Versos Italian Pietro Gori Prigioni

Italian poem

Prigioni

by (1865–1911)

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Cuique ... O tu, che leggi i miei poveri versi, cercando in essi il blando idillio, e speri scovrir la traccia di amori sommersi tra i miei pensieri,

O tenti intravedere, oltre i segreti affetti, i fili d’una treccia bionda, o una pupilla, che a l’amante lieti raggi profonda;

Senti ! il profilo delle donne amate io non lo vendo in pallidi elzeviri, nè so fondere in rime zuccherate i miei sospiri.

Ma sdegni alteri — e non per mio diletto come strali ribelli al mondo io vibro; lettor mio buono, acconciati al soggetto, o getta il libro.

Milano, 1891. Ma se de le miserie umane il pianto o lettor mio, comprendi, e senti, e imprechi, e scerner vuoi, sotto l’altiero manto, d’una cadente età li affetti biechi, -lugubre fioritura d’un inverno squassato dal furor de le bufere, pria che tornino a vita in ritmo alterno i lieti fiori de le primavere vieni, e vedrai. Son poveri brandelli di cuore e di cervello, che ho gittati, come una sfida, a’ rosei menestrelli da’ capei ricciolini e incipriati. Gittati là nei vortici del mondo, come un seme di balda ribellione, germe non corruttibile, e fecondo; sacrato al sole de la redenzione fidentemente. Son battaglie meste, son pensieri e baldanze giovanili, inni e canzoni da la rozza veste, e schiaffi, senza guanto, in faccia ai vili. 1891.

L’ ARRESTO — Dormivo. Per la tacita notte scendeano sogni luminosi su li stanchi occhi miei; e mia madre vegliava — trepidante come un dì, ne la dolce puerizia, allor che i miei riposi scorrean sereni sovra il sen di lei. D’un subito, nel sonno, mi percosse uno strano rumore di fondo al corridore; poi tre colpi vibrati e violenti tra mormorii confusi ancor gli occhi avea chiusi sentii picchiare a l’uscio lenti, lenti. Di sbalzo mi destai, e vidi, presso a me, la madre mia -« Ecco la polizia, Pietro ... » mi disse — pallida, atterrita.

Io, mesto, mi levai, e già mi stava a lato un ispettore, che mostrommi il mandato, e, munito di ciarpa tricolore, mi dichiarò in arresto. Mia madre in pianti amari si struggea; cupi, muti, impassibili, come spettri d’un incubo funesto, sei poliziotti il letto abbandonato aveano circondato. Come un leone il mio babbo fremea, presso la porta, senza una parola. Passando — io l’abbracciai; poi la mamma baciai, (essa, da l’uscio, mi stendea le braccia.) Tra le guardie -levando alto la faccia la mia casa lasciai.

Sotto il cielo piovoso si allungava Livorno addormentata, e il gran viale de le tamerici fuggìa per la tenèbra sconsolata. Da le quete pendici di Montenero, il venticel notturno si slanciava nel mare grigio, brullo, infinito, e taciturno come un lago morto. Lunge, su li orizzonti, la Meloria parea, nel gran silenzio, meditare, cupa e feroce ne le sue memorie. I navigli del porto ne la calma sinistra e sepolcrale figgean l’occhio sanguigno e pauroso.

In alto — fiero e vigile — ravvolto di mistero e di caligine, il capo radioso — torreggiando — s’ergea del gran fanale. Muti c’incamminammo. e, su da la finestra, la madre mia — piangendo — mi chiamava. Io volsi altrove il viso; con cinico sorriso un pingue poliziotto mi guardava. Procedevamo, muti, lungo le vie deserte e silenziose. Di tratto in tratto qualche mattiniero e raro viandante, qualche cane errante passavano, gettando sospettose occhiate sopra questo gruppo triste e severo. Poi, con atti di tèma e di paura, rasentando le mura, scivolavan nel buio. Sotto una pioggerella fitta, assidua — come spinti dal soffio sciroccale giungemmo a la Questura. Era — sembra — importante la cattura, giacchè... ne rimpinzarono un verbale; e, a mezzo del telefono il questore chiamarono. Poi, per viuzze strette e solitarie mi trassero a le carceri.

