Italian poem
I due Passerini
by Lorenzo Pignotti (1739–1812)
O tu cui di man propria, Amor formar elesse Sul modello di Venere E questo ancor corresse;
Tu che il vivace spirito Tempri con tal saviezza, Che fra i tuoi rari meriti Il meno è la bellezza:
E fia ver che di triplice Benda sì Amor ti cinga Che a grave irremediabile Follía già già ti spinga?
Che in nodo indissolubile Unir ti voglia a un stolto Amante, che altro pregio Non ha che un vago volto?
Miralo: l’alma stupida Traspare ai guardi, al gesti; Se pur alberga un’anima In queste umane vesti,
In quella polpa inutile Entro del cranio ascosa Che in vece a lui di cerebro Diè Natura dubbiosa.
Se a un bruto irragionevole O a un uom dava la vita, Di senno una ancor languida. Traccia non è scolpita.
Tu il sai, leggiadra Fillide, Ma pur la ria passione Di così folte tenebre Ti offusca la ragione,
Che giungi fino a credere, Che non sia sminuita Quella fiamma che accendeti Per tutta la sua vita,
So contro Amor che deboli Son le ragioni e vuote, So che una donna amabile Il torto aver non puote;
Onde non già per vincere La tua follia diletta, Narrarti sol per ridere Vo’ breve favoletta.
Sul fianco aprico e florido D’agevole collina, Che con pendío piacevole In sen d’un rio declina,
Ramose piante intrecciano La chioma lor frondosa E verdeggiante formano Amena stanza ombrosa.
Pe’ verdi rami scherzano Con lascivetti voli, E d’Amor note cantano I flebili usignuoli.
Quivi il fanello stridulo, La tortora qui geme, Qui tutta par l’aligera Famiglia accolta insieme.
Di questa stanza rustica Tra d’erbe verdeggianti Felici si viveano Due Passerini amanti;
E d’un amor scambievole Tant’erano infiammati Che mai non si mirarono Se non accompagnati,
Parea, che un’istessa anima Con artificio ignoto In un tempo medesimo Desse a due corpi moto.
Per l’aria insiem volavano L’uno dell’altro appresso, Indi si riposavano Sul ramoscello istesso.
Insiem vedeansi pendere Sull’ondeggiante e bionda Spiga, ed il rostro immergere Insiem nella fresc’onda.
Indi con note tenere E armonici concenti, Parea, che cagionassero In armoniosi accenti:
Entro del seno concavo D’un’alta querce antica Prendeano insiem ricovero Poi nella notte amica.
E benchè sciolti e liberi In mezzo alla campagna, Ella altro amante, ei scegliere Potesse altra compagna,
Ella fu sempre stabile Ai primi affetti sui, Ella con fè reciproca Non seppe amar che lui.
Ma della sorte prospera Sempre è il favor fallace; Sul mal piè fermo e instabile Stassi il piacer fugace.
Un dì che insiem gioivano Fra gli amorosi affetti, Di cacciatore barbaro Restâr fra i lacci stretti,
E quasi Marte e Venere Nell’ore lor più liete, Colti e legati furono In improvvisa rete.
Entrambi allor si chiudono In gabbia angusta, e insieme Forzati sono a vivere In fino all’ore estreme.
Ma oh strana ed incredibile Mutazïon d’affetti! Ciò che bramaron liberi Abborrono costretti.
Viver insiem bramarono Fino all’estremo fato; Or che per forza il debbono Ciascuno è disgustato.
A contenerli è piccola Ora una gabbia sola, Accanto più non posano, Chi qua, chi là sen vola.
Ognora si querelano, Già l’odio è dichiarato, Già già di sangue tingono Rabbiosi il rostro irato.
Convien alfin dividerli In due gabbie distinti, O da furor scambievole Cadono entrambi estinti.
Udiste la mia favola? In questa è al vivo espresso Il maritale vincolo Com’è di moda adesso.
Vincolo non da simile Indole ben formato, Ma da un capriccio fervido Che muor appena nato.
Pria d’entrarvi, la gabbia Guarda con occhio attento, Chè vane fian le lagrime Quando vi sarai dentro.