Italian poem
Le nozze secondo i riti degli antichi pagani
by Pellegrino Salandri (1723–1771)
PELLEGRINO SALANDRI
LE NOZZE SECONDO I RITI DEGLI ANTICHI PAGANI
PER LE NOZZE DEL MARCHESE ONORATO CASTIGLIONI CON LA CONTESSA TERESA CRISTIANI
Il Mincio idalii fior coglie dal lido, nuovo ornamento alla canuta testa, ed i flutti incalzando in seno al fido lago, le ninfe sonnacchiose desta.
Non turbine importun, non rauco strido d’augel notturno l’aere funesta; sola si aggira intorno, e al casto nido l’augure voi la cuturnice arresta.
Ah! questo è il di che in compagnia d’Amore stringa Imeneo l’illustre nodo, e formi dei duo leggiadri cori un solo core.
E in petto ancor Febo mi languí e dormi? Speri indarno piú farmi in terra onore, s’oggi in cigno divin non mi trasformi. Questo bosco e quest’ara a te consacro, santa madre d’Amor, Venere bella: ecco intorno al pietoso simulacro Tamaraco, la persa e la mortella;
ecco il sai puro, ecco il lustrai lavacro, la candida odorifera facella, e il coltel che, compiuto il rito sacro, la bianca sveni ed innocente agnella.
Or cinta il crine dell’ idalie rose, vieni, e del nume tuo spargi l’altare, bella unitrice delle belle cose;
che coppia non vedrai d’alme piú chiare, se non riede il garzon che in duol ti pose, se non torni tu stessa a uscir del mare.
Ili
Cinge il ceruleo manto, il capo infiora, riveste il breve pie, vela le ciglia Licori; e il piede e il velo a lei colora la diletta a Giunon vaga giunchiglia:
e al tempio della dea cui Giove onora, pensosa e taciturna il cammin piglia, e ovunque move, la ridente Aurora ch’esca dal balzo orientai, somiglia:
al sacro limitar ferma le piante, e il pio ministro, che per man la prende, la riconforta e guida all’ara avante.
Lá le supplici palme al cielo tende, e mostra agli atti e alle parole sante, che di lá solo ogni soccorso attende. IV
Il ministro all’aitar non doma ancora trae la giovenca come neve bianca, della pronuba diva il nume implora, e il ferro immerge fra le coste e l’anca.
Parte dell’ostia il foco arde e divora, parte all’ara ne appende, e con la manca man vibra Uranio il fiel divelto fuora dietro l’aitar, e per paura imbianca.
Candid ’agna a Ciprigna, ed a Cupido due gemebonde tortorelle svena, a un tempo còlte da un istesso nido:
del buon lieo la coronata e piena tazza alfin versa, e con la dea di Guido stringe in quel punto Amor l’aurea catena.
Esce del tempio tra ridente e mesta, e il garzon dalla face innanzi vola; seguono gli altri, a cui letizia desta misto suono di cetra e di viola.
Chi gli aghi porta e chi l’eburnea spola, chi picciol’urna d’ebano contesta coi fili d’or, che con industre e presta mano ella scioglie, e all’ozio vil s’invola.
Al magnanimo sposo altri fa segno di qual alta beltá fu vincitore, di qual cor generoso e chiaro ingegno.
Cosi all’albergo nelle tacit’ore passano lieti si, ch’entro al suo regno mai trionfo piú bel non vide Amore. VI
— Chi sei? — Caia son io. — Vieni, e seguace gaudio in questo ti sia nuovo soggiorno: — dice il custode; ella risponde, e pace
spira dagli occhi e dal bel viso adorno. Fregia l’uscio di bende, e con sagace man l’olio versa a’ cardini d’intorno; pronto è il fanciullo per ghermir la face, che, non rapita, le saria di scorno.
— Entra, donna immortai, ma deh! che il saggio virginal piede il limitar non tocchi:
sai qual alto n’avresti un giorno oltraggio. — Ma giá, in meno che strai d’arco si scocchi, lanciossi entro la soglia, e al suo passaggio i cardini si alzar, benché non tócchi.
VII
Non piú dimore: alla famiglia antica de’ domestici iddii, donna, conversa, di’ che tengano lungi ogni nemica cura, o vicenda di fortuna avversa:
ai vaghi simulacri avvolgi e implica le ghirlandette di viole e persa, e il foco spargi per la stanza amica, e il vetusto falerno a terra versa.
Non vil timor, né meste ombre inquiete verran, confuse colla notte oscura, le placide a turbarti ore scerete;
e se oseranno intorno a queste mura le folgori strisciar, fien vòlte in Lete dall’amorosa lor vigile cura. Vili
Quando a Teti la man porse Peleo, e chiamò gli altri numi al sacro rito, fremè sull’onta del conteso invito Discordia, che vendetta aspra ne feo;
poiché pensosa sul garzone ideo, il pomo d’or per la piú bella ordito gittò furtiva al nuzial convito, onde in cener converso Ilio cadeo.
Dea del Mincio novella, a sciór tua pace indamo in finto vel colei si ascose, accese invano la viperea face;
che Amor scoprirá l’arti insidiose; anzi a scacciar, s’osa venir, l’audace, Amore istesso al limitar si pose.