Italian poem
Novella monarchia, giusto signore
by Simone Serdini (1360–1420)
Novella monarchia, giusto signore, Clemente padre insigne virtuoso, Per cui pace e riposo Spera trovar la dolce vedovella; Tu sai ben, signor mio, quanto dolore Ell’ha provato, po’ che ’l dolce sposo Inclito e glorïoso Vôlse nel ciel la sua beata stella. Ella rimase afflitta e tapinella Fra le galliche mani, Dilacerata del suo proprio sangue: Non era più il senato e’ buon Romani, Non Cato non Fabrizio non Metello, Non Cammillo o Marcello, Che per virtude fur pari alli dèi: Con lei rimase barbari e Caldei, E sotto il sacro manto un crudel angue. Ond’ella ancor si langue, E viene a te per tua santa mercede, Chè d’altri mai non ebbe amor nè fede. Signor, i’ dico d’una bella donna Colle più illustre membra e più verace; Che, s’ella avessi pace, Sotto del ciel non è simil bellezza. Coste’ fu sotto ’l ciel una colonna Di cui memoria eterna ancor si face, Che del sangue rapace Domò nel mondo ogni più fiera altezza; Coste’ fu madre d’ogni gentilezza Nel colmo della rota: Italia, donna di ciascun terreno. Ma, po’ che Costantin la dette in dota Alla scisma cristiana e tirannìa E quella simonìa Che guasta il divin culto; più che mai Ell’ha provati i dolorosi guai, Ch’a poco a poco ell’è venuta meno; Però che sanza freno Ciascuno è corso a stracciargli li panni; Chi con rapina, e chi l’ha colta a inganni. Non dico ancor del detestabil seme Nimico di quïete e caritade, Che dicon libertade E con più tirannìa han guasto il mondo. O giustizia di Dio, perchè non preme Tanta nequizia frodo e crudeltade, Che ne venga pietade A chi d’ogni lor mal è più giocondo? Costor con loro inganni han messo al fondo Già le cose di Dio, E conculcato quasi ogni vicino. Or è venuto il tempo, ora ’l destino Della santa giustizia a vendicarsi: Ora veggio svegliarsi Italia bella, e chiama a te vendetta. Tu ve’, Signor, che ciascheduno aspetta El tuo santo vessillo el tuo domìno; Ch’el sangue fiorentino Purghi ogni sua più venenosa scabbia, E noi siam franchi da cotanta rabbia. Tu vedi in ciel la fiammeggiante aurora, Le stelle tue propizie e rutilanti, E’ segni tutti quanti Ora disposti alla tua degna spada: Vedi Pallade Marte e Iuno ancora, Teco il braccio d’Alcide ed Atalanti: Vedi beati e santi, La terra e tutto, che t’aspetta e bada. Ricòrdati di Iulio in la contrada Di Rubicon, che disse — Et io ti seguirò, fortuna lieta. — Chi d’Alessandro mai tanto ne scrisse, Quanto fu più nel seguitar vittoria? Allor s’acquista gloria Quando il poter s’aggiugne alla stagione. Fiero Annibal; ma vinse Scipïone Per seguir sua vittoria e suo pianeta. Dunque non sia quïeta La tua virtù, mentre che ’l ciel la chiama; Chè ora è tempo di trïonfo e fama. Se la tua forza e la tua destra ardita La tua gran maestà e providenza Sèguita or sua potenza, Chi contra Cesar fia ma’ troppo ardito? Vedi fortuna quanto ora t’aita Con division altrui e differenza; Chè sanza vïolenza Vedi la gloria tua e ’l buon partito. O signor mio magnanimo e gradito, Queste spade leggiadre Rimettera’le sanza aver corona? Ecco qui Italia che ti chiama padre, Che per te spera omai di trïonfare, E di sè incoronare Le tue benigne e prezïose chiome. A te ne segue onore stato e nome; A noi contento e ben d’ogni persona, Che ma’ non ci abbandona. Fede e speranza della tua virtute Fia nostra pace ed ultima salute. Canzon, tu vai a tanta escelsitudine, Che più presuntuosa assai che degna... Ma quanto più t’ingegna Con umiltà piegarti a servitudine. Quando dinanzi a sua mansuetudine Tu sie a’ suo’ piè distesa, Pregal di questa impresa Per parte d’ogni vero Italïano; Principe di Milano, Di Virtù conte e di virtù dotato, Prudente giusto forte e temperato.