Italian poem
Il divino Pietro Aretino a lo Imperadore ne la morte del Duca d'Urbino
by Pietro Aretino (1492–1556)
Cesar Sacro egli è morto il Duca fido Del qual il pregio, e ’l grado del honore In eterno vivra nel comun grido, E benche non convenga à real core Ne gli irremediabili accidenti Di rivolger la mente nel dolore, Saria bel vanto il mostrare à le genti Con l’oscuro del habito, è col pianto Come vi dolgon gli huomini eccellenti, Il vestire per lui, lugubre manto, E ’l lagrimar di lui, che n’è pur degnio, Al mondo vi faria grato altretanto, Ch’oltre ch’egli era di Marte l’ingegnio, De la militia sua gli occhi, è le braccia, De l’armi, è de gli esserciti sostegnio, Oltre che raro è quel, che dica, è faccia Cio che dire, è far diesi, onde risponda La mano al piede, è l’animo a la faccia. Fede non fu giamai tanto profonda, Ne valor, che spiegato habbia piu l’ale A la steril fortuna, à la seconda. Divin consiglio, è fortezza fatale, Maniere tolte à le virtu superne In servigio di voi lo fecer tale. Non si accendono in Ciel tante lucerne, Quante opre degnie di statua, & d’historia Nota il secol di lui con lodi eterne. L’alto intelletto de la gran memoria Solo ha discorsa, antevista, è compresa L’arte del cui sudor nacque la gloria. Anima non fu mai cotanto accesa Di zelo militar, di vigor puro, Ne piu spregiante ogni tremenda impresa. A le difficultade ei ruppe il duro, Sempre facendo in parole, è in effetti Il dubio chiaro, e'l periglio sicuro. Per intender de Pallade i concetti Con gravi discorsi, è pensier alti D'intrepida prontezza armava i petti Schifo il repentino de gli assalti, Prese il fugace de le occasioni, Et lento passi de i nemici salti. De le vittorie intese le cagioni, Sostenne il si, die preminenza al vero E crebbe ne la guerra arti, è ragioni Mostrò in fronte il candor del sincero, Fu ne i conflitti, ù l'ordin si disgiugnie Hora Duce, hor Pedone, hor Cavalliero Vide come la sorte ne le pugnie Diriza il ferro, è colpi, è la virtute Reggie l'animo, è il core, è in un gli giugnie. Con le scienze de le cose sute, Che la memoria gli tenne guardare, Haveva le future prevedute. Deliberò ne la necessitate Tutta via essegui cio che propose O con l'essempio, ò con l'autoritate. Fu leva à le facende bellicose, Fu polso de le subite occorrenze, Fu nervo à l'opportuno de le cose. Egli era il corpo de le esperienze, Egli era i membri de gli stratagemi Egli era fiato, è Dio de le avertenze. Seppe il terror fuggir de i casi estremi, E le seditioni enfiate, è dure Estinte con la spada, è co i proemi. De i paesi conobbe le nature, E da se con prestezza ogni hor rimosse L'insidie, gli aversari, è le paure. Mai horror di pericol non lo scosse, Mai temenza inimica non retenne, Ne indarno mai pur una squadra mosse. La fatica il digiun fermo si stenne, La notte gli fu dì, letto il terreno, O vinse altrui, o d'altri il vincer tenne. Pose à l desir religioso freno, A i nimici apparì sempre audace, E sempre à i suoi d'ogni clementia pieno Tempesta, è calma di guerra, è di pace Veramente puote chiamarsi Urbino, Espirto illustre del tutto capace, Ei seppe i campi mettere in camino, Seppe fargli pugnar, seppe alloggiarli, E seppe vincer gli huomini, e'l destino, Tal che Italia dovrebbe consacrarli In questo, & in quel luogo altari, è tempi E Mete, & archi, è colonne drizzarli. Fati rei, sorti inique, & influssi empi Gran carco fate à la bonta de i Cieli Dando di voi si