Versos Italian Niccolò Amenta Chi turba la mia pace? E quali ascolto

Italian poem

Chi turba la mia pace? E quali ascolto

by (1659–1719)

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CHI turba la mia pace? E quali ascolto Querule voci, ed angoscioso piemo, Quai funesti d’intorno Gridi, singali, gemiti sospiri? Chi toglie al Sole i rai? Come s’è involto L’aer di nere oscure nubi Ah quanto Senza l’usato lume è mesto il giorno, Onde sembra, che morte ogn’aura spiri! Veneto Leon doglioso rugge! D’Adria la quicta, chiara,e phaoid’onda Torbida tulla, e tempestosa mugge, E in sulla secca sus vedova sponda Piangono i Cigni in dolorose gare! Il Ciel, l’aria, la terra, il lito, il mare Minaccian’onte all’alma egra e smarrita: E tant’orror l’ultimo giorno addita. Ohime! Fra le confuse amare strida, E Trevisani, e Morosin risuona Ogni spiaggia, ogni riva? Ed or di Lisabetta, or di Giovanni I nomi sento in più distinte grida. A gran bara la gente of fa corona: Or nella stessa parte altra n’arriva, Che pianti accresce alla gran turba, e affanni Oh Dio, che fia Forse de’ cari Sposi, Cui laccio egual legava i cuori, e l’alme E di pari malor vivean penosi, Portan le bare le corporee salme? E se digiunse i corpi infausta sorte, Or le fredd’ossa unisce acerba morte? Ahi sì, che annunzian manifesti accenti, La Trevisana, e ’l Morosin già spenti. Dunque son già d’Adria i bei lumi estinti Onde fian sempre oscuri i giorni nostri, Le notti senza stelle? Ne darà Borea i dì torbidi, e manchi; I prati ogn’or di gel coperti, e cinti; Piene di spaventosi orridi mostri Saran le verdi Selve, ove le snelle Damme correan fra fior vermigli, e bianchi; I vaghi augelli, che fra i rami, e i fonti Scherzavan pria, cantando in liete danze Lasceran tutt’i nostri boschi, e i monti Cercando altrove men dogliose stanze; E là in Parnaso, ove s’udìo sovente Lor nomi risuonar sì lietamente, Sol dire udrassi fra sospiri, e pianti: Ove sono i bei Sposi, amati amanti? Piange Parnaso E chi fia, che l’atroce Novella ascolti, u’ la portò la Fama, Con roco orribil suono. Che non distilli in molle pianto il cuore? L’alto Genio dell’Adria in mesta voce, E in sua ragion deluso, indarno or chiama Da rilevato, chiaro, augusto trono Ambo gli Eroi, da cui con sommo onore Egli sperava illustre, inclita Prole Che portasse, seguendo gli Avi egregi L’armi temute dove nasce il Sole, Per la gran Patria ornar di nuovi fregj: Prole, che ardire a chiaro sangue unito Mostrato avrebbe in ogni estranio lito: Prole che ’l viver ne rendea giocondo, Ed avria data nuova luce al Mondo. E poi soggiunge: Qual dal Cielo irato Colpo più fero attendi, o qual rovina, Patria famosa, altera? Se togliesti sovente, e desti i Regni, Reggendo sempre a tuo voler lor fato, D’Italia superbissima Regina: Già de’ tuoi figli alla ben nata schiera Giunti miravi più saldi sostegni: Indi farsi maggior tuo gran Diadema Inchinartisi Borea, e ’l Mauro adusto; L’Orto tutto, e l’Occaso, e l’India estrema Obbedire al tuo dolce impero e giusto; Tuoi costumi, tua fè, tue Leggi sante Portar’ oltre l’Etiope, e ’l Garamante; E senza soffrir molto, in breve acquisto Il gran sepolcro liberar di Cristo. Ma qual lingua spiegar potrà le doglie, Di quei, che maggior parte avran nel danno? De i dolci Affini, e cari E degli eletti lor Compagni fidi, Con cui comune avean pensieri, e voglie? Ahi destino, diran, destin tiranno, Astri nemici, ingiuriosi, avari! Cruda morte, deh come ne dividi Sì tosto dalla Coppia alma, e gentile? Come nel fiore de lor chiari giorni Hai due tronchi recisi, a quai simile Forse fia, che dal Cielo altro non torni. Deh qual colpo infelice or’ha distrutto Per noi gioje, piaceri, e ’l mondo tutto? Poichè quanto di ben per noi si avea, Ora spense tua falce ingiusta e rea. Vanne, Canzon, piangendo in ogni parte: Narra de’ Sposi l’infelice sorte, Spiega l’eguale affetto a parte a parte, Il malor, l’agonia, la stessa morte. E a chi domanda, come han varia cella L’ossa, che unir volea pietosa stella, Digli lasciando il pianto, e in lieto viso Son’insieme quell’alme in Paradiso.