Italian poem
IV. - Parte la sua Ginevra; come...
Deh! chi sent’io, mie dolci rive amiche, che pur di sen vi svelle mio bel Genebro, e ’n quelle altre il ripon di voi tanto nemiche, e di voi meno apriche? Anzi piú; ch’or da voi par vòlti il ciel là tutti i lumi suoi?
Come piange Arno, e corre oltra l’usato tempestoso e ’nsano, sol perché a mano mano il bel Genebro suo si sente tòrre; cosí ride, e pian piano or vassene, e piú queta e piú lieta che mai la bella Sona, che di lui s’incorona e per lui spera eterna primavera.
Onde pur, lasso, al faticato fianco avrò piú qualche posa? La dolce ombra amorosa del mio Genebro altero or ne vien manco; man rapace invidiosa svéglielo de’ nostr’orti, e par sí lunge, oltr’a quell’alpi, il porti, che piú né seguitarlo spero né ritrovarlo.
Or pur cadrò; m’è tolto il mio sostegno e piú saldo e piú fido; né, se ben piango e grido, m’ode o si piega il mio nemico indegno. Ma come tanto sdegno in ciel ver’ me sí tosto? in ciel ch’or m’avea posto in parte da bearme, or congiurato par tutto a dannarme?
A che pur tante e tante, Amor, versarmi in grembo tue ricchezze, e di tante allegrezze il cor colmarmi, per or piú che mai farmi e povero e doglioso? In ciel beato, lasso! fui poco; or cággione, e dannato per sempre; né giá mio (e questo è ch’io mi doglio) superbo orgoglio od altro fallo rio.
Per troppo aspro viaggio e lungo il giovin mio Genebro porti. Deh! no ’l trar di quest’orti cultor! deh, sia piú saggio! Ahi, ch’ogni picciol raggio di sole, ogni aura leve gentil fronda, e ramo, come i suoi, seccane e sfronda!
Ne riponeva in ciel, pianta al ciel grata, tua bella vista sola;
ne riponeva in ciel, pianta beata, l’ombra ch’or mi s’invola. Ahi, folle e dispietata man che d’orto sí bel ti sveglie e parte, misera! e per piantarte ove? in gelata riva, ove fior maggio a pena o fronde ha viva.
Alli esperidi orati alteri frutti le foglie d’un Genebro i’ pongo avanti, e ’l vago stelo a tutti i piú dritti arboscei de li orti santi, e ’l vivo verde a quanti smeraldi mai dienne il piú ricco lido. Però grido: — Quell’empio che men priva, m’invidia ben ch’io viva.—
Ancisa or la mia speme, anima illustre, cade a tua partenza, come vite che senza sostegno atterra le sue frondi estreme; e qual fior, s’altri il preme, il suo bel giallo o rosso, ella tal perde il suo vivo bel verde.
Toltomi, Amor, del mio Genebro amato l’odor di che nudrissi il cor, né d’altro io vissi, questo or sia del mio sen l’ultimo fiato; né vo’ che di mio stato tu curi o mi soccorra, e schivo tutti tuoi piú salubri frutti; anzi tuo latte e mele odio qual tòsco o fèle.
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