Versos Italian Ridolfo Campeggi La morte di Florigella

Italian poem

La morte di Florigella

by (1565–1624)

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Fil. POI che lasciai me stesso Dentro un candido seno, Abbandonando l’Arno Irrigator de le feconde rive Del Tosco industre, e forte, Qual mi sia stato, e quale Hor io mi viva Elpino, Leggilo per pietade in questo aspetto, In cui mostra il dolore, In cui spiega la sorte Con gelato pallore L’insegne de la morte.

Elp. L’angoscia ove deriva Quel duol, che l’alma opprime, e che ti face Incenerito il viso, Languido il seno, e non ben fermo il passo, Fileno, è il crudo Amore. Quel d’Alma traviata

Pertinace desire, Quel di perduto core Ostinato volere, Quel che porta mai sempre impresso, e scritto Con lettere di fiamma, Ne la fronte ripiena Di temerario ardire, O’ soffrire, ò fuggire. Qual meraviglia è dunque, C’habbi cenere il volto, Se tieni il foco in seno? Consolati Fileno, Poi che il tuo affanno è infermità d’Amore: E l’amoroso male Grave è sì non mortale.

Fil. E pur la voce Amore Voce di morte esprime, Che m’intuona su ’l core Con iterato suono: ah more, ah more. Deh quale occulto affetto A sospirar m’invoglia? Ahi qual nova cagione, A’ lagrimar mi mena?

Elp. Quasi che il sospirare, Come che il lagrimare Proprij effetti non sian di core amante.

Fil. Lasso, che i miei sospiri Son di morte sospiri, e non d’Amore; Misero, che il mio pianto Licor non è de gli occhi, Ma sudore è de l’alma, Che moribonda stassi

Nel seno agonizando.

Elp. Questi accenti infelici Sono appunto Fileno, Vaneggiamenti estremi D’huom, che co ’l pie già prema Il confin de la Morte: Ma chi per prova intende Quello, che sia il Letargo D’un infermo desio; Vede pur troppo chiaro, Che il delirio del core, Un effetto è d’Amore. Sò ben, sò ben anch’io Da qual fonte derivi Il fiume del tuo pianto; Lungi da FLORIGELLA Spirto de tuoi desiri, Fiato de tuoi sospiri Fra mille aspri pensieri, Con mille acerbi guai. Brami qual che disperi, Quel che speri non hai, E’ quel che non hai tù, forse t’aggrava Che da la vita amata altri riceva.

Fil. Pur troppo t’apponesti Cortese Elpin, pur troppo dolcemente Le latebre scopristi De la mia piaga occulta; Ma non già questo è solo Il duol che mi trafigge; Ma non già sola è questa La pena che mi accora;

Ma qual altra sì sia, non saprei dirti. Sò ben lasso, ch’io sento Un incognito affetto Dirmi talhor nel seno, Piangi piangi Fileno. Sò ben, ch’ad hora ad hora Il sussurar del hora, Il mormorar de l’onda, Il canto de gli Augelli, Altri inustano al sonno, E me chiamano intanto A le querele, al pianto.

Elp. Son del desio gemelli Amore, e tema. Che come esser non puote Belleza senza amore; Cosi non sia già mai Amor senza timore; Questi c’hor narri appunto Sono miseri effetti Di tema inamorata; Lungi da Florigella Che è il Sol de gli occhi tuoi. Ne le tenebre oscure D’amara lontananza, Come in profonda notte Pur di mirar ti sembra ombre, e fantasmi: Ma sperar anco devi Ch’apporti al core amante, Doppo lungo aspettar lieto il ritorno L’Alba, l’Aurora, il Giorno.

Fil. Tanto hà vita mia vita, Quanto pur la mantiene

Questa d’incerto ben più incerta spene. Ma qual lettera chiusa Ne la polve rimiro; Sarà forse caduta A’ Bifolco imprudente: O’ quanto poco è saggio Chi confida à la carta Senza fidata scorta Importante segreto: Vediamo Elpin che dica. E’ sarà questo un desviar la mente Da quel fiso pensier, che la tormenta. ACRISIO il Tosco, à Coridon salute. Da quella parte appunto Oime, tu vieni, ò carta, Da quella parte appunto ove dimora Del mio bramato dì la bella Aurora.

Fia che tù legga in questi pochi versi, Che furo (ò Coridone) amaramente Di pianto oime, più che d’inchiostro aspersi,

De la più bella donna il fin dolente, Che mai spiegasse al Sol le chiome d’oro, Dal freddo Scita, all’Etiopo ardente.

