Versos Italian Luigi Richeri Il Ritratto

Italian poem

Il Ritratto

by (1757–1830)

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Se il titolo bastasse di poeta, O ’l vivace desio di farti omaggio L’ingegno ad affidar volto alla meta Che vince in lustro l’Apollineo raggio, Il tuo cantore in un balen farei, E sarian di te degni i versi miei.

Ma sol che in te m’affisi egregia Donna, Cui fan corona cento pregi e cento, Che del sesso non hai fuorchè la gonna, E l’invidia ne sei e l’ornamento, Tremo all’impresa e non mi vedo adatto A ben pennelleggiar il tuo ritratto.

Di natura copiar il vario bello Lo studio è de’ poeti e de’ pittori, Ma quando inimitabile modello Offre forme celesti, almi colori Ci vuole un Raffaello od un Tiziano, A cui natura sol reggea la mano.

Tu sei questo modello, alma Teresa, Ed io non sono il gran pittor d’Urbino: Dunque dovrò lasciar sì degna impresa E torcere dall’arduo cammino? Ah no, si tenti: la natura invoco, Ella doni a’ miei versi anima e fuoco.

Già col magico prisma fantasia Le vario-pinte immagini m’addita, E con aria celeste l’Armonía Le tese corde a tasteggiar m’invita; Sol vi manca, o Teresa, un tuo sorriso E divengo pittor all’improvviso.

Dalla fronte comincio ove balena Il sì raro candor nel tuo bel sesso, Poscia de’ vaghi lumi la serena Luce dipingo, ov’è quel dolce espresso, Di magico poter che ignota desta Ne’ sensibili cor grata tempesta.

Discendo al labbro, ov’han leggiadra sede Il riso lusinghiero, i molli baci: Ah qui la musa il suo pennello cede Al nume scotitor d’accese faci; Egli che sol di tai dolcezze è fabbro Al vivo puote ricopiar quel labbro.

Ecco le gote morbidette u’ ’l giglio Alla rosa contrasta il primo impero; Non ha Flora il sembiante sì vermiglio, O l’Aurora più roseo il sentiero; Il naso profilato, il picciol mento E la chioma che sparsa ondeggia al vento.

Poscia il tornito alabastrino collo A se m’invita e ’l palpitante seno... Ahi qui non basta il tuo favore Apollo E la scola pittorica vien meno! Poi, un Genio pudico mi divieta Di quella colorir beltà segreta.

Già sorge il busto e i rilevati fianchi E la gamba leggiadra e il piè sottile: Al lavoro non è parte che manchi, E di natura ricopiai lo stile; Ma se vedo il ritratto e poi Teresa I diffetti dell’arte mi palesa.

Si ritocchi il lavor; vieppiù risplenda L’artifizio dell’ombre or fosche or lievi; Quindi quel fuoco animator discenda Che le grazie native appien rilevi, Ma qui ci vuol di Pimmalione il vanto; Nella tela non passa il dolce incanto.

Eccomi giunto alla metà dell’opra, Ma quella che mi resta è più sublime; La sua bellezza interna è d’uopo i’ scopra Più degno scopo dell’ingenue rime; E son qual chi dalla collina al monte Osserva dilatarsi l’orizzonte.

Addio terrestri scene; or mi si para Una celeste nobil prospettiva; Qui sorge alla virtù magnific’ara Che sdegna i fregi della scola Argiva. Qui Teresa non è donna, ma Dea, E novello di cose ordin si crea.

Ninfe, cui rende la beltà fastose, E più gli omaggi che l’amor curate, Costei vedete in cui natura pose Quanta splender quaggiù puote beltate, Che quasi non sapesse d’esser bella In aria comparir di pastorella.

Se poi l’udiste favellare, oh quanto Dall’uso femminile si diparte! Ella di mode non descrive il vanto, O va citando romanzesche carte, Ma seguendo le traccie del buon gusto S’attiene al meglio e sa colpir nel giusto.

Pregia i talenti altrui, il suo nasconde, Di satirico fiel non sparge i detti, E l’impostura al doppio stil confonde; Attragge a un tempo e sa frenar gli affetti, E parli o taccia, di prudenza ognora Segue le norme e la virtude onora.

Ama le Muse, e basterìa tal pregio Per aver dritto a più sonoro canto; Chè dove annida questo seme egregio Di sensibile cor s’unisce il vanto, E sembra che de’ versi l’armonia A’ dolci affetti in cor schiuda la via.

Come fiamma riverbera sua luce, E l’eco ripercote i chiari accenti Il metro soavissimo conduce Armonici diletti e bei contenti; Infin tra la dolcezza e poesia Compatisce perfetta analogia.

Io non vo’ dir ch’abbia Teresa attinto Da soli carmi tanta gentilezza; Chè profuse natura in lei l’istinto Di grata inimitabile dolcezza, Ond’è che forma il centro e la delizia Di chi seco divide l’amicizia.

Oh nome augusto, cui profana schiera Osa vantar nutrendo affetti pravi, Tu di sabil piacer origin vera Ch’hai di quest’alma le secure chiavi, Tu sì che regni in lei soave e pura, Riverbero fedel della natura.

Non è sì terso limpido ruscello, O superficie di ridente lago, Come il suo core d’amistà modello Di cui sul viso ne traspar l’immago; Infin dell’artifizio femminile Ella non copia l’ordinario stile.

Ma dove lascio il maritale affetto Che ferve in lei come nel dì primiero Che allo sposo sensibile diletto Giurò sull’ara il fido amor sincero, E la materna tenerezza ond’ella Vezzeggia la sua prole tenerella.

Ah questo vanto i fregi suoi corona E corona pur anche il mio ritratto; Dalle rive del florido Elicona Scendo e la cetra ed i pennelli adatto, Poscia ne’ miei pensieri irresoluto Non so se rechi a lei l’umil tributo.

Ella sdegna le lodi e pur minori Sono del ver in quest’abbozzo mio; Invano co’ poetici colori Tentai ritrarre quel fulgor natìo, E rivedendo la mia rozza tela I miei difetti e il folle ardir rivela.

Dunque che fo tra sì contrarie voglie? Musa che già grata accoglienza avesti Da Teresa gentil, alle sue foglie Perchè di gir ricusi e il piede arresti? Se il ritratto non è degno di Lei, Ebber la colpa in sì formarla i Dei.