scelerati essempi. Dovria salvarsi da gli ultimi gieli Un Francesco Maria, un Capitano Già mosso à triomphar de gli infideli, Non che toccar con accidente strano La magnanima sua lucida vita Riputatione del genere humano. La creatura nobile è gradita, Havendo il cerchio del mondo trascorso Con l'ali de la sua fama infinita Se ben di morte è necessario il morso. Si è trasferita à le celesti sphere Perch'ebbe intoppo il natural suo corso. Del Metauro gemer le ninphe altere Nel chiuder di quegli occhi gravi, è immoti Già chiari specchi de le franche schiere, Gli Iddii del mare suo squamosi, è ignioti A l'urna lo portar sopra il pheretro, Da i cui lati pendean ghirlande, & voti. La pompa funeral, che seguia dietro, Si facea ombra con le insegne invitte, Che gli aggiunse Fiorenza, è Marco, è Pietro, E mentre lo spargean le turbe afflitte Di Ghiande d'or, di corone, è di palme A la immortalità nel tempio ascritte, Posate in pace ossa felici, & alme Dicea che vide le religuie sole Sgravata pur de le vivaci salme. Ne lo sperar colui, che havea le scole Di Minerva nel petto d'honor cinto, Onde ne sospirò la Luna e'l sole. Con supremo stupor d'amor depinto Sculto in materia, che lo scritto indora, Nel gran cor se gli lesse Carlo quinto, Hor quello Imperador, che il mondo adora, Poscia ch'è'l fedel suo morto, è sepolto, Risguardi la Gonzaga Leonora, Duo fiumi amari gli irrigano il volto, Ch'ella piangendo del cor preme, è suelle, Da che le ha Giove il buon Consorte tolto. Torto fareste à le cortesi stelle, Che quali gemme vi ornan la corona De le lor sorti inviadiate, è belle, Mancando à la dignissima persona Che rinchiuso il marito in freddi marmi Con seco stessa in tal note ragiona. Da che non posso celebrare i carmi L'alta Maesta sua, che ha ricco il nome Di spoglie, di trophei, de carri, è d'armi, Ne singular darle triompho, come Le dava il padre di tre miei figlioli Con l'haver lire à l'Oriente dome, Le sue lodi usciranno à stuoli, à stuoli Fervidamente fuor de i labbri miei De gli altri detti ognihor vedovi, soli. Adunque voi, che pareggiate i Dei Pero'l Cielo ogni gratia vi comparre, Resuscitate il suo Signior in lei Racoglietele homai le gioie sparte, Che fe'l merto die giungere à la fede Deverebbe entrar con voi ne i Regni à parte Perche la terra mai non vide, o vede Costanza, pertinacia, effetto, & voglia Piu intenta al sommo de la vostra fede, Langue se l'aurea Ispagnia sente doglia, Gioisce poi, s'ella in letitia ride, con suo ben veste, è col suo mal spoglia Siche in vece di quel, che la conquide, Et in cambio del cor, che vi consacra, E perche in le sian le speranze fide L'alta Gloria di voi inclita, è sacra, Con ristorar le Ducali fatiche, Li acqueti, ò scemi la pena aspra Se'l fate, ei, ch'è tra l'eccelse bre antiche, E gli heroi di Dio ha per compagni, Le militie del ciel terravvi amiche. Ecco il thesor de i paterni guadagni Ecco la imago de l'huom venerato, Ecco la destra de i suoi fatti magni Guidobaldo dico io Giovane ornato Di cio che i buoni bramano in colui, Ch'è per regniare, e per dar legge nato. Rimir il par, se vol veder altrui Del suo pio Genitor le virtu conte Ringiovanite, e ridondare in lui. Però vi inchinera l'Appenin Monte Quasi à suo Dio terren verace, è caro La superba ventosa horrida fronte. Intanto à Cesar sempre Augusto chiaro Bascia il pie l'Aretin servo suo buono. Di Venetia alma al mezzo di Genaro. Ne l'anno Mille Trentesimo Nono.