Italian poem
Martino
by Giovanni Meli (1740–1815)
L’uomo che vaneggiando esce di via, Scosso dal collo l’amoroso freno Della saggia natura, Perde il polo di vista e va smarrito; E quanto più da quella si dilunga Tanto perduto più si trova e sente, Quando i folli pensieri Gli dan tregua per poco e il van desio. Richiamarsi colà donde partío.
Per qualche tempo illusïon gioconde A lui saran gli splendidi palagi Della città, le pompe, il lusso e gli agi; Ma poi cresciuti in core Sente gli affetti nequitosi e questi Crescer sente col crescere degli anni, Della sua mente già fatti tiranni.
D’acute punte allor trafitto invoca La natura, ma indarno; Gli abiti rei l’han stretto di catene Che invan s’affanna a sciogliere; e frattanto Per illuder sè stesso Di libero e giulivo si dà vanto.
Pure di tempo in tempo: o quando ride La bella primavera pe’ fioriti Lussureggianti prati: o quando autunno Leva in sui campi il capo incoronato Di poma e d’uva che contrasta all’oro Il biondo colorito, L’uomo della città con sua gran pena Si move e si trascina Seco recando a’ campi la catena.
Son io, son io (così dicea Martino Negl’istanti d’un lucido intervallo) Lo snaturato figlio, Che un istinto segreto, ultimo avanzo Della materna eredità, sospinge Alla tenera madre, al piè träendo La servile catena Del vanitoso fasto E dell’ambizïon non mai satolla Che di spine m’ingombrano il cammino. Madre, quanto a’ tuoi sguardi io son meschino!
«Trovo fra questi aratri, Fra questi di verzura Immensi anfitëatri La madre mia natura,
Che con aperte braccia A sè mi alletta e chiama, E pinta sulla faccia Mi mostra la sua brama:
Che con benigno piglio A me si accosta e dice: Tutto ti diedi, o figlio, Per renderti felice;
Un cor pe’ godimenti; Ove virtù verace Agli onorati stenti Sposa diletto e pace.
Legge ci trovi impressa Che d’ogni legge è fiore, Scolpita da me stessa: Ama e raccogli amore.
Legge che il core accresce, Allarga il tuo pensiero, Che ti confonde e mesce All’universo intero.
Senza essa sulla terra Stranier tu vivi e solo, Sempre cogli altri in guerra, O abbandonato o in duolo.
La mente e l’intelletto T’ho dato, onde comprenda Quello esser giusto e retto Che al comun bene intenda.
I sensi fu mia cura Largirti, che gradita Che vegeta e sicura Ti rendano la vita.
L’occhio, perchè ti sveli Meravigliosa scena, L’ordin che terre e cieli Costantemente affrena.
L’orecchio novo incanto Ti schiude all’alma ancora: Dell’usignuolo il pianto Di voluttà la irrora.
Fra quegli alpestri orrori Il passer solitario Intenerisce i cori Col dolce accento e vario.
I flauti armonïosi De’ vispi pastorelli Fan eco a’ grazïosi Gorgheggi degli augelli.
Le nari pur consola Tributo peregrino D’odor che l’aura invola Ai fiori del giardino.
Di frutti in abbondanza La mensa ti copersi, Di tinte, di fragranza E di sapor diversi.
Vieni, diletto, vieni, Ascolta i miei richiami; Vien tra’ boschetti ameni, Siedi fra’ verdi rami.
Meco in questo ermo lido Regna la pace, e regna Amor che farsi il nido Alle colombe insegna.
La fedeltà d’attorno Qui trovomi ne’ cani Vigili notte e giorno, Amici e guardïani.
Son mia superba reggia Questi sublimi monti: La mäestà passeggia Sulle petrose fronti.
Quale beltà s’aduna, Quanta grandezza in essi! Umana possa alcuna Non è che vi si appressi.
Osserva come sorgono Di sopra le foreste, E tra le nubi sporgono Le trarupate creste!
Quante in que’ gran burrati In que’ cespugli e grotte Di rettili e d’alati Erran viventi frotte!
L’aquile in ciel sospese Tesson con ala immota Intorno alle scoscese Rocce l’aerea rota.
Felci e vitalbe intorno, Ellere a gran festoni Sono i tappeti, onde orno Le altere mie magioni.
