Italian poem
Fra le Vendemmie, e i Torcoli
by Iacopo Angelo Nelli (1675–1767)
Fra le Vendemmie, e i Torcoli, Fra gente rozza, e ruvida Ricevo oggi Domenica Il tuo gentil Capitolo; ll qual tanto di giubilo, E tanto d’amor tenero Mi ha infuso nelle viscere, Ch’io non lo posso esprimere. Son rari, anzi rarissimi Gl’Amici, ch’abbian l’anima Come la tua sì candida, Si schietta, e sì benevola. Ivi Per entro mirasi Un certo spirto nobile, Che caritade appellasi, E giova tanto al Prossimo: Felici noi, se splendere Come dovrìa, vedessimo Ne’ cuor di tutti gl’uomini Virtù cotanto amabile! Non sentiriasi ’l fremito D’armi, di trombe, e timpani, E d’infiniti Popoli, Che gl’un gl’altri s’uccidono. Nè sì vedrìan le lagrime Di tanti miserabili Ciechi, Pupilli, e Vedove, Ch’odio, e avarizia opprimono. Sotto la bella immagine Di fede, e d’Amicizia Non staria ascosa in maschera Per ingannar la fraude. Le regole, e le massime, E tutta la Politica Del Machiavello incredulo Più spaccio non avrebbono. Vedreste andarne libere Da taccia, e da’ pericoli Matrone, e Figlie nubili Sole per strade pubbliche. Il Passaggier, che carico Di merci, e d’or sen valica Il Mar, e strade asprissime, Andria più lieto, e intrepido, Da lingua empia maledica Certo saria ogni Femmina Sicura entro una Camera, E nel Convento il Monaco: Nè fra l’oscure tenebre Pretenderia discernere Gl’altrui pensieri, e l’opere ll temerario Giudice. Ma ohimè quanto siam miseri Il Mondo è pien d’insidie, Di fiato amore, e d’animo Al tuo molto dissimile. Chi è quel, che metta in pratica Ciò che le Leggi vogliono, E all’Amico dilucidi Quel, che certo può nuocergli Vede talun, che a frangersi Sovra d’un scoglio rigido Vanne Nocchier non pratico; Ed ei sen ride, o tacesi. Chi sotto l’erbe tenere Scoperse ascoso l’aspide, S’altri di cuor là provasi, Lascia, che ’l punga, o mordalo. L’arte del saggio vivere Pochi son, che ben sappigiano, O per cagioni perfide Di non saperla infingonsi. Anzi i lor vizi orpellano Di virtuoso lucido, E sotto falsa specie Il mal col bene adombrano. Il Ricco, che vuol suggere Per avarizia al Povero Quel poco, onde nutricasi, E non apparir empio, Inventa mille cabale, Mille scritture, ed obblighi; Poi dice: la conscienza Non vuol, ch’io mi pregiudichi Ciò che lasciato vedesi A Figli, ed a’ miei Posteri A me s’aspetta esigerlo, Per non esser colpevole, L’altro, ehe per invidia Il suo Compagno lacera, Dice, che il zelo spronalo A dire il Vero al Principe, La Donna, che imbellettasi, E per mal fine adornasi, Mostra ciò far per rendersi Al suo Consorte amabile. Quei poi, che portan Chierica, E voglion... Ma che stolido Son io a far la predica A chi ne legge in Cattedra? Vedete come l’Adria Risplende per quell’unico, Che luce potè crescere Anco all’istessa Porpora. Oh! qual ben giusta laude Per tutto il Mondo spargere D’esso la Fama giubila, Ed è fama veridica. Dall’Arbia altri quì vennero, E dall’Arno, che abbondane, Fra quali un, ch’è delizia D’ogni gentile spirito. Tutte le Grazie unitesi D’un bel serto incorenanlo, E la Virtude, e ’l Merito Fan strada alla sua gloria. Quì la Musa fermatasi Osserva dal grand’Atrio Uscirne tutte squallide Fiuzion, Discordia, Invidia Dietro alle quai sen fuggono I Vizj tutti, e stassene In mezzo al bel Palagio Delle Virtudi il Genio. Senza cercare altr’Aola Quì poso il piede stabile Anch’io, nè punto curomi Di ciò che altrove facciasi, Per me, che non so fingere, E l’adolare abbomino, Certo non posso scegliere Più caro domicilio. Dunque le vostre regole Saran per me superflue, Ma non per questo sprezzole, Anzi ve ne ringrazio. E quando sarem prossimi, Farovvi ben conoscere Con mille amplessi teneri, Che v’amo, e quasi adorovi.