Italian poem
Sonetti in persona di ser Pecora, fiorentino beccaio
Il Manzo a dimenarsi si sollazza, cozza col muro e vi si dicervella, con la coda si scopa e si flagella, scote le corna e mugge e soffia e razza, con l’unghia alza la polve e la sparnazza; bassa ’l capo, rincula e s’arrovella, stira la corda, stringe la mascella, e sbalza e salta e fin che può scorrazza. Dálle al muro: oh per certo e’ gli vuol male. Ve’ come gli s’avventa. Animo! guata se non par ch’aggia a farne una focaccia. Oh gli è pur duro, Manzo, quel rivale. Va, Coso, e ’l tasta d’una tentennata, e gli ’nfuna le zampe e glien’allaccia. E s’oggi non gli schiaccia il maglio quelle corna e quel capone, vo’ gir sul cataletto a pricissione. Su, scaviglia la corda. Oh ve’, gavazza e tripudia e ballonzola e saltella: non dé’ saper che ’l bue qui si macella: via, per saggio, lo tanfana e lo spazza; via gli fruga la schiena e gli spelazza: e’ dá nel foco giú da la padella. Le corna gli ’mpastoia e gli ’ncappella; ammanna la ferriera, e to’ la mazza. Su, Cionno, ravviluppati ’l grembiale, gli avvalla il capo, causa la cozzata, e giuca de la vita e de le braccia. Ve’, s’arrosta e s’accoscia: orsú non vale gli appicca, Meo, sul collo una bacchiata, fa’ che risalti in piede, e gli t’abbraccia. E ’l tira, e gli ricaccia le corna abbasso, e senza discrezione gli accomanda la testa a l’anellone. Ve’ che ’l tira, e s’indraca e schizza e ’mpazza: dagli ’n sul capo via, che non lo svella; su, gli acciacca la nuca e la sfracella. Ma ve’ che ’l maglio casca e non l’ammazza. Oh che testa durissima, oh che razza Di bestia! i’ vo’ morir s’ha le cervella. Ma gli trarrò le corna e le budella s’avesse la barbuta e la corazza. Leva ’l maglio, Citrullo, un’altra fiata, e glien’assesta un’altra badiale, e l’anima gli sbarbica e gli slaccia. Fágli de la cucuzza una schiacciata: ve’ che basisce, e dice al mondo: — Vale. — Suso un’altra, e ’l sollecita e lo spaccia. In grazia, Manzo, avaccia: a ogni mo’ ti bisogna ire al cassone, passando per li denti a le persone. E’ fa gheppio. Su l’anca or lo stramazza, l’arrovescia; e lo sgozza e l’accoltella. Ve’ ch’ancor trema e palpita e balzella, guata che le zampaccie in aria sguazza. Qua, che giá ’l sangue spiccia e sgorga e sprazza, qua presto la barletta e la scodella; reca qualcosa, o secchia o catinella o ’l bugliuolo o la pentola o la cazza: corri pel calderotto o la stagnata, dá’ di piglio a la tegghia o a l’orinale; presto, dico, il malan che ti disfaccia. Di molto sangue avea quest’animale: mo’ fagli fare un’altra scorpacciata, e di vento l’impregna e l’abborraccia. Istrigati e ti sbraccia: mano speditamente a lo schidone; busagli ’l ventre, e ’nzeppavi ’l soffione. Senti ch’e’ fischia e cigola e strombazza: gli è satollo di vento: or lo martella, e ’l dabbudá su l’epa gli strimpella e ne rintrona il vicolo e la piazza. Ve’ la pelle, al bussar, mareggia e guazza lo spenzola pel rampo a la girella: lo sbuccia tutto quanto e lo dipella: e ’l dissangua, lo sbatti e lo strapazza. Sbarralo, e tra’ budella e tra’ corata, tra’ milza, che per fiel piú non ammale, e l’entragno gli sbratta e gli dispaccia. D’uno or vo’ ch’e’ riesca una brigata: gli affetta l’anca e ’l ventre e lo schienale, e lo smembra, lo smozzica lo straccia. Togliete, oh chi s’affaccia: ecco carni strafresche, ecco l’argnone: vo’ mi diciate poi se saran buone.