Versos Italian Teresa Carniani Malvezzi Carniani Teresa

Italian poem

Malvezzi Carniani Teresa

by (1785–1859)

Listen in the reader

Zeffiretto gentil che qui t'aggiri E all'inquieta alma mia conforto sei, Tu che allevii pietoso i mali miei E una mesta dolcezza in cor mi spiri, Vola, deh vola a lui che i miei sospiri Cagiona sol, e ciò ch'io dir vorrei Di' flebilmente tu, ch'io non saprei Tanta eloquenza aver quant'ho martiri. Tu testimon de' miei dogliosi accenti, Digli come nel duol morta ho ragione, Di quale acuto stral trafitto ho il core. E digli come a' miei giorni dolenti Speme nessuna mai limite pone Sin che propizio a me nol guida amore.

Ve' come splende la falcata luna, E come è il ciel di vaghe stelle adorno! Or ben può dirsi il bel chiaror del giorno Vince la notte, tanti lumi aduna. Alme beate che a tanta fortuna Levate foste in quell'alto soggiorno Ove fulgete al vero sole intorno Nè può turbarvi mai tenebra alcuna! Deh perchè morte alfin meco pietosa Libera a me non fa la miser'alma Sì ch'io pur tanto ben goda a voi presso? Posa quindi sperar forse l'oppresso Mio cor potria, che qui null'altra calma Porta conforto a mia vita affannosa.

Cantate, o muse, i pregi Di lui che tanto onoro E pe' cui fatti egregi Felsina insuperbì. Da Clio le andate cose Apprese, e della vita Per l'onde tempestose Securo navigò. Èrato le soavi Rime d'amor gli diede, Onde de' cor le chiavi A voglia sua girò. Per le celesti ruote A lui fu guida Urania, A lui dell'alte note Il magistero aprì. Interrogò natura Ed ella obedïente Ogni cagione oscura Al Sofo suo scuoprì. Scuoprì come la terra Talor si scuote e trema, Come il fulmin s'atterra E rumoreggia il tuon. Come sprigiona e slega I venti il re de' nembi, Come i color dispiega L'ancella di Giunon. Ma da severi studi Talor le grazie tolgono. E a dilettosi ludi Guidan la dotta man. La man che a tesser muove Ed erbe e fiori e fronde, Sì delicate e nuove Che insulto al vero fan. E in compagnia di loro Ei siede alla dolce ombra D'un elce o d'un allôro Sul vario pinto suol. E meditando scopre In ogni selva o fonte Iddio di cui son opre E stelle e luna e sol. Spirto gentil pietoso, Volgi alla patria e mira, Che soccorso e riposo Invan da te sperò. Odi qual inno suona Di vedove e pupilli, Ve' come si corona La man che li salvò. Oh caro spirto, o santo D'ogni virtude albergo, Or come a te col canto Darò il dovuto onor! Alla conocchia, all'ago Me condannò natura, L'ingegno indarno è vago Del non caduco allôr.

No che alla mesta e dolce melodia Onde 'l Cigno di Sorga la beltate Canta, e 'l valor di Lei che in le beate Sedi levò, sua somma leggiadria,

Un cuor di tigre o d'orso non potria Frenare il pianto, e non sentir pietate, Ma seguitar suo volo in tarda etate? Ahi stolta presunzion, vana follía!

Tentar lo volle mio basso intelletto Ma il rimembrarlo, ahimè, sì m'addolora, Che me del troppo ardir spesso riprendo.

Nè mio voler, ma l'usanza seguendo Per istranee favelle errando ognora, Lungi men vo' dal tosco fonte eletto.

Io sentia dentro al cor già venir meno Il bel desío che a poetar m'invita, Se tu cui dièr le muse al piccol Reno Spirto gentile nol tenevi in vita;

Tu cui di patria caritade il seno Arde sì, che all'Italia oggi invilita Perchè non è chi di lei tolga il freno Spiri col canto la virtù smarrita.

Or io tentando a passo grave e lento Del sacro monte la difficil via Vommi, ma tremo, e il piè mancar mi sento.

Già grida il vulgo all'arditezza mia, Forse l'Olimpo ne farà lamento; Ma il biasmo è tuo, o tua la laude fia.

Ite mie rime al fortunato Olona Ove l'italo amore ha vôlto il piede; Vedrete lui che nuovo lustro diede Al plettro aonio che immortal risuona. Lui cui le sante muse fan corona, Mentr'erra col pensier per quella sede, Che fu già di Feronia, e l'ira vede Dell'empia Giuno che minaccia e tuona.

Ditegli come al suo partir qui muto È fatto il mondo, e sconsolato e mesfo Chi suo dolce parlar più non ascolta.

E se dal duol la voce non v'è tolta Ditegli flebilmente in tuon modesto, Ch'ei torni e faccia il desir mio compiuto.

Superba in sua beltà sorge la rosa, Narciso al rio si specchia e s'innamora, Langue la mammoletta vergognosa, Vagheggia Adon la Dea; giacinto implora.

Ma pago di sua candida e vezzosa Forma il ligustro, ogni altro discolora, Soletto e umil tra selve si riposa, E inculte siepi vagamente infiora.

Oh immagin di virtù, che tanto puoi In gentil cuore! a te sia mite il gelo, E ognor t'avvivi il sol co' raggi suoi.

Anzi risplendi nuova stella in cielo, E di te canti il vate, onde tra noi Più non s'invidia l'aurea cuna a Delo.