Versos Italian Francesco Petrarca Canzone XXXV (BEn mi credea passar mio tempo…)

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Canzone XXXV (BEn mi credea passar mio tempo…)

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BEn mi credea passar mio tempo omai, Come passato avea quest’anni addietro, Senz’altro studio, e senza novi ingegni: Or; poi che da Madonna i’ non impetro L’usata aita; a che condutto m’hai, Tu ’l vedi, Amor; che tal’arte m’insegni: Non so, s’i’ me ne sdegni; Ch’in questa età mi fa divenir ladro Del bel lume leggiadro Senza ’l qual non vivrei in tanti affanni: Così avess’io i prim’anni Preso lo stil ch’or prender mi bisogna; Che ’n giovenil fallire è men vergogna. Gli occhi soavi ond’io soglio aver vita, Delle divine lor’ alte bellezze Furmi in sul cominciar tanto cortesi; Che ’n guisa d’uom cui non proprie ricchezze, Ma celato di for soccorso aita, Vissimi: che nè lor, nè altri offesi. Or; bench’a me ne pesi; Divento ingiurioso, e importuno: Che ’l poverel digiuno Vien’ ad atto talor ch’in miglior stato Avria in altrui biasmato. Se le man di pietà invidia m’ha chiuse; Fame amorosa, e ’l non poter mi scuse. Ch’io ho cercate già vie più di mille, Per provar senza lor, se mortal cosa Mi potesse tener in vita un giorno: L’anima, poi ch’altrove non ha posa, Corre pur’ all’angeliche faville; Ed io, che son di cera, al foco torno; E pongo mente intorno Ove si fa men guardia a quel ch’i’ bramo; E come augello in ramo, Ove men teme, ivi più tosto è colto; Così dal suo bel volto L’involo or’ uno, ed or’ un’altro sguardo; E di ciò inseme mi nutrico, ed ardo. Di mia morte mi pasco, e vivo in fiamme; Stranio cibo, e mirabil salamandra! Ma miracol non è; da tal si vole. Felice agnello alla penosa mandra Mi giacqui un tempo: or’ all’estremo famme A Fortuna, ed Amor pur come sole. Così rose, e viole Ha primavera, e ’l verno ha neve, e ghiaccio: Però s’i’ mi procaccio Quinci, e quindi alimenti al viver curto, Se vol dir che sia furto; Sì ricca donna deve esser contenta S’altri vive del suo, ch’ella nol senta. Chi nol sa, di chi vivo, e vissi sempre Dal dì che prima que’ begli occhi vidi Che mi fecer cangiar vita, e costume? Per cercar terra, e mar da tutti lidi, Chi può saver tutte l’umane tempre? L’un vive, ecco, d’odor là sul gran fiume; Io qui di foco, e lume Queto i frali, e famelici miei spirti. Amor’ (e vo’ ben dirti) Disconviensi a signor l’esser sì parco. Tu hai li strali, e l’arco: Fa di tua man, non pur bramando, i’ mora: Ch’un bel morir tutta la vita onora. Chiusa fiamma è più ardente; e se pur cresce, In alcun modo più non può celarsi: Amor’, i’ ’l so; che ’l provo alle tue mani. Vedesti ben, quando sì tacito arsi: Or de’ miei gridi a me medesmo incresce, Che vo nojando e prossimi, e lontani. O mondo, o pensier vani! O mia forte ventura a che m’adduce! O di che vaga luce Al cor mi nacque la tenace speme Onde l’annoda, e preme Quella che con tua forza al fin mi mena! La colpa è vostra; e mio ’l danno, e la pena. Così di ben’ amar porto tormento; E del peccato altrui cheggio perdono, Anzi del mio: che devea torcer li occhi Dal troppo lume, e di Sirene al suono Chiuder li orecchi: ed ancor non men pento, Che di dolce veleno il cor trabocchi. Aspett’io pur, che scocchi L’ultimo colpo chi mi diede il primo: E fia; s’i’ dritto estimo; Un modo di pietate occider tosto, Non essend’ei disposto A far altro di me che quel che soglia: Che ben mor chi morendo esce di doglia. Canzon mia, fermo in campo Starò, ch’egli è disnor morir fuggendo. E me stesso riprendo Di tai lamenti; sì dolce è mia sorte, Pianto, sospiri, e morte. Servo d’Amor che queste rime leggi, Ben non ha ’l mondo che ’l mio mal pareggi.