; aura gentil che d’onestade il fiore verde conserva, come in lauro fronda; per te ride la terra e ’l ciel ringrazia, mentre spiri tra noi diletto e grazia. Ecco, quasi tra’ fior candida rosa, si vede, assisa a l’ombra d’un bel velo, Ippolita, si bella e si vezzosa che gioir fa di sue bellezze il cielo; ovunque gira la vista amorosa, face ogni alma tremar d’ardente gelo, e par che da’ begli occhi e dal bel volto non si possa fuggir col cuore sciolto. Sembra Diana in la maggiore altezza dare a le ninfe sue legge e consiglio: con tanta maestá, tanta vaghezza muove Cassandra l’uno e l’altro ciglio, che chi può contemplar l’alta bellezza ch’orna il bel volto candido e vermiglio, stupefatto dirá, se pur favella: qual dea, qual ninfa è di costei piú bella? Qui mostra Cleofè vaga e gentile l’alme fattezze leggiadrette e belle, sotto ’l cui ciglio altieramente umile raggiati lucenti due serene stelle; qui fan tra’ piú bei fiori un lieto aprile tant’altre e tante piú che rose belle; qui vera leggiadria veggio scolpita in Colonna, in Diamante, in Margarita.