Italian poem
Della noiosa estate
by Paolo Rolli (1687–1765)
Autunno.
Della noiosa estate Finita è la stagion, E lunge dal leon se n’ vola il giorno. Non più del caldo sole L’agricoltor si duole, E lieto mira il suol di grappi adorno. Le tigri pose al carro Di Semele il figliuol, E scende col suo stuol dalla montagna: Seco è l’allegro Autunno, E il vario Vertunno Co’ satiri, e silvani l’accompagna. Su ’l tardo suo giumento Lo seguita Silen, E un satiro il sostien perchè non cada; E cento satiretti Con fauni, e silvanetti Scherzano seco, e danzan per la strada. Vezzose ninfe belle, Lieto il bel nume appar: Gitelo ad incontrar; per voi ritorna. Pane pur seco viene Con l’incerate avene; E i grappoli gli pendon dalle corna. Ciascuna il suo cestello Pien d’uve porterà Dove la corba sta, finch’ella è piena; Poi tutte a franca mano Ammostino il silvano,
Dopo che glie n’avran carca la schiena. Quell’uva moscatella Non mi toccate no, Perchè serbarla io vo’ per la mia bella: So che fra gli altri tutti Più delicati frutti Quest’è il più caro al bel labbro di quella. Mirate come vaga Incontro a Bacco vien, Nuda il bel collo, e il sen in vesta d’oro: D’Amor la madre pare Alle fattezze rare, Seguìta dalle Grazie, e dal Decoro. Le nacchere, e i tamburi Han poi da strepitar In danze a festeggiar sì grato giorno: Lasci i lavori, e il suolo Tutto il campestre stuolo, E in lieto giro affolli il prato adorno. Pan la siringa amata Dal fianco scioglierà, E dolce le darà fiato sonoro: La ninfa mia diletta Sulla fiorita erbetta Guiderà i balli del silvestre coro. Tu, Corilo gentile, De’ fichi a coglier va’; Il desco imbandirà Corisca ardita: Ma ch’abbian tutti bada Lacrime di rugiada, Il collo torto, e la veste sdrucita. Due bei mellon di Sezza Messio ne porterà, Ei che gli arcani sa del Dio di Delo: Pesano ed han la rosa Intatta, e spazïosa, Gettan gradito odore, e han grosso stelo. Ho poi di Monte Porzio Vin di quattr’anni ancor, Me ’l diè del suo signor la bella prole: Ha un non so che mordace Che punge sì ma piace, E sparge un odor grato di vïole. Lungi dall’aspre cure Lieti vivrem così, E segnerem più dì con bianca pietra. Timor, tristezza, affanno Fuggono donde stanno Cuor lieto, dolci carmi, e suon di cetra.