Italian poem
XVII
Gela di fuori. Lenti, curvi, di mal umore, entrano gli studenti nel tepido chiarore de l’aule graveolenti, tratti a sciuparvi l’ore più da la cruda brina che dal puro desio de la dottrina;
e il capo rassegnato abbassan sul volume che l’uso ha verniciato di secolare untume, ma il gergo avviluppato del giuridico acume affatica ben presto l’ingegno ancor giovenilmente onesto.
Quindi sul libro chiuso il gomito si posa con un senso confuso di tristezza penosa e il tanfo di rinchiuso in quest’aria vischiosa scende nei petti e pesa come la coltre sovra i morti stesa;
ma i migliori a gli sciocchi lasciando il ghigno insano, inerte sui ginocchi lascian cader la mano, mentre levando gli occhi guardan lontan lontano e, immemori del mondo, sognano desti un avvenir giocondo;
se pur ne l’alta calma de l’atmosfera immota chinata su la palma la giovinetta gota, coi fissi occhi de l’alma non veggon la remota, la memore casetta, dove la madre pia prega ed aspetta,
od il veron coperto dai fior di primavera, da cui, nel raggio incerto de la morente sera, rise ne l’aere aperto la bocca lusinghiera che all’inesperto core prima insegnò che cosa fosse amore.
Ahimè, che il sogno lieve come un soffio è passato e ognun riprende in breve il libro abbandonato! Vincendo il tedio greve del lavoro forzato, la lotta per la vita a se le menti giovanili invita.
O vita mal concessa, che dura legge è questa se su la soglia istessa bieco il dolor ci arresta, se, già dai fati oppressa, l’anima che si desta mentre dispiega il volo, sente l’ala spennarsi e cade al suolo?
Ecco. Non han vent’anni e covan l’odio in seno. D’ansie, d’error, d’affanni il core han già ripieno. Di meditati inganni distillano il veleno e del torvo interesse han già le rughe su la fronte impresse!
E pur così li vuole l’età bassa ed indegna che da le fredde scuole la cupidigia insegna, che nega un posto al sole a chi servirla sdegna ed i giovani avvezza a gittar la virtù per la ricchezza!
Ah no, giovani uscite! L’aria di fuori è sana. Qui stagna la mefite de la tristizia umana, qui le carte erudite puton di cortigiana ed il cavillo appesta con l’ulcera venal l’anima onesta!
Uscite! Io vecchio e stanco qui veglierò soletto, chinando il capo bianco sul libro prediletto. Ecco: su questo banco, rimango solo e aspetto da la benigna sorte il riposo e.... chi sa? forse la morte.