Un Angelo parea del sommo choro, O’ Primavera almen, quando rimena Con man fiorita il luminoso Toro.

Era di quella Età, ch’è più ripiena Di dolcezza, e piacer, c’haver non suole Altro martir che l’amorosa pena.

A’ le vaghe d’Amor fattezze sole, Novo ciel di beltà dir si potea, Cinthia havendo nel sen, ne gl’occhi il Sole.

Anzi co i raggi illustri ella valea, Quel che può Amor con la sua ardente face, E con un guardo ogni fredd’alma ardea.

Costei d’alta virtù fiamma vivace, Lasciato il mondo immondo allegra gode Cittadina del Ciel tranquilla pace.

Ond’ora per l’Etruria altro non s’ode, Che dar lingue dogliose in bassi accenti Hora al volto, hora al crin dovuta lode.

Ahi mentre ne l’aprir gli occhi ridenti Questa d’alma beltà Fenice vera, Inamorava il cielo e gli Elementi.

Doglia pur troppo impetuosa, e fera Con violenza il bianco petto assalse, Che de i Dardi d’Amor segno sol era.

L’industria non giovò, l’arte non valse, Che vinto ogni rimedio in uno istante Con altrui duolo il rio dolor prevalse.

Tal ch’ella agonizando ed in sembiante Dirimirare il cielo essalò intanto Fra un angelico stuol l’anima amante.

Sò che brami sapere il nome tanto Famoso già de l’infelice, e bella, Che trasse altrui da gli occhi, un mar di pianto.

Sappi (ò mio Coridon) ch’è Florigella.

O’ sfortunata voce Che mi trappassi il core, e non m’ancidi. Qual funesto argumento Di Tragedia impensata hor mi dispieghi? O’ Florigella, ò vita, De la mia stanca vita; O’ Florigella, ò core

Del mio traffitto core. Tù sei morta, ed io vivo? E vivo ahi lasso, e spiro Sconsolato Fileno, e con qual alma, Se tù ch’estinta ghiaci, Di questo petto, ahi rimembranza amara, Eri l’amato cor, l’anima cara? Con qual fiato respiro Se quella rosea bocca De le dolcezze mie purpurea Conca, Con atto humile, e pio Spirò lo spirto mio? E pur de l’alma, e de lo spirto privo Il mio dolor fammi sentir ch’io vivo.

Elp. Consolati Fileno, Ne disturbar co ’l pianto La sua tranquillità, poscia che è gita Nel sen di Giove à più felice vita.

Fil. Non sospiro il suo ben, piango il mio danno. O’ per me sfortunato Giorno, ch’io ti lasciai Florigella mio core, Per non vederti mai. Almen, deh foss’io stato Spettator lagrimoso Di sì duro accidente, Che dal tuo amaro occaso Fora sorto il natal de la mia morte; E da quei chiari lumi Da un’eterna caligine velati, Havrian queste mie luci Forse appreso il serrarsi eternamente

A le vaghezze transitorie, e vane, Del Mondo lusinghiero; Almen potuto havessi Chiuder con man di ghiaccio Le porte orientali De i tuoi già spenti soli; Che nel horrore immenso Di cosi tetra notte Havrei perduto il giorno, Seguitando veloce, Per la medesma via Con la mesta alma mia, l’anima mia. Almen dati havess’io, Gli ultimi, e freddi baci A’ quelle vaghe labbra, Già fresche rose, hor pallide viole. Che per dolore estremo De le morte dolcezze, Anch’io spirato havrei Con un freddo sospiro In quella bocca amata L’anima tormentata. Ma poi che oime, disgiunse, Duro ò fiero destin l’afflitte salme, Morte congiunga l’alme; E’ quel che già ci tolse Perversità del Mondo, Eternamente ahi renda A’ l’alme innamorate Là ne i campi del riso, Benignità del Cielo. Dunque mori Filen, corri à la morte,

Che con quest’atto solo Apri il varco à le gioie, Chiudi il passo à le noie: Cosi vuol Florigella; Cosi chiede il tuo duolo; Cosi dichiara il Fato, Eccone la sentenza in questa carta; Che inaspettatamente Con invisibil mano T’appresentò la sorte; Carta, funebre carta, L’esca ben sarai tù con cui s’accenda Quel fuoco, ond’arder vuole Per memoria honorata Del ben nome di lei, cui morta honoro, Holocausto d’amore Ne l’altar del mio sen fido e costante Lo svenato desio del core amante.

Elp. Come parte, e mi lascia Senza pur dirmi à Dio; Infelice Filen, vuo seguitarlo Con frettoloso corso, Ch’un affannato cor non hà discorso.