Italian poem
L'incontro di Giacobbe ed Esaù
by Giulio Carcano (1812–1884)
ra nel tempo, che la terra udía De’figliuoli di Seth l’ingenuo canto; Quando il Signore a visitar venía Gli antichi padri del suo popol santo, E propizio dal monte a Lui salía Del patrïarca l’olocausto e il pianto; Il pianto, eterna eredità d’Adamo, Ed all’Eden perduto alto richiamo. Oh! Da quel dì che del dolor lenta Nube coverse il ciel, la terra e il mare, Poi che il primo fratel con vïolenta Mano asperse di sangue il primo altare, Germinò da quel dì mala sementa D’ira, d’invidia e di fraterne gare; E la morte quaggiù col sangue ha scritto
La ragion del più forte e il ferreo dritto. Ma tu, Signore, ai dolorosi figli Un raggio almen di tua pietà lasciasti! Coll’immota virtù de’tuoi consigli Le guerre antiche del furor temprasti; Tu, sui campi di sangue ancor vermigli, I popoli al tuo piè cader mirasti; E al tuo trono salì l’inno novello È il fratel che perdona al suo fratello. — Appar la luce della casta aurora Nell’azzurro de’cieli interminato; Un roseo vel diffondesi e vapora Soavemente acceso e digradato; Ed i palmeti di Seïr colora Del tiepido orïente il novo fiato Già l’aer bruno in faccia al sol vanío Come un incenso che s’innalzi a Dio. Ed alla prima ora del dì, nel piano Della terra d’Edóm, scendeano a lento Ordine in riva dell’umìl Giordano Di Giacobbe i pastor col vario armento. Davan le spalle a’monti ed al lontano Di Manahïm silvestre accampamento; Ove al primo apparir del dì sereno Gli angioli del Signore a lor veniéno. Giacobbe, il benedetto pellegrino, Solo e pensoso dietro a’suoi discende E rimembrando va lungo il cammino Gli anni passati e di Labán le tende; E la voce di Dio che il gran destino A lui promise, e a ritornar gli apprende Per quella via che nella patria guida,
Ove il fratello di placar confida. I corsi tempi a lui veníano: innante Si vede ancora il cieco padre antico; Pensa all’inganno della madre amante, Che il primo nato gli facea nemico, Quando il veglio gl’impose la tremante Man sul capo e sclamò: Te benedico! E pargli udire il pianto e l’urlo istesso Ch’Esaù mise all’usurpato amplesso. Ritornano i messaggi, e nunzian mesti L’armate schiere del fratello: ond’ei, Piena la mente di pensier funesti, Si prostra e prega: — O Dio de’padri miei! Dio d’Abramo e d’Isacco! a me dicesti: Riedi alla terra dove nato sei; Novo ben ti darò: pur veggo, o Dio. Che indegno ancor di tua pietà son’io. Non merto, ah no! la veritade ond’hai Le tue promesse antiche a me serbato: Solo, col mio bastone, un dì varcai Quest’onda fuggitivo e sconsolato. Ora, o Signor, per te qui ritornai Di due seguaci torme accompagnato: Ma l’ira d’Esaù nel cor mi preme, Ch’ei non m’uccida madri e figli insieme. — O tu che sempre mi guidasti a bene, E innumerabil seme a me destini Come le stelle in cielo e in mar le arene, Fammi ancor segno agli occhi tuoi divini! Vedi Esaù che nel furor sen viene Della natal contrada in sui confini: Tu poni nel mio cor l’umile affetto,
E tu spira d’amor sensi al suo petto. — Disse, e mandava il fior delle sue tante Greggie al fratello, perchè a lui perdoni: Dugento capre e pecore altrettante Venti arïéti, e a par venti montoni; Trenta cammelle in un con la lattante Lor prole, e dietro a questi eletti doni Mandava ancor giovenche e tauri molti, E somieri e puledri insiem raccolti. E quelle torme a’servi suoi commise, Dicendo a lor: Dinanzi a me n’andate: D’alcun tratto fra lor così divise L’una appo l’altra ad Esaù guidate. — E al primo che movea: Quando tu avvise Venir da lunge le sue turbe armate, A rincontrarlo vanne; e dov’ei chieggia Di chi sei, dove vai con questa greggia: Del tuo servo Giacobbe io sono, e vegno In suo nome, rispondi, a te d’appresso: Egli a te manda d’onoranza in segno Questi doni, che offrirti è a me concesso; E, se di grazia al tuo cospetto è degno, Sull’orme nostre già ne viene ei stesso.” E agli altri servi, che partìan dappoi Così del paro indisse i cenni suoi. Mandati i doni, egli sostava in quelle Piagge per tutto il dì, nel campo ov’era. Venne la notte, e al lume delle stelle Uscito di nascoso alla riviera, Seco menò le mogli con le ancelle, Gli undici figli e la restante schiera. Poi guadò il fiume, ov’era cheta l’onda,