L’antico chiostro freddo, muto, plumbeo, ricetto di rimorsi e di sventura, aspettante, sorgea ne l’aria scura. Entrammo. E l’uscio si richiuse, lugubre come la pietra d’una sepoltura.

Livorno, dal Carcere dei Domenicani 13 Maggio 1890. I DOMENICANI — Triste, come la immagine del pianto, solenne al pari del dolore umano, su te la strofe alata io scaglio invano, e disciolgo l’amara onda del canto. Tu resti, e, dal passato, come un santo inquisitor, su noi stendi la mano, su noi ribelli, che al tuo dogma insano d’una sfida mortal gittammo il guanto. In te spira, opprimente, la fratesca moccolaia del vecchio monastero, che i pederasti e le beghine adesca. O ravvolto di lutti e di mistero io t’odio, e a l’aura ossigenata e fresca del mio bel golfo slanciasi il pensiero.

Carcere dei Domenicani, 15 Maggio. Mentre il carcere ancor, triste, riposa ne l’oblivione, che ogni duol cancella, impertinente, stridula, ed uggiosa, squilla, giù dal cortil, la campanella. Scende una luce fioca e dubitosa tra i ferramenti de la finestrella, e insiem col dì, fedele e tormentosa, torna la nostalgìa ne la mia cella. Pei corridori, fino ad or sì muti, si diffonde, confuso un rumorìo su questo picciol mondo, che si desta. Tra le celle s’incrociano i saluti, in un lieto e bizzarro scoppiettio, quasi risveglio di sepolcri in festa. 17 Magggio.

Quando il pensiero desioso vola dal chiuso aere dolente a’ cieli aperti, e in fantasie beate dei sofferti dolori, vaneggiando, si consola, suona, scherno a l’orecchio, una parola: - « Aria. » I reclusi in anditi coperti, da cui la luce, timida, s’invola, tentano il moto de le membra inerti. E pur, l’attendo ognor con esultanza quest’ora, che la mia vita accomuna con altri vivi ne la stessa stanza. E questi, che ogni dì la sorte aduna meco, a virtù conforto, ed amo, e alcuna pietà rafforza me ne la speranza. 18 Magggio.

Uno stridore acuto e singolare, a note ora vivaci ad or profonde, intorno, balzellando, si diffonde, come da tizzo verde su l’alare. S’appressa, e un ferro sopra le rotonde sbarre vicine vedo saltellare... Una ironia sottil di mille amare irrisïoni quello strido effonde, Anche sopra i miei ferri, ogni mattina, questa diana batte ed ogni sera; ma per le sbarre, eterna peregrina, va la mente dai colli a la riviera, su pei monti e pei mari s’incammina, e beve i raggi de la primavera. 19 Maggio

L’altr’ieri al parlatorio mi han chiamato, e in fondo al petto mi balzava il core, e, pieno di speranza e di timore, presso la grata, immobile, ho aspettato. Quando, soave imagin di dolore, il viso di mia madre s’è affacciato, e, senza una parola, m’ha guardato con l’espressione d’un immenso amore. Ed io uomini e leggi ho maledetto, che i baci de la mamma hanno conteso e le carezze al povero reietto. E in fondo al seno, d’alto sdegno acceso, infuriava, per filiale affetto, a ribellione il core vilipeso. 20 Maggio.

