Italian poem
Il Monte Berico
by Giovanni Pindemonte (1751–1812)
O fra quanti ne l’alma ausonia terra Ergon da l’imo suol le verdi cime Ver la sonante region de’ nembi Facili aprici colli, o il più gradito A le Oreadi Ninfe e a le Napee, O dolce al guardo mio, caro al mio core, Berico monte, io ti contemplo. E’ vaga La faccia de’ tuoi gioghi; i giorni tuoi Brillan sereni e puri, e di tue notti E’ soave il silenzio. Io ti rimiro Da le tue falde; e tu superbo sorgi In tua bellezza maestoso e immoto Le moli architettoniche, le mura Turrite, e i vetusti archi de l’amata Tua soggetta città guardi e vagheggi. Verde manto di fresca erba ti copre L’agevol dorso che s’adorna e cinge D’arboscei varj ne la pompa alteri De le fronzute chiome, e di feconde A’ rustici mariti olmi ramosi Congiunte viti. I fianchi tuoi squarciati Da l’aratro ingegnoso onde vestirli Di bionde messi, e le tue vaste spalle Sparsi qua e là superbi tetti, ameni Giardini, aurei palagi, e ricchi alberghi Godon di sostener: e Tempio augusto A la petrosa tua fronte è cimiero. Inoltro il passo pe’ tuoi clivi assorto Ne le tue meraviglie, e un fiato io sento Consolator d’aura gioconda, un nuovo Lusinghiero diletto, un moto interno Di gioia natural, che dalla fronte Mi discorre a le piante, e in ogni fibra Mi serpe, mi conforta i lassi spirti, M’apre e dilata il cor, m’inonda i sensi, E mi riempie di dolcezza sempre Tanto crescente più, quanto più salgo E al tuo vertice anelo. O ch’io trascorra Il portico devoto, opra romana, Che al gran Delubro adduce; o il trionfale Arco trapassi, e le marmoree scale A passi lenti ascenda, o il piè rivolga Pel ripido sentier del nudo sasso Che sostien la magion, de gli aquiloni Scopo a l’ingiurie, e che dal vento ha nome; Sempre nove bellezze, e nove scene Ridenti, e novi multiformi aspetti Mi si paran d’innanzi. Ah! del mio ciglio L’attonito stupor, de la mia calda Pittrice fantasia gli agili voli, E i dolci affetti del mio cor commosso Si dividon fra lor natura ed arte. Giungo su le tue vette, ed ah qual vasto Teatro di portenti! oh cari oggetti! Oh delizie del saggio! oh piacer puro Soltanto da gli Dei concesso ai sacri Cultori de le Muse, e tolto all’alme Vulgari di color, che affascinati Dal mondan fasto, e troppo a tutti noti Sono ignoti a se stessi! ovunque intorno Io mi rivolga, immobil resto, e sento Quasi rapito in estasi soave Farmi di me maggior. Giro lo sguardo Là dove l’igneo condottier del giorno Tremola d’Orïente in su le porte, E il guardo mio senza confine, o meta Nel vasto spazio s’inabissa e perde De l’ampia immensurabile pianura, Che giunge sin colà, ve’ le paludi Salse cerchian l’altera, opra de’ Numi, Gran pupilla del mar, città sovrana. Di prati folti di fiorita erbetta Fecondati de’ placidi ruscelli Dal cristallino umor, di ben partite Colte campagne da frondose schiere Di salici, di ontan, di pioppi e querce, E di celibi gelsi, e di feraci Viti divise; e seminate e sparse Di ville, di palagi, e d’abituri Da vicino offre il verdeggiante piano L’aspetto incantator, che a poco a poco Poi si dilegua, e si confonde e mesce Ne l’azzurro Orizzon. Torreggia in fianco Di Montegalda la vetusta rocca, E le sparute cime ergon da lunge Gli Euganei colli, e più lontan, de’ nembi Se il nebuloso vel ceda di Febo Al raggio vincitor, l’occhio discerne Le guglie eccelse de’ famosi templi, Che Brenta adora, e le Antenoree scopre Mura ospitali del saper. Là dove De’ gelidi Trïoni il fiato spira Men vasta, ma più varia e più vivace S’apre l’adorna scena. Ampia campagna, Pingue regno di Cerere e di Bacco, In cui terre e borgate e case e ville Quasi formicolando, a cento a cento Rompono il verde strato, appo le mura De la cittade appar. Colline e balze Frenan lo sguardo che da lunge ammira La turrita Marostica, il ridente Bassano, Asolo ameno ove cotanto Si ragionò d’amore, e al fin s’incontra Ne le opposte sublimi, antica fede De gli ammansati Cimbri, alpi canute. Piegando in ver l’occaso, io veggo altera Del selvoso Summan ferir le stelle L’ardua fronte bicipite, e più addietro Gli aspri ciglion di Recoar che tanto Per le acidule è chiaro acque salubri, E per alpestri rocce e cavernose Tane di lupi nota la nevosa Marana che del Berico divide Quel sovra ogni altro ameno, che il reale Con precipite corso Adige irriga, Sempre caro al mio cor terren felice, Che i miei vagiti udì. Sorgon più basso Di Creazzo i ben colti aprici colli A far leggiadra mostra, e incoronati Quei di Montecchio di tarlate torri, Di mezzo infranti merli, e di avanzate Ai secoli guerrier gotiche mura, La passata barbarie, e de l’alato Veglio divorator pingon gli oltraggi. Verso il meriggio si restringe e serra Lo spettacol gradito, e sol presenta A l’occhio indagator propinqui oggetti. Ma non men bello è il rimirar vicine Di Gogna, d’Arcugnan, di Spìanzana Le petrose villette, e le secrete, Nido di solitaria incolta gente, Ermetiche mura, e i nemorosi Di Valmarana taciti burroni: Luoghi abitati da un orror soave, Da una dolce tristezza. O amato Monte, Sazio non mai di rimirar d’intorno Quai di te dico cose, o quai tralascio? Quali accoppio o disgiungo? A te, o beata Dimora al genio, ed ai piaceri amica, Cedano a te Parnaso, Olimpo, ed Ida, E trasportino in te le Muse, i Numi, E le Grazie, e gli Amori il lor soggiorno. Ma che vegg’io? Fausto è l’augurio. Esulta, Berico monte, e ti solleva, e godi Di tua nova ventura. Ecco avverato Il felice presagio, e or più non hai Di Grecia i colli a invidiar. Non vedi Qual donzella un de’ tuoi più cari figli Peleo novello di Nereide amante Toglie a l’Adria, e a te guida? Essa di Musa Ha l’ingegno, ha la pura alma di Nume, Ha negli atti le Grazie, e Amor nel ciglio.