E trasse tutti i suoi sull’altra sponda. Solo restò Giacobbe. Ed ecco innante Un uom gli venne in mezzo del cammino: E senza dargli posa un solo istante Fece a lotta con lui sino al mattino. Ma allor, veggendo ch’ei reggea costante Alla sua possa, lo serrò vicino, Gli toccò il nerbo della coscia; ed ecco Sfibrossi a un tratto il nerbo e si fe’secco. E l’uomo disse: — Lasciami, su via, Poiché l’aurora in cielo ascende omai. — E replicò Giacobbe a lui: — Non sia, Se benedetto, anzi partir, non m’hai. — — Il tuo nome qual è? — l’uomo seguía. Ed ei: — Giacobbe — Or ben, tu non sarai Giacobbe, ma Israël nomato in terra, Poiché gli uomini e Dio vincesti in guerra. — Tu pur mi scopri il nome tuo: gli disse Giacobbe. — A che il domandi? rispondea; Indi, siccome ei volle, il benedisse; E Giacobbe prostrato si tacea. Di Péniel a quel sito il nome indisse, Sclamando: — Faccia a faccia io qui vedea Il Signore! e pur salva è la mia vita! — E poi si mosse per la via romita. Sorgeva il sole, e zoppicando ei giva Per la tocca giuntura: ond’è che poi Di cibar quella fibra ognor fu schiva La prole d’Israello insino a noi. E frattanto Esaù ratto veniva Verso il fratello co’guerrieri suoi. Leva gli occhi Giacobbe a quella parte,
E i fanciulli in tre schiere indi comparte. Le ancelle con la prole ei pone innante, E presso a lui cinta da’figli è Lia; E, con Giuseppe al suo fianco tremante, Rachele bella l’ultima seguía. Giacobbe a lor precede, e con sembiante Mesto il fratello a riscontrar s’avvia: S’inclina sette volte infino a terra; Ma Esaù lo solleva e al cor lo serra. Lo serra al cor con lungo abbracciamento. E lo ribacia: e piansero amendue. Svanía tutto il passato in quel momento; E fise a riguardarli eran le due Spose sorelle, in tacito contento, Iddio laudando e le grandezze sue. E l’occhio d’Esaù su lor discese: — E chi son elle? al fratel suo richiese. — Son le donne e i fanciulli che concesso Ha il Signore al tuo servo, egli rispose. Vennero allora, e quando fur d’appresso, S’inginocchiaro i figli e le due spose. Tutte, alla vista del fraterno amplesso, Si chinavan le turbe ossequïose: — E che far vuoi, quindi Esaù seguia, Di quelle genti che scontrai per via? — Giacobbe allora: — Incontro a te veniéno, Per trovar grazia presso al Signor mio. — Conserva il tuo, disse Esaù; chè pieno È il mio volere e nulla più chied’io. — Ma il fratello: — L’offerta accogli almeno, Non mostrarti al mio prego sì restío: Chè la tua fronte amica io rivedea,
E del Signor la faccia a me parea. Dunque a te vegna il mio presente accetto. Chè largo donator mi fu il Signore: Egli la mia ricchezza ha benedetto, E m’ho di tutto. — D’Esaù nel core Parlò quell’umil voce; e sì l’eletto Dono egli tenne del fraterno amore. E poi disse: Partiam, n’andiamo omai; Me tuo compagno nel cammino avrai. — E lui Giacobbe: — Il mio signor ben vede Che i miei figli mal reggono alla via; Le giovenche ho pregnanti, e a lento piede Cammina dietro a me la greggia mia. Se ad essa di posar non si concede, Tutta morta in un dì forse saría: Il mio signor deh mi preceda; e i lassi Armenti io condurrò dietro a suoi passi. Così co’miei figliuoli andrò pian piano Finché in Seïr m’accoglia il signor mio. — Almen resti una parte al mio germano Del popolo guerrier che meco uscio — Perchè mai? ripigliò: Pietoso, umano Mi desti il tuo favor; pago son’io! — Ed allora Esaù, lo stesso giorno Fece a Seïr per la sua via ritorno. E Giacobbe partì colle sue genti; Poi di Sucóte alla contrada scese. Qui tenne a breve stanza, ed agli armenti Erse capanne e tende ampie distese. I suoi pastori qui sedean contenti, Ne’riposati alberghi, al bel paese. E da quel tempo la contrada bella
Con nome amico Padiglion s’appella. In securtà seguendo il suo cammino Il pellegrin Giacobbe a Sálem venne, Che di Canäan siede entro il confino; E là sostò di nuovo e si trattenne. Pose le tende alla città vicino, E poi d’Emór co’figli si convenne; Diè cento agnelle, ed acquistò gran parte Del campo ov’eran le sue gregge sparte. E sorto all’ora del mattin lucente, Fece un altare in mezzo alla campagna. A Dio s’innalza la sua prece ardente, E l’inno pastoral che l’accompagna: Il sorriso del sol dell’orïente Tutto riveste il piano, e la montagna; Ed ei pe’figli invoca, e pel fratello
Il Dio forte e possente d’Israello.