Versos Italian Francesco Beccuti Utile a me sopra ogni altro animale

Italian poem

Utile a me sopra ogni altro animale

by (1509–1553)

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Utile a me sopra ogni altro animale, sopra il bue, sopra l’asino e ’l cavallo e certo, s’io non fallo, utile piú, piú grato, assai piú caro che ’l mio muletto, le galline e ’l gallo, chi mi t’ha tolto? O sorte empia e fatale, destinata al mio male! giorno infelice, infausto e sempre amaro nel qual perdei un pegno, oimè! sí caro io che mi sará cagion d’eterne pene! Dolce mio caro bene, animai vago, leggiadretto e gaio, tu guardia eri al granaio, al letto, ai panni, a la casa, al mio stato e insieme a tutto quanto il vicinato. Chi or da le notturne m’assicura topesche insidie o chi sopra il mio piede le notti fredde siede? Giá non sará cantando alcun che chiami, la notte, in varie tempre, piú mercede attorno a queste abbandonate mura (oh troppo aspra ventura!) dei tuoi piú fidi e piú pregiati dami; anzi cercando andran dolenti e grami te forse la seconda volta grave. Dolce del mio cuor chiave, ch’un tempo mi tenesti in festa e ’n gioco, or m’hai lasciato in fuoco, gridando sempre in voce cosí fatta: «Oimè, ch’io ho perduta la mia gatta!» Anzi ho perduto l’amato tesoro che mi fea gir tra gli altri cosí altèro che, s’io vo’ dire il vero, non conobbi altro piú felice in terra. Or non piú, lasso! ritrovarlo spero per quantunque si voglia o gemme od oro. O perpetuo martoro, che m’hai tolto di pace e posto in guerra E chi m’asconde la mia gatta in terra? colma sí di virtute che, a dir, tutte le lingue sarian mute, quant’ella fu costumata e gentile: ne l’etá puerile imputar se le puote un error solo, mangiarmi su l’armario un raviggiuolo. Taccio de’ suoi maggior la stirpe antica, come da Nino a Ciro, a Dario, a Serse il seme si disperse poi in Grecia, indi a le nostre regioni, allor ch’ei la fortuna mal sofferse ne le strette Termopile nimica; perché il dolor in’intrica né lascia punto ch’io di lei ragioni. Però sua cortesia lo mi perdoni, s’io non parlo di lei tanto alto e scrivo; causa è che non arrivo, come conviene, il dolor, ch’è si forte che mi conduce a morte, non trovandola meco a passeggiare e sopra il desco a cena o a desinare. Miser, mentre per casa gli occhi giro, la veggio e dico: qui prima s’assise; ecco ov’ella sorrise; ecco ov’ella scherzando il piè mi morse; qui sempre tenne in me le luci fise; qui ste’ pensosa e dopo un gran sospiro, rivoltatasi in giro, tutta lieta ver’ me subito corse e la sua man mi porse; quivi saltando poi dal braccio al seno, d’onesti baci pieno le dicea infin: tu sei la mia speranza; ahi dura rimembranza! sentiala, poi che ’l corpo avea satollo, posarmisi dormendo sempre in collo. Ma quel ch’avanza ogni altra maraviglia è raccolta vederla in qualche canto e quivi attender tanto il suo nimico, che l’arrivi al varco: allor, trattosi l’uno e l’altro guanto da le mani e inarcando ambe le ciglia, sol se stessa simiglia e nessun’altra (e son nel mio dir parco), ché mai saetta sí veloce d’arco uscio né cervo sí leggiero o pardo ch’appo lei non sia tardo; indi, postogli addosso il fiero ugnone, lo trae seco prigione ed alfin, dopo molte e molte offese, è de la preda ai suoi larga e cortese. Ella è insomma dei gatti la regina, di tutta la Soria gloria e splendore; e di tanto valore che i fíer serpenti qual aquila ancide. Ella, a chius’occhi (oh che grande stupore!) gli augei, giacendo, prende resupina; e de la sua rapina le spoglie opime ai suoi piú car divide, cosa che mortal occhio mai non vide. Vidila io solo e mi torna anc’a mente che con essa sovente faceva grassi e delicati pasti. Or mi ha i disegni guasti e tolto non so qual malvagio e rio l’onor di tutto il parentado mio. Ogni bene, ogni gaudio, ogni mia gioia portasti teco, man ladra rapace, quel dí che la mia pace sí tacita involasti agli occhi miei: da indi in qua ciò ch’io veggio mi spiace ed ogni altro diletto sí m’annoia che converrá ch’io muoia forse piú presto assai che non vorrei. Or per casa giostrando almen di lei qualche tèner gattino mi restasse che me la riportasse ne l’andar, ne la voce, al volto, ai panni! ché certo li miei affanni non tenerei sì gravi e le mie cose non sarebbon dai topi tutte róse. Io non potrei pensar, non che ridire quanto sia grave e smisurato il danno che questi ognor mi fanno: senza licenza e senza alcun rispetto dove piú ben lor mette, di lá vanno; cotale è lo sfrenato loro ardire, che in sul buon del dormire (o Dio, che crudeltá!) per tutto il letto vanno giostrando a mio marcio dispetto. Sannol l’orecchie e il naso mio che spesso son morsi; tal che adesso mi conviene allacciar sera per sera l’elmetto e la visiera, essendone colei portata via che tutti li faceva stare al quia. Portata via non giá da mortal mano, perché, dov’ella fosse qua tra noi, a me ch’era un de’ suoi, saria tornata in tutti quanti i modi; ma tu, Giove, fra gli altri furti tuoi, nel ciel, de le tue prede giá profano, con qualch’inganno strano l’hai su rapita e lieto te la godi. Deh, come ben si veggion le tue frodi, ch’occultar non la puoi sotto alcun velo; perché si vede in cielo due stelle nove e piú de l’altre ardenti, che son gli occhi lucenti de la mia gatta, tant’onesta e bella, che avanza il sol, la luna e ogni altra stella. Canzon, lo spirto è pronto e ’l corpo infermo; ond’io qui taccio; e s’alcun è che voglia intender la mia doglia, digli: — Ella è tal che mi fa in pianto e in lutto viver mai sempre e in tutto divenir selva d’aspri pensier folta, poi che la gatta mia m’è stata tolta.