Oh, se per nuovo obietto Un dì t’affanna giovenil desìo Ti risovvenga del materno affetto! Nessun mai t’amerà dell’amor mio. E tu nel tuo dolor solo e pensoso Ricercherai la madre, e in queste braccia Asconderai la faccia: Nel sen, che mai non cangia, avrai riposo. G. GIUSTI, Affetti d’una madre. O mamma, quando ne l’angusta cella giunge un bacio di sole, o il mite raggio di raminga stella batte alle finestruole, o le tragiche squille de la sera piangon ne l’aura mesta, sovra una sbarra ruvida e severa io reclino la testa. E penso il tempo de le tue carezze letificanti i sogni de la puerizia, e d’ingenue dolcezze i desiri e i bisogni.

E penso li orizzonti sconfinati de l’isola selvaggia, i carmi eterni dal mar sussurrati tra i sassi della spiaggia, e il canto che dal tuo labbro scendea sul mio capo infantile, quando su me la speme tua ridea, e sui campi l’aprile. Tu m’insegnavi una prece modesta alla madonna, ai santi, per supplicare i venti e la tempesta benigni a’ naviganti. Quando passan sul mar de la mia vita i venti e la bufera, ormai del cuor la fede illanguidita disdegna la preghiera. A la madonna e ai santi, o madre mia, io non ci credo più, ma una nova e solenne poesia ride a la mia virtù. Nel turbinìo de le battaglie umane oggi sono un soldato; a un ideale, e non a fòle insane, la mia fede ho giurato. Dei vecchi santi un sol ne’ voli audaci del mio pensier s’indìa, credo sempre a l’amore, ed a’ tuoi baci soavi, o madre mia.

Sono solo, e sul capo mio s’addensa l’ira umana, e l’oltraggio vile, che non combatte, e che non pensa, e che non ha miraggio. Dicon ch’io son cattivo, e faccio odiare!,.. dì! non è falso questo? Baciami, o mamma, e non ti vergognare; io sono sempre onesto. 21 Maggio.

Nei dì festivi, mentre la nasale voce del prete brontola il latino, da le bocchette aperte esce, cordiale, l’augurio tra i percossi dal destino. E mentre ancor si compie la mortale commedia, a onore de l’agnel divino, parlano i gesti una convenzionale favella sotto il naso al secondino. Il carcer sembra un sepolcreto immenso, vivente per le bare scoperchiate, donde sbucano i morti a conversare. Salgono in aria i globi de l’incenso, parlano le bocchette spalancate, e Cristo muor, di novo, su l’altare. 22 Maggio

Di tratto in tratto, quando in ciel l’aurora le plaghe benedette d’oriente di luminosa porpora incolora, ne la cella romita, ecco, repente, di guardiani uno stuol, che lungamente per ogni verso la stanzetta esplora.... Poi sul recluso, minuziosamente rifruga, trattol de la cella fuora. Un giorno un bocconcino di matita m’hanno trovato in dosso — era la mia buona compagna, a cui l’inaridita vena fidavo de la poesia.... fin quella gioia m’è stata rapita, fin quel conforto mi han portato via! 24 Maggio.

Piccola, bianca è la celletta mia, nido di cenobiti e di reietti ; dal mondo giunge affievolita e pia l’eco gioconda di vivaci affetti. Dei ricordi la mesta compagnia il cor mi punge con amari detti; fervono ognora ne la fantasia ire mal dome e sogni maledetti. Due cocci, un pagliericcio, un’inferriata... di faccia le muraglie d’una chiesa, e un’aria greve di malinconia! Discende per la notte ampia e stellata sul duolo, acerbo per la nova offesa, del mondo la perenne nostalgìa. 26 Maggio.

Nel sanguigno baglior crepuscolare sfilano per la chiostra — ombre silenti, e solo, a quando a quando, le stridenti catene insieme s’odono cozzare. Mesti, cupi, abbattuti da le amare memorie, forte sovra il cor frangenti, a due a due, incedon lenti lenti, e, come spettri, sembran dileguare. Naufraghi ognor sospinti dal maroso d’una giustizia, che il perdono ignora, tentan coi prieghi, invan, l’ira selvaggia. Senza più pace e senza più riposo, più non ride a quei naufraghi l’aurora, né la speranza d’una amica piaggia. 27 Maggio.