Mira da quella cima Come un perenne fiume Mäestoso si adima L’onde mutando in schiume!
Giù per occulte scale, Di questi monti al fondo, Trovi le vaste sale Ove i tesori ascondo.
Quanto l’umano ingegno Mette ne’ primi onori, Fra creta e sabbia io tegno, Lucenti gemme ed ori.
I rosëi graniti, Le agate, gli ametisti A scabre selci uniti, Al fango son commisti.
Delle mie grotte sono Reconditi pilastri, Son basi del mio trono, Porfidi ed alabastri.
Vedi come io dispregio Tesor sì vano! E vui Lo avrete in tanto pregio Da occidervi per lui?
Ma lascia le caverne, Esci all’aperto, e godi Le mie bellezze esterne Diffuse in vari modi.
O quante specie, o quante Varïetà d’aspetto Presentano le piante Al mio veder perfetto!
Quante famiglie intere Vivon d’insetti in loro, Che in maggio a schiere a schiere Volan sull’ali d’oro!
La vite che si piega Debole in basso sito, Vedi come si lega Al pioppo per marito!
Del tronco non fecondo Questi in compenso, i figli Ne adotta e porta il pondo De’ grappoli vermigli.
L’olivo che vetusto Pugnò co’ venti e stette, Dal fracassato fusto Germe novel rimette.
Piramidi fastose Son larici e cipressi; L’età del mondo ascose Leggo scolpite in essi.
Il grato mormorio Dell’acqua che là scorre Dice all’erbette: addio, Io parto, che vi occorre?
Volete nutrimento? Verso di me stendete Le barbe e in un momento Il nutrimento avrete.
In ricompensa al rivo L’albero i rami stende, E dall’ardore estivo Coll’ombra lo difende.
Oh i corrisposti affetti! Oh i ben locati offici! Inanimati oggetti Fra lor son come amici.
Nè credere che l’onde Sien sole; alla fontana Galleggia e mi risponde Col gracidar la rana.
Tinti d’argento il tergo Guizzano in fondo all’acque I pesci, a cui l’albergo Laggiù segnar mi piacque.
Le pecchie industrïose Rimira tra que’ fiori Che alle cellette ascose Tornan co’ dolci umori.
Se il mansuëto regno Intender ne sapessi Vergogna avresti e sdegno De’ tuoi superbi eccessi.
Ma le mie schiere alate Del sol seguendo il raggio Cangian le sedi amate Com’è l’ottobre o il maggio.
Presentan le stagioni Le specie lor distinte A torme ed a squadroni Di penne vario-pinte.
Sue nunzie e messaggere La primavera manda Le rondin che leggiere Scorrono d’ogni banda.
Poi giunge accompagnata Da quaglie e da stornelli E d’una smisurata Folla di vari augelli.
Io tutti li confido Agli arboscelli, ai prati, A fabbricarsi il nido, Nutrirsi i dolci nati.
Molti co’ novi eredi, Quando più ferve l’anno, Di più benigne sedi In cerca se ne vanno.
D’autunno a’ lieti giorni Di lodolette abbondo; Garrule merle e storni Entro i vigneti ascondo.
E quando l’anno inchina Ho l’oca e la beccaccia, Che presso alla marina Scendon di cibo in traccia.
Nè compagnia mi manca Di armenti e greggi; e questa No, non mi opprime e stanca, Ma pure gioie appresta.
Mi opprime e stanca oh quanto Il cittadin tumulto, Del poverello il pianto, Del ricco altier l’insulto.
Frodi, avaníe, raggiri, Disordini e scompigli.... O stolidi o deliri Miei tralignati figli!»
Così favella di Martino al core L’ingenüa natura. E la ragione Che della verità la voce ascolta Santa ed util la trova, Gran diletto ne prova e già la segue. Ma le perverse ambizïose usanze Che dagli anni primieri Soggiogata l’avean, a’ bei pensieri Oppongon vane idee, vane sembianze, Che ricopron di tenebre la mente. Così Martino che veduto avea Un lampo di saggezza, si ritorna Macchina come pria, A cui l’abito solo imprime il moto. E come nave in tempestoso mare Senza vele e piloto, ai folli affetti
Che lungi lo trabalzano dal porto, Riman ludibrio l’infelice; e segue A far, non punto accorto Delle interne battaglie e degli affanni, Quanto fatto egli avea da’ suoi primi anni.