Italian poem
Canzone alla greca in onore dell'invitto martire Sant'Ermete
by Giulio Perticari (1779–1822)
STROFE Qual di Sionne il colle Saldo è colui, che nel suo Dio confida, Non d'oste irata il crolla impeto folle Se sotto i cedri del Signor s'annida; Qual vetro, al piè gli caggiono Di Filiste gli scudi, e i brandi infranti, E le saette per lo dì volanti.
ANTISTROFE Insovvertibil, salda Qual s'eresse mai torre, a par d'ERMETE? Pendon lordi di polve, e strage calda Gli acciar de' forti da la sua parete; Ov'è il castel di Davide, Cui di Soba domata e l'elmo, e l'arco, Fean con targhe ben mille orrendo incarco?
EPODO Torre di bronzo egli è tutta n'escìo L'ira, e il poter di Dio, Il dì, che le frementi Al sotterraneo Pluto alme devote, E le nude ei spregiò spade pendenti, I fuochi, i ceppi e le fiammanti rote; Quando pugnò terribile Siccome campo armato Fuor delle tende in ordine A battagliar schierato, Quando tra i ferri estinto Cadde; e non cadde vinto.
STROFE E l'auro, e i fasci alteri, E i seggi del Tarpeo sossopra ei mesce, Invan fremono l'armi, ed i guerrieri, Che la fiamma del ciel da gli occhi gli esce; Vedil svolgente il civico Allor sudato da la mista chioma Calcar col piè la maestà di Roma.
ANTISTROFE Viderlo, e vacillaro Dai sette colli entro i delubri i numi, Distillarne gli avori, e i bronzi amaro Il pianto, e lordo odor dietro i profumi: Atterrito l'aruspice L'ostie mirò più portentose, rochi Gli augei sacrati, e in sangue tinti i fuochi.
EPODO L'atleta allor ne la fulminea guerra Stese Satan per terra, Erger d'orror le chiome Fe' di Moabbo ai prenci, e contra il forte, Ch'alto il corno squassò, Signor d'Edome Impetrò il braccio, onde gl'iniqui han morte: Già qual fra vampe stoppia L'opra de l'uom si solve; I Dei del Campidoglio Fumo son già, son polve: Su loro il fulmin piomba: Ov'ebber soglio, han tomba.
STROFE In su le rosee soglie Del giorno eterno si posò il guerriero, E al trono de l'Agnel le opime spoglie E l'asta appese, e il tremulo cimiero; Il capo, e il crin sanguineo De l'alta verdeggiò ghirlanda avvinto, Un dì mietuta in val di Terebinto.
ANTISTROFE Or degli eterei Campi Fra la perpetua pomba alto ei trascorre, E Dio rimira passeggiar fra i lampi, E i vanni e l'ire ai fulmini disciorre: Deh! tu, che il miri, placalo, Tu il folgor spegni, che su noi s'aggira; Tu in Dio cangia di pace il Dio de l'ira.
EPODO Mal nati noi, s'ira persiste irata! Ahi tutta orba, infuocata, Arsa vedrem la terra: E scossa, e sparsa, ed in se stessa volta Tra la fame vedrassi, e tra la guerra La protervia degli uomini sepolta. Alto ogni mar sommergere Vedrem fanti e cavalli, Fatte vedrem Pentapoli Tutte fumar le valli, E a tanto lezzo poco L'onde saranno e il foco.
STROFE Me illeso a l'alte cime, Me chi trarrà fra le selvette ombrose E l'aure e i fonti dell'Ermon sublime? Ivi cento nudrii gran palme annose, Onde corone intesserne Al forte, al divo, e ne l'eterno giorno Farne suonar Gerusalemme intorno.
ANTISTROFE Ma qual di mirra odore, Qual di nardo odor quest'aura innonda! Come doppio raggiar veggo il fulgore, Che sa l'olivo nutricar feconda! Quando in tal giorno addoppiano D'incenso, e d'ostie le città, i regnanti! Quai fior cosparge il Vaticano, e canti!
EPODO Salve, o gran dì di palme incoronato, Figlio di sol beato! Per la cilestra spera Tu d'ERMETE col nome a l'alba splendi, Tu i crin tergendo luminosi a sera Col gran nome d'ERMETE al mar discendi; Tu allor, che volti in cenere Monti cadranno, e campi, Tu allor, che in mezzo l'etera Non serperan più lampi, Le già infrante del tempio ultime mete Saprai col nome sorvolar d'ERMETE.