Già la notte sul carcere è calata, scura come il mantello de la morte, e dei pensieri, che tempestan forte, torna, in ridda, la tetra cavalcata. Pare che, lieta, irrida a la mia sorte, giù da la strada, una mandolinata ... Sotto la immensa oscurità stellata sembran le cose ne la calma assorte. Ma la campana del silenzio squilla, come il lamento d’una moribonda, ne la nottata lugubre e tranquilla. In seno a la quiete alta e profonda il mio bel sogno luminoso brilla, e di pace lo spirito m’inonda. 29 Maggio.

O ribelle pensier de la mia mente, avanti, avanti, e combattiamo ancor! Tu sei la mia bandiera, ed il fulgente raggio di una speranza, che non muor. Io era un bimbo gaio e ricciutello, quando balzasti sopra il mio sentier, innanzi al supplicar d’un orfanello, che la mano stendeva al passeggier. Poi t’incontrai ne’ mesti casolari, ov’entra il freddo, ed ove manca il pan; ti ritrovai su’ campicelli avari, ove il colono s’affatica invan. Ne le fumose e torride officine ti vidi, tra le macchine, cennar, e, da le tempestose onde marine, su le ciurme, terribile, balzar.

Terribile di sdegni e di giustizia, fiero arcangelo cinto di splendor, te vidi ovunque un segno di nequizia risusciti un singulto di dolor. Ed ora, in questa cella, a me dinanti sorgi, o vessillo mio santo ed altier; o mio pensiero, avanti, avanti, avanti !... ecco il tuo buono e forte cavalier. 31 Maggio.

Da la terra di Francia era venuto povero e mite, e qui trovò la morte. In una bella, un dì, s’era imbattuto, e fu preso d’amor per lei sì forte, che la bionda fanciulla vagheggiata avea fidentemente disposata. Ma quella donna, sconoscente e rìa, l’amore avea mentito e il giuramento, e per brutali amplessi lo tradìa, senza un rimorso e senza un pentimento. Ella a gli sdegni suoi cinica irrise, ed ei sui lini candidi la uccise. Maggio 90.

Ed or languìa, da lungo, imprigionato in questa cella, ov’io giaccio dolente, ieri s’è co’ i zolfini avvelenato, e l’han raccolto livido e morente. Ed oggi è morto. -Il posto abbandonato assegnarono a me tacitamente, e su questo giaciglio, ov’ei morìa, riddan li spettri de la fantasia. E parmi, quando la tenèbra inonda questa celletta taciturna e mesta, sentir fra ‘l sonno l’adultera bionda sopra il guanciale mio posar la testa; e sporger del mio letto su la sponda l’anca procacemente disonesta, ed il marito amante, morto or ora, tra i novi amplessi strangolarla ancora. Maggio 90.

Je vais, triste et joyeux, versant Sur ma lyre, à travers l’orage, Des fleurs et des gouttes de sang. Des larmes d’amour et de rage. François Coppée, Poemes Magyars

O mio pensier tenace, Dimmi perchè non cessi di lottar? Perchè mi chiama il tuo grido pugnace ancora a battagliar? Cessiam, vecchio pensiero, di pugnar. Io son malato e stanco, e tu mi chiami, e mi tormenti ancor. Tu mi sei sempre, ne le notti, a fianco, a martellarmi il cor. Perchè mi chiami, e mi tormenti ognor? Tutto da me tu avesti, e canti, ed opre, e core, e gioventù, ai baci di mia madre or mi togliesti, và, non t’ascolto più; è spenta nel mio seno ogni virtù !

Ah no, torna, o pensiero ribelle, torna a palpitare in me, e torneran, sul carme battagliero, il coraggio e la fè, e un dì, non vinto, morirò con te. Livorno, Carcere dei Domenicani 1 Giugno 90.