Versos Italian Paolo Luigi Raby Ero e Leandro

Italian poem

Ero e Leandro

by (1771–1852)

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Il più possente ardor che il bel Cupido Abbia desto giammai in uman core Poichè m’è pregio celebrar, d’Abido Fia meta al nuovo canto il nuotatore; Dirò di Sesto quante volte al lido Giunse mercè il supremo alto favore Di Cinzia amica, e dirò poscia il fato Del prode garzoncello innamorato.

Coppia gentile, cui lo stesso Dio Di pari foco in questo giorno accende, Non v’incresca ascoltar dal labbro mio D’Ero e Leandro l’ultime vicende; Chè se al sentir il triste caso e rio Dal ciglio qualche lagrima vi scende, Madre sarà di più gemil diletto Nel mirar coronato il vostro affetto.

Oh se quale toccovvi, Angiola, io sorte Saggia di genitor Coppia ben nata, Cui ferve in petto anima invitta e forte D’amor paterno e di virtù fregiata, Davasi ad Ero che ferrate porte Al guardo universal tenean celata, Questa che vi richiamo alla memoria Lieta saria, non lacrimosa isteria.

Misero in vero è della vita il dono Se la governi troppo crudo impero; Nè que’ insensati padri a scusar sono, Che solo di rigor fatto pensiero Veggon talora in atto umile e prono Tremar la prole al lor guardo severo, Nulla curando che al timor sia figlio L’ingannatore giovanil consiglio.

Voi mille giuste laudi esaltin sempre Marianna, Alessandro, in cui prevalse Desìo di moderar con dolci tempre Que’ tenerelli cor che ognor vi calse Regger così che vi si eterni e assempre Ogni virtù per cui superba salse De’ grand’Avi la fama a tal che ancora Va per l’etra echeggiando alta e sonora.

Di Caterina e de’ germani suoi Vi fur presenti le virtù sublimi, E sì gli esempli di que’ Guaschi eroi Per memorandi pregi incliti e primi La cara prole modellaste voi Coi grandi grande, affabile cogl’imi, E di tal gloria sol cupida e vaga, Che non vuota di senso il core appaga.

La gran pietà di Marianna in seno Voi le ispiraste nella età primiera, E con suave regolato freno La invogliaste a seguir virtù sincera; Agricoltor così che in buon terreno Il seme sparge, di raccorne spera Ampia la messe in la stagione estiva Che le sue brame a render paghe arriva.

Or a che glorie avite io mai rammento, Se tali son dei genitor le doti, Che il più preclaro e nobile ornamento Saranno de’ lor figli e de’ nepoti? Lor dessi il canto... ma inegual mi sento Troppo all’impresa cui tendono i voti, Onde ritorno là col mio pensiero Ove m’attende il buon Leàndro ed Ero.

Alta è la torre, e il verde mar fiancheggia U’ sta chiusa la vergine trilustre, Che in grazia in vezzi in venustà pareggia De’ tempi suoi ogni beltà più illustre: Ricca d’alme virtudi ella grandeggia, A fregiarsene il cor cotanto è industre, Che la fama se ’n sparge in ogni loco E desta in più d’un cor d’amore il foco.

Videla un giorno un garzoncel che appena Il quarto lustro allor toccato avea, Che tosto in petto un’amorosa pena Nascer sentissi per l’amabil Dea; Dolce il peso però di sua catena Gli sembra e belle immagini si crea, Per cui lusinga la novella fiamma E nel cocente ardor vieppiù s’infiamma.

Leandro ha nome, e di nuotar nell’arte Vince d’Abido i giovani più destri, Poichè signor di mille antenne e sarte Convien che nella nautica s’addestri; Nè v’è chi più di lui su dotte carte E in cento prove ardito s’ammaestri, Così che il suo valor noto è pur lunge, E fino d’Ero al cor penetra e ’l punge.

Che non san far duo appassionati amanti Onde toccar del lor desire al segno? Colgono attenti i più propizi istanti Nè un sol ne sfugge all’avveduto ingegno; Affetti all’uopo e simular sembianti Non è per essi troppo scabro impegno, Anzi quante è più malagevol l’opra, Più l’uom s’invoglia e con più ardor a’adopra.

Quando la notte il denso umido velo Stende e rimena i tenebrosi orrori, Al sol chiaror che spande Cinzia in cielo, Cinzia fautrice di furtivi amori, Sorge Leàndro cui pungente il telo Da’ patrii lari suoi sospinge fuori E dentro l’onda impavido lo caccia Che del suo Ben la vista a lui procaccia.

