Italian poem
Che fate, donne, che non soccorrete
by Riccardo degli Albizzi (?–1359)
Che fate, donne, che non soccorrete A confortare il pianto di costei, Da poi che in vêr di lei Morte nemica tanto s’è mostrata? Con fera crudeltate Ell’ha tirata a sè nella sua rete La sua più cara speme e più fidata, E così l’ha lasciata Ignuda; onde non fina dire — Omei! — Pel duolo ch’ella pate Batte sue gote adorne di beltate Colle sue man, piangendo, Dolcemente dicendo — O morte cruda, di mio mal cagione, Perchè sanza ragione M’hai tolto quella ch’era mia colonna, Cortese e savia più che altra donna? Tu m’ha’ tolto colei per cui era Gradita più che per madre altra figlia, Onde le tue artiglia Par ch’aggian non pur lei ma me passato; Il cor tal doglia sente. Ben se’ più cruda che null’altra e fera. Ad aver tale amore scompagnato E bene addimostrato A lei e a me quanto bene scompiglia Tuo colpo e tuo pavento. E poi che ne conviene esser contento, Come che tu ci volga, I’ ti prego che tolga A me la vita, sì che lo mio core Non senta tal dolore: Chè, poi ch’è morta lei, megli’ è morire Che viver trista e sempre mai languire. — Cota’ parole nel suo pianto nota Quella donna gentil di cui io scrivo, Per la quale io ragiono Tener nel mondo la serena vita Contenta al suo volere. Però qual con virtù guida sua rota Di voi, donne gentil, chi non l’aita? Sicchè non fia partita Sua gran beltate per vostro abbandono Dal sommo e bel piacere. Gite per confortar il suo dolere Colle dolci parole, Sicchè il martìr che dole Non vada consumando tanto bene. Oimè! chè non s’avviene, Siccome a voi, a me a consolarla, Chè volentier girei ratto aitarla? I suoi begli occhi che parìen duo stelle Son per lo pianger tutti invetrïati; Che solean più ornati Esser di luce, che il possente raggio Ministro di natura. Le gote, che solean vermiglie e belle Mostrarsi e non avere alcun paraggio, Han ricevuto oltraggio Dalle sue palme; e’ color son mutati In livida pintura. .......... Però da ciascun lato Vi piaccia aoperar che si conforti E che tal doglia dolcemente porti. Poi piglia colle man la treccia bionda E spande per le mani i suo’ capelli, E i crin che son sì belli Sì tira fuor del capo; e con gran lutto Parla soavemente — Perchè rubato m’hai da ogni sponda La mia speranza ed hai il cor distrutto? Sicchè tu hai del tutto, O falsa morte, co’ tuoi colpi felli Dinudata la mente D’ogni diletto, e me lasci dolente Accompagnata di duri sospiri, E di cotai martìri Ristori sì gran danno com’io porto. Ma poi che t’è accorto E conceduto dalla gran potenza, Conviemmel comportar con sofferenza. — I’ non saprei, canzon, darti dottrina Di far di tal tristizia il portamento; Che a tuo grave lamento Convien pur dimostrar come tu sia D’ogni dolor trafitta. Però a capo chin tosto cammina Piangendo su per la diritta via; E fa’ che tu non stia Fin che tu trovi quella ch’è in tormento Sua luce a pianger fitta. E come giugni, ginocchion ti gitta, E dirai sospirando: — Madonna, lagrimando, Il vostro servo m’ha qui a voi mandata Con cotale ambasciata: Che per amor di lui vi confortiate, Sicché non perda il viso sua beltate. —