Versos Italian Pompeo di Montevecchio Stanco omai di più soffrire

Italian poem

Stanco omai di più soffrire

by (1700–1800)

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STanco omai di più soffrire Il martire, Che mi dà tiranno Amore; Di pregarlo ebbi ardimento, Che al tormento Meta desse, ond’arde il cuore, Le mie fervide preghiere A un Pensiere Consegnai fra gli altri audace; E gli dissi: Vanne, o Fido, A Cupìdo, E gli chiedi o tregua, o pace. Volò rapido il messaggio Pe ’l viaggio, Che non gli era ignoto, o strano; Ma il bramato suo ritorno Con mio scorno Lungamente attesi invano. Credett’io, che al laberinto Fosse avvinto Della chioma del mio Bene, Che trovar chi Amor desìa, Per la via Di quel crin passar conviene. Onde in fretta elessi un altro, Che più scaltro Riferisse le mie brame: E che alzasse più dal suolo Il suo volo Per non dare in reti, e trame. Verso gli astri il volo tenne; Ma le penne Vi lasciò fra quegli ardori: Il meschin credea, che quelle Fosser stelle, Ed i lumi eran di Clori. Tutti allor di rabbia ardente Nella mente Richiamai gli altri Pensieri: E ad usar le forze estreme Tutti insieme Ad Amor fei messaggieri. Ma di tanti e tanti Fidi, Nè pur vidi Uno sol tornarmi avanti; Talchè omai di spirti privo Semivivo Distruggeasi il cuore in pianti. Volli dunque di me stesso Farmi messo, A pregar l’empio Tiranno; Ma temei con forze inferme, Solo e inerme, D’incontrar perdita, e inganno. Chiamai meco la Virtute, Che si chiude, Nel voler d’un’alma forte: Sarai tu, dissi, mio scudo Se l’ignudo Dio tentasse al cuor da morte? Si turbò la Donna onesta All’inchiesta, E tacciò l’ardire insano; Che parea disconvenisse, Ch’ella gisse A trovare un Dio profano. Al mio pianto alfin si scosse; E si mosse A scortar la mia salvezza; Ma in vedermi lasso, e molle, Seco volle Il rigore e la Fortezza. Sullo scoglio d’un Laghetto Lascivetto Ritrovammo il Nume cicco: Al Piacere in mezzo, e al Riso Stava assiso, E le Grazie erano seco. Pianto sol di stolta gente La sorgente Produceva di quell’onda, Che di cuori disperati, Naufragati, Tutta sparsa avea la sponda. Ei talor sull’acque entrando Già spruzzando Alle Grazie il volto, e i panni, E ferire a’ pesci il fianco Godev’anco Per vederli in dolci affanni. Di tuffar quindi sè stesso Spesso spesso Entro il Lagoavea piacere, E mill’altri ciechi Putti In quei flutti Gian nuotando a schiere, a schiere. La Virtù sdegnosa, e trista A tal vista Sen fuggì tutta spavento; E nè pure i suoi seguaci, Pertinaci Lasciar volle al gran cimento. lo malcauto al suo ricordo Feci il sordo, E restai nel dolce incanto: Que’ fanciulli all’improviso Diero un riso In mio scherme, ed in lor vanto. Poi mi disser: Quei siam noi Pensier tuoi, Che ad Amor fummo inviati; E perchè gli demmo fede, Per mercede In Amori ne ha cangiati. Deh tu ancor fra noi rimani, Se gli umani Provar vuoi veri contenti; O forz’è che ne ripigli Come figli In te stesso, e ne alimenti. Io gridai: non siete miei, Perchè rei, Ed udir più non vi voglio: Quì si fero alte contese, Talchè scese Furibondo Amor dal soglio. Questi son (disse) tuoi parti, E se parti, Lascia loro il cuore in pegno. Ah che il cuor senti rapirmi, In ciò dirmi, Dal carnefice suo sdegno. E per sempre indi perdute Di salute Le speranze han gli egri sensi. Dunque amarchi più non vuole Il suo Sole, Chiuda gli occhi, e non vi pensi.