Italian poem
S'eo trovasse Pietanza (Lucas)
by Re Enzo (1220–1272)
S’ EO trovasse Pietanza In carnata figura, Mercè la chiedería Ch’a lo meo male desse alleggiamento. E ben faccio accordanza Infra la mente pura, Che ’l pregar mi varría, Vedendo lo mio umile gecchimento. E dico: Ahi! lasso, spero Di ritrovar mercede, Certo ’l meo cor nol crede: C’io sono isventurato Più ch’uomo innamorato; Solo per me Pietà verría crudele. Crudele e dispietata Sería per me Pietate, E contra sua natura, Secondo ciò che mosso ha ’l meo distino, E Mercede adirata, Piena d’impietate. I’ ho cotal ventura Che pur disservo a cui servir non fino. Per meo servir non veio Che gio’ mi se n’accresca; Anzi mi si rinfresca Pena e dogliosa morte Ciascun giorno più forte: Ond’eo perir sento lo meo sanare Ecco pena dogliosa Che ne lo cor m’abbonda, E spande per li membri, Sì che a ciascun ne ven’ soverchia parte. Giorno non ho di posa, Come nel mare l’onda: Core, che non ti smembri? Esci di pene, e dal corpo ti parte: Ch’assai val meglio un’ora Morir, che ognor penare, Dacchè non può campare Uomo che vive in pene, Nè gaudio nullo invene, Nè pensamento ha che di ben s’apprenda. Tutti quei pensamenti, Ch’e’ miei spirti divisa, Sono pene e dolore, Senz’allegrar, che non li s’accompagna; Ed in tanti tormenti Abbondo in mala guisa, Che ’l natural colore Tutto perdo, si ’l cor si sbatte e lagna. Or si può dir da manti: Che è ciò che non si muore Poi ch’è sagnato il core? Risponde: chi lo sagna, In quel momento istagna: Non per mio ben, ma prova sua virtute. La virtute, chi l’àve D’uccidermi e guarire, A lingua dir non l’oso, Per gran temenza ch’aggio non la sdegni. Ond’io prego soave Pietà, che mova a gire E faccia in lei riposo, E Mercè umilemente se li alligni, Sì che sie pïetosa Di me, chè non m’è noja Morir, s’ella n’ha gioja; Che sol viver mi piace Per lei servir verace, E non per altro gioco che m’avvegna.