Versos Italian Giovanni Gherardo de Rossi Il Canto di Nerina

Italian poem

Il Canto di Nerina

by (1754–1827)

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Estiva notte sei pur bella! O notte Allo stanco mortal tu sola rechi Qualche ristoro dal sudor del giorno, Per cenno tuo dalla spelonca oscura, Mentre tutti dormiano i rei fratelli, Zefiro uscì fuggiasco. Io già l’ascolto Del lauro antico mormorar fra i rami, Che scossi a urtar le polverose corde Vanno della mia cetra. Amata cetra Tu con quel suono mi richiami ai carmi: Ma de’ carmi alla vena in questo petto Argine fanno le nojose cure, Onde non più qual pria libera scorre, Così della capanna sulla soglia Tirsi dicea, quando non lungi scorse Picciol drappello di leggiadre Ninfe Sulla sponda del rio sedute in cerchio. Tacito s’appressò. L’ombra d’un mirto Opportuna il copriva, onde potesse Non udito, non visto, udir, vedere. Duce al drappello era la vaga Dori, E l’altre Ninfe intorno a lei ridotte Avea la speme d’ascoltare il canto Di Nerina, gentil figlia di Dori, Che in beltà, che in virtude a sì gran Madre Simile cresce. I musici concenti Sull’aureo plettro iva destando Fille Nell’armoniche vie duce a Nerina. La fanciulla arrossiva, e dubbio il guardo Tra la Madre aggirava, e la Maestra, Quasi chiedesse agli occhi lor coraggio Contro il freddo timor, che di modestia Figlio le alberga in seno, e sulla gota Roseo s’affaccia. Alfin dischiuse il labbro E colla grata voce il duolo espresse D’afflitto Sposo dal suo ben diviso, Che invan lo cerca, che ne chiede invano; Onde carco d’affanni in grembo a morte E’ vicino a cader. Ne’ canti suoi Simile fu Nerina al giovinetto Usignolo, che nato a Primavera, Par nel meriggio estivo tra le fronde D’un arboscel si cela, e le veloci Gorghe tenta imitar del genitore, Che nei più folti rami al nido accanto Posa, e cangiando va modi sonori Per dar ristoro alle pietose cure Della compagna sua, già un’altra volta Madre. Al voler non è il potere uguale Nel tenero augellin, ma pur felici Sono i primi suoi sforzi, e le selvagge Driadi l’odon ridenti, e in lui ravvisano Il gran cantor della futura estate. Tacque Nerina, e fralle amiche Ninfe Sorse confuso mormorio di plauso, Che nell’umil vezzosa fanciulletta Rossore accrebbe; onde beltade accrebbe. Alla sua Madre avvicinossi, e quella In lei fissando placide, e contente Le belle luci, così disse. O figlia Arridano le Muse a tuoi sudori E ti dian lena all’arduo sentiero, Ch’intraprendesti. Verrà forse un giorno, Che per te non sarà vano ornamento L’arte d’esprimer con canori accensi Dell’alma i moti. Se vorran le Parche Lungo il fil di mia vita, e dell’etade Al verno giungerò, che mena seco Solitudine, e noja: allora, o figlia, Prendi, dirò, prendi l’eburnea cetra, Tempra le corde, e alle canzoni antiche Sciogli la voce: lusinghiero incanto Sì quella voce desterammi in seno; Grata illusion mi condurrà ai momenti Più lieti di mia vita, e mille affetti Già sopiti nel cor risorgeranno. Languidamente. Alle passate cose Volge vecchiezza con piacere il guardo: Perchè aspetto crudel non ha per lei Quel tempo, che fuggì, mentre il presente Cogli affanni la strazia, e coi languori, Ed il futuro ascoso dietro il velo D’un incerto avvenir le dice. Trema. Quando riposo prenderai dal canto Vedrai già da quest’occhi umide stille Cader, sì figlia, spargerai tu ancora Lagrime, non di duol, di tenerezza, E forse un innocente pargoletto Donato a te da Imene, e che vezzoso Avea tentato fin allor col dito Toccar furtivo l’auree corde, al pianto Che in me, che in te vedrà, confuso, afflitto Ne’ sguardi tuoi lo sguardo suo fermando, Per ignota cagion piangerà anch’esso. Dori sospese i detti, a lei Nerina Rispondere volea, ma un dolce pianto Celato invan, chinse alle voci il varco, E alla Madre la man strinse tacendo. Dissero le compagne: aspro compenso Tu del canto al piacer ne desti, o Dori, Perchè chiamarci a idee sì meste? Ad esse Dori rispose, Meste sì, ma vere. Sorser le Ninfe tutte, ed a Nerina I plausi ripetendo verso il colle Mossero lentamente. Allora Tirsi Uscì dal nascondiglio, il cuore ingombro Di tristezza sentia, ma non ingrata Era quella tristezza, e quando giunse Al lauro antico, nell’udir, che ancora Zefiro sussurrava fralle corde Della sua cetra, la spiccò dal ramo, E la tenera scena, a lui presente Lo volle il caso, di teneri carmi Vestir tentò, ma non poteva il labbro Produr quel dolce tumulto d’affetti, Che il canto di Nerina, e della Madre Eccitarono i detti. Assai maggiore L’opra conobbe di sue forze, e tacque.