Italian poem
Pallida, stanca, e sotto il manto oscuro
by Sinibaldo Perugino (1340–1384)
Pallida, stanca, e sotto il manto oscuro Quasi tutta nascosa, Negli occhi lagrimosa, Venìa la sconsolata peregrina; E quando mi conobbe, un pianto duro Cominciò la dogliosa, Mostrando aver noiosa La vita che da lei non si declina. Poi che drizzò vêr me la faccia china, Mi disse — Omè! caro diletto mio, Insegnami, per Dio, Se sai, dov’è la vergin mia sorella. Chè, se ben vêi, son quella Che fra le quattro fui nel santo coro Chiamata per altrui non la men bella: Ed ora per la loro Invida voglia e mal condotto stile Son fatta fra le tre già la più vile. — Ond’io, ch’allor non men di lei mi dolsi Nel cuore e nella mente, Risposi — Omè dolente! Come ti veggio povera e mendica! Qual falso caso sì nuda ti colse! O misera sovente, Per qual mo’ di presente Fortuna fatta s’è di te nemica? La tua sorella vergine e pudìca Ecco che viene in compagnia d’Amore: Però cela il dolore Che porti in cor, per dare a lei men pena. Ond’ella ch’era piena D’amara doglia, sì come la vide, A rinnovar suo pianto prese lena: E l’altra per le stride, Che riconobbe alla turbata vista, Non men di questa allor si fece trista. — Qual è stato il terrore o mal di morte Che tolto t’ha la vita, Misera sbigottita? Qual nova maraviglia è questa? e quando Si annerò il manto che nel dosso porte? Chi t’ha così schernita, O germana smarrita? Dicea la bella donna lagrimando. Se’ tu fuggita? o ètti dato bando? Per ch’io ti veggio senza compagnìa. Ov’è la valorìa Dei nati tuoi e de’ piacenti servi? Non mi credeva avervi Ancor perduti, o cari miei diletti. ............ ......... ...— E l’altra con sospire Da mezzo il cor così cominciò a dire — Fuggita son dalla superba testa E dal rapace lupo, Che con malvagio strupo Fatto m’ha forza e tolto ogni mio bene: Levata m’ha dalla superna festa, E messa m’ha nel cupo. Però s’io mi desciupo Non ti maravigliar, somma mia spene. Rimasi non mi son polsi nè vene Con alcuna virtute o sentimento. E mo’ tiene in istento, Per maggior male, il mio templo sincero; E con aspetto fero Comanda e regge, sì come a lui piace, Iniquo crudo e con dilasso corso. Perch’io dall’altre non trovo soccorso. Ed è bisogno per ciascun riparo Pensar come son vani Mo’ gl’intelletti umani, Che son ei fuor d’ogni amoroso effetto Non san ben quant’è amor da tener caro, E che sempre mal vane Qualunque non rimane In quel piacer di questo dio suggetto. Ed io, sol per aver lui in dispetto, Fatta son serva del crudel tiranno, Che con sottile inganno Vien divorando il ben dell’universo. Dunque, per tal riverso, Amor è quel che ciascun ben difende Con bel costume e ragionevol verso. E però, se te incende Del caldo suo, tu puoi viver sicura; E, come or se’, sarai vestale e pura. — Ond’io attento alla dogliosa voce E ’l secreto parlare, Che nell’effetto appare, Dentro a me sento che ’l cor si conforta; E penso ancor, che donna, che mi nuoce In celarmi le avare Luci leggiadre e chiare, Per tal cagion ne potrebbe esser morta. Non si vuole ad amor serrar la porta, Che gli diletti del cor ci apre e chiude: Amor vuol veder gnude Le luci belle d’ogni atto crudele. Però, se per me vele Spesso i begli occhi con la bianca mano, Spero, donna gentil, come fedele D’amore e servo umano, Veder degli occhi tuoi giusta vendetta; Che forse per molti altri ancor s’aspetta.