Tra i vorticosi flutti il giovin balza E pronto s’apre lo cammin per l’onda Che or si parte or s’abbassa ed or s’innalza Or avversa si mostra ed or feconda: Ma cotanto Leàndro amore incalza Che lottando perviene all’altra sponda Ove il dirige il concertato lume E ’l fausto auspizio dell’amico nume.

Dal veron della torre allor s’abbassa Serica scala cui s’aggrappa e ascende, Quinci più stanze tacito trapassa Sin là dove la sua Bella lo attende. Oh quanto brevi son l’ore che passa! Quanto duolo per l’anima gli scende Allor che presso ad ispuntare il giorno Ad Abido affrenar deve il ritorno.

Ero vezzosa addio! dogliosamente Gonfio il ciglio di lacrime le dice; Se mi è grave il partir, se me dolente Fa lo star da te lungi ed infelice Sallo il bendato arcier onnipotente, Che di piacer mi pasce e il cor ne allice In que’ pochi e sì labili momenti Che divido con te gioje e contenti.

Però ti giuro che all’occaso il sole Mai non andrà che a te non io ritorni; Anzi appena avverrà che il dì s’invole Me rivedranno questi bei contorni; Ah perchè il fato barbaro non vuole Ch’io meni intieri a te daccanto i giorni? Perchè non posso con eterno laccio Abbandonarmi di te cara in braccio?

Non dubitar, o mio Leandro amato, Che alfin trarremo i dì lieti e giulivi: Poichè non convien credere che il fato Noi d’ogni speme e di lusinga privi: Vanne deh vanne anzichè il padre irato Quivi per colmo di sventura arrivi; Giacchè ben sai che freddo avello accoglie Ogni uom ch’osi innoltrar in queste soglie.

Un casto bacio sulle rosee gote A questo dir il giovine le impresse; Quindi per le vie salse a lui ben note Ad Abido di nuovo ei si diresse: Nè mai il carro dall’ardenti ruote Tuffò nell’acque il sol che per le istesse Onde aprendosi libero sentiero Non tornasse a veder la gentil Ero.

Ma l’atra Furia dalla faccia smunta Che le gioje degli uomini fa torbe, Colei che il viso macera e consunta Sozzo velen coll’empie labbia assorbe, Invidia alfin che di viperea punta Armata gira desolando l’orbe Non così seppe il lor gioir notturno, Che là drizzò l’aligero coturno.

E pria de’ venti al regnator si volse Onde eccitasse orribile tempesta, E in sì buon punto il padre Eolo colse Ch’ei ne appagò la ria brama funesta: Alla triforme Dea quinci rivolse Il raggrinzato più leggera e presta, E sì la stanca con sommessi preghi, Che al suo voler convien ch’ella si pieghi.

Ahi qual, Leandro, a te fiera sovrasta Tremenda inevitabile sciagura Or che la Diva ch’ha fama di casta Raccoglie i raggi e l’universo oscura! Euro, Noto, Aquilon pur ti contrasta, E rovesciato ha l’ordine e natura: Ah ferma il passo; chè a’ tuoi giorni insidia L’anguicrinita macilente Invidia.

Vano pensier! a spaventar quell’alma Non gioverebbe unito anco l’Averno: E già di sua protesa e forte salma Fan l’onde accavallate aspro governo; Chè se talor mostran tornare in calma Egli è per torsi il nuotatore a scherno, Che al fisso lume cogli sguardi intenti Resiste ai flutti ed ai nimici venti.

Ma ahimè che sorta Boreal bufera La mal difesa face a un tratto ismorza! Vede egli allor il rischio suo, ma spera De’ nervi suoi nella provata forza. Urta or di fronte nell’onda severa, Or va a seconda, or di dirige ad orza, Ma dal lungo lottar oppresso e stanco Sente che alfine il suo vigor vien manco.

Tu qui mi accenni, o Lodovico, intanto Di tosto imporre al mio cantare il fine, Poichè d’Antonio tuo fu vigil vanto Far sì che alla pietà tuo core incline. Ah ben sarìan soggetto a degno canto Le doti de’ Pinelli peregrine Se si mostrasse men tarda e restìa Ove l’uopo è maggior la Musa mia,

Dunque non più dirò giacchè mel vieti Del nuotator il miserevol fato; Non di sua vaga i palpiti secreti, Nè quindi il duol furente e disperato Allor che intende che nel seno a Teti Freddo giace l’amante riamato: Non il tremendo ed animoso salto Che vaga di morir spiccò dall’alto.

Immagini più liete e più serene N’abbiate, o Sposi, sol nel fido affetto; Nè la memoria lor turbi o avvelene Il vostro benchè minimo diletto: Per voi taccia Aquilon o si scatene, Torbo vi mostri Cinzia o vago aspetto, Soda felicitade è scritta in cielo, Contro cui nulla puote invido telo.