Versos Italian Pandolfo Collenuccio Canzone alla Morte (Lucas)

Italian poem

Canzone alla Morte (Lucas)

by (1444–1504)

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QUAL peregrin nel vago errore stanco De’ lunghi e faticosi suoi viaggi Per lochi aspri e selvaggi, Fatto già incurvo per etate e bianco, Al dolce patrio albergo Sospirando s’affretta e si rimembra Le paterne ossa e la sua prima etate: Di sè stesso pietate Tenera il prende; e le affannate membra Posar disía nel loco ove già nacque, E il buon viver gli piacque: Tal io, che ai peggior anni oramai vèrgo, In sogni, in fumo, in vanitate avvolto, A te mie preghe volto, Rifugio singolar, che pace apporte Allo umano viaggio, o sacra Morte. Qual navigante nella turbida onda Tra l’ira di Nettuno e d’Eolo, aggiunto Quasi allo stremo punto, La cara merce, per camparne, affonda, E il disiato porto Rimirando, i perigli in mente accoglie, E i lunghi affanni intra Cariddi e Scilla; A vita più tranquilla Pensa, e a lasciar le irate onde e le scoglie, Da poi che ’l danno l’ave fatto saggio, Del marittimo oltraggio: Tal io, dell’empia mia fortuna accorto, Macchiato e infetto in questa mortal pece, A te volgo mia prece, O porto salutar, che sol conforte D’ogni naufragio il mal, splendida Morte. Placidissimo sonno, alta quïete, Cui Stige dona e l’alto Flegetonte, Cocito ed Acheronte, E la pigra onda del pallido Lete, Ch’ogni memoria stingue, Per te si straccia d’ignoranza il velo, Sciocco è chi il tuo soccorso non intende, E in tutto al ver contende; Egli ha la vista tenebrosa al cielo Che de la tua pietade il don non vede, Che il gran Fattor ne diede. Tu se’ l'alta possanza che distingue Lo ver dal falso, dal valente il frale, Dallo eterno il mortale; O di magnanimi spiriti consorte, A te mi volgo, generosa Morte. Candido vien dal ciel, puro e divino, L’animo immortal nostro in questa spoglia, Ove al tutto si spoglia Del lume di sua gloria. È il suo cammino Fra paura e disìo, Dolor, vane letizie, oltraggi ed ire, Ove han pugna natura ed elementi Fra eterni opposti venti. Mirabil cosa fia, se il Ciel si mire, Giusto gravato dall’infimo pondo Dell'orbo, ingrato mondo! Or tu rendi con atto onesto e pio A un liber uom la prima libertate; Ch’oggi da te pietate Chiedendo, aspetta alla sua cruda sorte Per la eterna tua man, inclita Morte. Quel ben falso che vita ha nome in terra, Se il si debbe ai tiranni è grave stento, È sospiro, è lamento, È affanno, infermità, terrore e guerra. Natura all’uom matrigna Intra mali cotanti esto sol bene Ne diè per pace e libertade e porto; A’ più savi è diporto, Lo fine attender delle umane pene; E dicon: ‘ Non fia lungi chi ne scioglia Con generosa voglia. Tu se’ quella dal ciel data e benigna Madre, ch’ogni viltà dei petti sgombri; Tu i nostri mali adombri Di eterna oblivïon. Delle tue scorte Dunque m’affida, ed a te vengo, Morte.’ Qual di famosi ingegni è maggior gloria, Ebrei, Greci, Latini, Arabi e Persi, Di lingua e stil diversi, Quanti di che le carte or fan memoria Te han scritta e disiata! Felice, disse alcun, chi muore in fasce: Altri, quando la vita più diletta; Chi, quando men s’aspetta: Molti beato disser chi non nasce, Molti con forte man t’han cerca e tolta, Grave turba e non stolta! Tu, co’ liberi spirti e giusta e grata, Dagli schiavi li parti; tu ne sepri I fior dagl’irti vepri; Or tu l’ira regal fa che s’ammorte Dentro il mio sangue: tel consacro, o Morte. Ben prego prima Lui che sovra il legno La rabbia estinse dell’orribil angue, Che di suo diro sangue N’asperga e mondi placido e benegno, Guardando sua pietate, E non già di mia vita il van discorso, Che sotto l’ombre dell’error s’asconde. I’ sono al vento fronde, Se non mi gira di lassù soccorso; Sua infinita bontà mettasi sopra; Delle sue man sono opra. Morte, ministra della sua bontate, Lavi dall’alma ogni più fedo crine, Tu del celeste fine M’apri le aurate sacrosante porte, Cara, opportuna, disiata Morte. Canzon, vivrai, me spento; e umil, ma forte, Col Tesbite n’andrai, con quel da Tarso; Solo un Signor conosci e Quello adora, Quel che, a non esser di sua grazia scarso, Dolce e bella morendo fe’ la Morte.