Italian poem
Per la morte di Girolamo Pompei
by Girolamo Pompei (1731–1788)
Già tre volte d’orror cinto e di gelo Nudò il verno le selve, e di novella Spoglia altrettante s’ammantò ogni stelo;
Poichè da morte ai buon sempre rubella Tolto a noi fosti, o caro amico, e il volo Spiegasti ratto alla natìa tua stella.
Quanto io piansi per Te! ma un verso, un solo Verso non ti sacrai; che sul tuo fato Confusa e muta mi ritenne il duolo.
Da me il canto fuggì; mesta da un lato La mia cetera giacque, e più non rese, Se pur tentai le corde, il suono usato.
Così poichè di Cuma ai lidi scese Dedalo per sentiero audace e strano, E il remeggio dell’ali a Febo appese,
Tentò due volte il duro caso invano Del Figlio effigïar; due l’affannata Cadde vinta al lavor paterna mano.
E pur cara, diletta, Ombra onorata Tu il mio tacer condanni; ognor gridarmi Ti sento, quasi me chiamando ingrata;
Suonami in cuor tua voce; udirti parmi Dir: perchè intorno al cener mio non fai Piangere, o Lesbia, i tuoi teneri carmi?
Se furon già dolce mia cura, il sai: Lena io lor porsi, e non avvezzi ancora A più sublimi voli io gli addestrai:
E teco, oh rimembranza! io pur talora Venni cantando, e ne ascoltàr giulive Le selve che l’amato Adige irrora.
Oh selve, oh fiume, oh glorïose rive! S’ora voi siete squallide e dolenti, Ben è ragion. Decilio ahi! più non vive.
Voi lo vedeste un dì puri innocenti Piacer gustando di sua età nel fiore Le labbra sciorre a pastorali accenti;
Ed or lungo un bel margo, or fra l’orrore Degli arbori più cupi in dolce canto D’Amarille accusar l’aspro rigore:
E a que’ lamenti suoi misti col pianto Oh come in voi la non fallace spene Di ciò ch’Ei fora un dì, cresceva intanto!
Tal d’ampj faggi assiso all’ombre amene, Silvestri note meditar godea, E modularle al suon di tenui avene,
Il chiaro Vate, che svegliar dovea Poscia l’epica tromba, e i varj errori Del Trojano cantar profugo Enea;
E fra umili capanne, e fra pastori Nasceva il carme, che rapì all’Argive E alle Lazie contrade i primi allori.
Oh selve, oh fiume, oh glorïose rive! Se lungo duolo ancor vi attrista e fiede, Ben è ragion. Decilio ahi! più non vive.
Quand’Egli mosse alla stellata sede Noi qui lasciando sconsolati, oh quante Fer di un lutto comun lagrime fede!
Pianser le Muse il lor perduto amante, E pianser d’Elicona al pianto loro Le conscie rupi, e le vocali piante;
E colle Grazie uniti in flebil coro I candidi costumi, e le più rare Virtù dier segno di crudel martoro.
Ma più la Patria sua dagli occhi amare Versò fonti di doglia, e al Ciel rivolta Chiamò fiero il destin, le stelle avare;
Poi colla chioma rabbuffata e sciolta Il funesto baciò gelido sasso, Ove la cara salma era sepolta.
Nè più sapendo quinci trarre il passo, D’Andromaca simìl, gran lai s’udìo Mandar dal petto addolorato e lasso.
E che valmi, gridava, o Figlio mio, Se pur vive il tuo nome in bronzi, o scolti Marmi, contro cui frema il tardo obblìo?
Che mi giovano i lauri intorno avvolti A quest’urna feral, se il Ciel prescrive Ch’io non ti vegga più, nè più ti ascolti?
Oh selve, oh fiume, oh glorïose rive! Se al volger d’anni il vostro duol non cessa, Ben è ragion: Decilio ahi! più non vive.
Lassa! ond’io sia più dal cordoglio oppressa S’affaccia al guardo mio di Lui, ch’io persi, La trista immago in ogni oggetto impressa:
E con lacero core, ed occhi aspersi Di calde stille, giusto è ben che in bando Starsene io lasci e la mia cetra, e i versi.
Ma fin ch’io spiri aure di vita, e quando Il dì a noi riede, e quando in mar si asconde, Decilio andrò Decilio ognor chiamando:
E da queste, ove or seggo, Orobie sponde Alle mie note di conforto prive Mesti gli arbori, i sassi, i venti, e l’onde Risponderan: Decilio ahi! più non vive.