Versos Italian Francesco di Vannozzo Era tra mezzo l'alba ed il mattino

Italian poem

Era tra mezzo l'alba ed il mattino

by (1330–1389)

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Era tra mezzo l’alba ed il mattino, Quando si risvegliò la stanca mente Per tema d’un serpente Ch’era su ’l monte dove i’ mi trovai, Qual s’adizzava con un fier mastino: Ond’io lontano e fuor da tutta gente Con piè dubbio e tremente Giuso nel pian mi trassi e non passai. Poscia di fiori in un bel prato entrai; E lì sedendo appresso un chiaro fonte, Con bella ed alta fronte Giunse come saetta Tutta soletta una donna correndo, Cotai parole vêr di me dicendo — Qual se’ tu che sì pronto alla fontana T’accosti in atto semplice e sinestro? Per questo loco alpestro Qual è colui che i tuoi passi consiglia? Qui non dimora Venus o Dïana; Qui non è di delizie ben terrestro: E chi non è ben destro, Senza tornar, leggermente periglia, Ma poï che di te pietà mi piglia, Vien meco (disse), e porgimi la mano. — Ond’io, di mente insano Per le parole udite, Timido e mite a pena la man porsi, Ponendo ’l stato di mia vita in forsi. Pur nell’andare un argomento presi D’affatigar la lingua per mia scusa; E dissi — O santa musa, Non donna siete voi ma ninfa o dea. Fortuna m’ha condotto a ’sti paesi; Ma per mia voglia venni a questa chiusa, Qual non s’adopra od usa, Al mio parer, per uom di vita rea. Qui peregrino son di gente Orfea, Che per un aspro bo ch’urtar mi volle Montai suso quel colle; Dove con l’orme vane Tema d’un cane e d’un serpe ch’io viddi M’ha spinto in Scilla per vitar Cariddi. — Giunti che fummo al terminato loco Verso man destra a lato a un canticello Fresco remoto e bello Di lauro circondato e di bei faggi, Ella rispose — Qui a seder un poco Ambo staremo, caro mio fratello. È ben che giovancello Ed inesperto sì gran fatti assaggi. Io son la madre di que’ santi raggi Che vedi in terra qui dal sonno presi; Tanto dal mondo offesi Per le corrotte genti. Che sonnolenti stanno a questa guisa, Come per campo fa gente derisa. E colei che non dorme è mia sorella, Sotto cui guardia stan libere e tute Queste mie figlie mute, Che son dal mondo, misere!, sbandite. — Io che conobbi l’una e l’altra stella, Sollicitudo madre di Virtute, Ed alla soda cute Costanza bella che vince ogni lite; Subito dentro al cor mi dièr ferite D’un dolce zel, commosso di pietate, Per quelle sconsolate, Raminghe, peregrine Virtù tapine, vedove, orfanelle, Cacciate fuor delle mondane celle. Poi reverente, non com’io dovea Ma quanto allor il mio poter si stese, Genuflesso e cortese L’indegna bocca porsi a’ sacri piedi. Ambo, per loro immensa cortesìa, Levôrmi: e l’una per la man mi prese Dicendo — In tuo paese Vogliam noi, figliuol mio, che salvo riedi. — E così seco a ragionar mi diedi Contento più di nullo uomo beato; Tal che, se fuor del prato Credesse esser uscito Ed esaudito fosse il mio desire, Allora avrei provato un bel morire. Ma prossimando alla bella fontana Ch’avea mia vita posto alla bilanza, Senza nulla speranza Di provar mai l’inopinato bene; E ’l can del monte vidi uscir di tana; Per cui ridendo mi guardò Costanza Dicendo — Ora t’avanza Terreno e tempo col mastin che vène. Séguita l’orme e fa’ la via ch’el tene; E perchè tal’or urli e tal’or gema, Non aver di lui tema. Guardagli dritto in faccia; Chè la sua traccia bella e vista scorta Fia l’ultimo sperar che ne conforta. — Però, canzone, allegra va’ per tutto, In ciascun porto le tue vele cala, E di Virtute ogni figlio saluta; Ch’ella non è perduta Ancor. T’affretta, e va’ sbattendo l’ala; Chè del Can della Scala è nato un frutto Sì dolce e cordïale, Ch’ogni veneno e male, Dove costui s’appressa, star non ponno, Ed ha già tolto alle virtuti il sonno.