Italian poem
Terra e cielo
E disse poi, con tutti i figli attorno, appiè’ d’un melo, carico di mele: “Sì: mieteremo sull’aprir del giorno.
La terra è buona: dura, ma fedele; ma è una barca, il sole per timone, e bianche e nere nuvole per vele.
Ci vuole il cielo: tutto a sua stagione; e freddo, caldo, dolce, aspro, ci vuole, e i lampi e i tuoni e il fumido acquazzone.
Il grano in prima, ebbe due barbe sole, quando escì fuori, un solo gambo in tutto. Venne la neve: — Ah! vuoi goderti il sole?
No! Soffri un po’! Metti altre barbe! Frutto non vien da seme che non sia già morto — Diè’ retta il grano. Marzo venne asciutto.
Guai se i miei campi li prendea per l’orto!
Si sa: marzo va secco, il gran fa cesto. Il gran, per uno pallido e sottile, più ciuffi mise, quanto più fu pesto.
Talliva. Allora sopravvenne aprile con le dolci acque. I giorni erano belli, ma e’ passava con il suo barile.
Passava in alto, tra un cantar d’uccelli, con una gonfia nuvoletta nera... E il gran fece il cannello, anzi i cannelli.
Doglia di verno, gioia a primavera! Tanti cannelli, tante spighe, nate d’un chicco solo; e questo chicco ov’era?
Non c’era più. Restare, a che? Pensate. Il grano intanto chiuso nello stelo, dentro le verdi lolle accartocciate,
fioriva. Unita era la Terra al Cielo.
Fioriva il grano. Erano in casa, i fiori, con l’uscio chiuso, e nuovi della vita mescean celati i loro dolci amori.
Alfin la spiga aperse con due dita l’uscio, e guardò stringendo a sè la veste. Ma come vide al Ciel la Terra unita,
anch’ella escì, ma con un vel di reste.