Versos Italian Melchiorre Cesarotti Oinamora

Italian poem

Oinamora

by (1730–1808)

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Come rotto dall’ombre il sol s’aggira Sopra l’erboso Larmo, in cotal guisa Passan per l’alma mia le storie antiche Nel silenzio notturno. Allor che al sonno Diersi i cantori, e nella sala appese Taccion l’arpe di Selma, allor sommessa Entro gli orecchi miei scende una voce L’anima a risvegliar; la voce è questa Degli anni che passaro: essi l’eccelse Gesta dei Duci, onde son gravi il grembo, Mi schierano dinanzi, io sorgo e afferro Le fuggitive storie, e suor le sgorgo Entro vena di canto; e non confuso Di torrente inamabile rimbombo Sono i canti ch’io verso, essi dan suono Qual della dolce musica di Luta È il gradito bisbiglio. O Luta amica Di molte corde, taciturne e triste Già non son le tue rupi allor che leve Di malvina la man scorre fu l’arpa. Luce de’ nubilosi miei pensieri Che attraversano l’anima dolente, D’Ossian il canto udir t’è grato? Ascolta O figlia di Toscar, d’Ossian il canto I già trascorsi dì richiama e arresta. Fu nei giorni del Re, quand’era il crine Tinto di giovinezza, allor ch’io volto Tenni lo sguardo a Concallin gentile Per l’onde dell’oceano; era il mio corso Ver l’isola di Furfedo, boscosa De’ mari abitatrice. Avea Fingallo Commesso a me che colle navi aita Arrecassi a Malorco: il Re d’acerba Guerra era cinto, e ad ospital convito S’eran più volte i nostri padri accolti. Legai le vele in Coicolo, e a Malorco Mandai la spada: d’Albione il segno Tosto ei conobbe, e s’allegrò; dall’alta Sala sen venne, e per la man mi prese Con trista gioia: a che, stirpe d’eroi, Vieni al cadente Re? diss’ei, Tontormo Duce di molte lancie è il Sir possente Dell’ondosa Sardronio: egli mia figlia, Oinamora gentil, candida il seno, Vide, l’amò, sposa la chiese; ad esso Io la niegai, che nimistade antica Divise i nostri padri: ei venne armato A Furfedo, pugnammo, i miei seguaci Fur vinti e spersi: a che, d’eroi germoglio Vieni al cadente Re? Non venni, io dissi, Come fanciullo a risguardar: Fingallo Ben rammenta Malorco, e la sua sala Amica agli stranier; spesso l’accolse L’alpestre isola tua stanco dall’onde; Nè tu con esso un’odiosa nube Fosti d’orgoglio; di conviti e canti Parco non fosti ad onorarlo: io quindi Alzerò il brando in tua difesa, e forse Chi ti persegue si dorrà: gli amici Benchè lontani ai nostri cor son presso. Verace sangue di Tremmor, riprese I detti tuoi fono al mio cor qual fora La voce di Crulloda, il poderoso Del cielo abitator, quand’ei favella Da una squarciata nube ai figli suoi. Molti allegrarsi al mio convito, e tutti Obbliaro Malorco, io volsi il guardo A tutti i venti, e alcuna vela amnica Non vidi biancheggiar: ma che? l’acciaro Suona nelle mie sale, e non la conca. Vieni, stirpe d’eroi; la notte è presso; Vieni alla reggia ad ascoltar il canto Della bella di Furfedo: n’andammo, E d’Oinamora le maestre dita S’alzarono sull’arpa: ella fu tutte Le sue tremule corde in dolei note Fè risonar la sua dolente istoria. Stetti a mirarla rispettoso, e muto, Che sparsa di bellezza e maestade Dell’isola selvosa era la figlia, E i begli occhi a veder parean due stelle Quando in pioggia talor fra stilla e stilla Vagamente sogguardano: s’affisa Liete in quelle il nocchiero, e benedice Que’ scintillanti, e graziosi rai. Lungo il rio di Tormulte io co’ miei fidi Mossi a battaglia in sul mattin. Tontormo Battè lo feudo, e gli si strinse intorno Il popol suo; ferve la mischia: il Duce Io scontrai di Sardronio: ai spichi infranto Vola per l’aere il suo guerriero arnese: Io l’arresto, e l’afferro, e la sua destra Stretta di saldi nodi ostro a Malorco. Delle conche dator. Gioia si sparse Sul convito di Furfedo; sconfitto Era il nemico: ma Tontormo altrove Volse la faccia vergognoso e tristo Che d’Oinamora sua teme lo sguardo. O dell’alto Fingal sangue verace, Malorco incominciò, non sia che parta Dalle mie sale inonorato: io teco Vo’ che una luce di beltà sen vegna; La vergine di Furfedo dagli occhi Lento giranti: ella gioiosa fiamma Nella tua bellicosa alma possente Raccenderà, nè inosservata, io spero, Passerà la donzella in mezzo a Selma Fra drappello d’eroi. Si disse, io stesi Nella sala le membra: avea nel sonno Socchiusi i lumi; un sussurrar gentile L’orecchio mi feri; parea d’auretta Che già si sveglia, e primamente i velli Gira del cardo, indi sull’erba verde Largamente si sparge: era cotesta D’Oinamora la voce; ella il notturno Suo canto sollevò, che ben conobbe Ch’era l’anima mia limpido rivo Che al piacevole suon gorgoglia e spiccia. Chi mai, cantava, (ad ascoltarla io m’ergo) Chi dalla rupe sua sopra la densa Nebbia dell’ocean guarda pensoso? Come piuma di corvo erra sful nembo La nerissima chioma: è ne’ suoi passi Maestosa la doglia; ha sopra il ciglio La lagrima d’amore, e ’l maschio petto Palpita sopra il cor ch’entro gli scoppia. Ritirati, o guerrier, cercarmi è vano, No, più tua non sarò: da te lontana Lassa! in terreno incognito m’aggiro Solinga e mesta: ancor che a me stia presso La schiatta degli eroi, pur ciò non basta A calmar la mia doglia. Ah perchè mai, Perchè furo nemici i nostri padri, Tontormo, amor delle donzelle e pena? Ossian si scosse a queste note: oh, dissi, Voce gentil, perchè sei mesta? ah tempra, Tempra il tuo lutto: di Tremmor la stirpe Non è fosca nell’alma, in terra ignota Non andrai fola e sconsolata errando, Oinamora vezzosa. In questo petto Suona una voce ad altri orecchi ignota: Ella comanda a questo cor d’aprirsi Dei sventurati alle querele, al pianto; Or va dolce cantrice, alle tue stanze Ricovra, e ti conforta: il tuo Tontormo Non sia, s’Ossian può nulla, amato invano. Sorto il mattino, io dalle sue ritorte Disciolgo il Re, per man prendo la bella Dubitosa e tremante, ed a Matorco Con tai detti mi volgo: o generoso Re di Furfedo alpestre; e perchè mesto Sarà Tontormo? egli di guerra è face, Egli è stirpe d’eroi: nemici un tempo Fur gli avi vostri, ma per Loda adesso Van le lor ombre in amistà congiunte, E stendon liete alla medesma conca Le nubolose braccia: obblio ricopra Le lor ire, o guerrier; questa è una nube Dei dì che più non sono, amor la sgombri. Tai fur d’Ossian le gesta allor che il tergo Sferzava il crin di giovinezza, ancora Che alla vergin regal raggiasse intorno Veste d’amabilissima beltade. Tal fui; con gioia or lo rimembro: o vaga Figlia di Luta, udisti; il canto mio I già trascorsi dì richiama e arresta.