Italian poem
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Amor, tu vedi, e non hai duolo o sdegno, Ch’al giogo altrui madonna il collo inchina: Anzi ogni tua ragion da te si cede. Altri ha pur fatto, oimé, quasi rapina Del mio dolce tesoro; or qual può degno Premio agguagliar la mia costante fede?
Qual piú sperar ne lice ampia mercede De la tua ingiusta man, s’in un sol punto Hai le ricchezze tue diffuse e sparte? Anzi pur chiuse in parte Ove un sol gode ogni tuo ben congiunto. Ben folle è chi non parte Omai lunge da te, che tu non puoi Pascer se non di furto i servi tuoi. Ecco già dal tuo regno il piè rivolgo, Regno crudo e ’nfelice: ecco io già lasso Qui le ceneri sparte e ’l foco spento. Ma tu mi segui e mi raggiungi, ahi lasso!; Mentre del mal sofferto in van mi dolgo, Ch’ogni corso al tuo volo è pigro e lento. Già via piú calde in sen le fiamme i’ sento E via piú gravi a’ piè lacci e ritegni; E come a servo fuggitivo e ’ngrato, Qui, sotto al manco lato, D’ardenti note il cor m’imprimi e ’l segni Del nome a forza amato; E perch’arroge al duol ch’è in me sí forte Formi al pensier ciò che piú noia apporte.
Ch’io scorgo in riva al Po Letizia e Pace Scherzar con Imeneo, che ’n dolce suono Chiama la turba a’ suoi diletti intesa. Liete danze vegg’io, che per me sono Funebri pompe, ed una istessa face Ne l’altrui nozze e nel mio rogo accesa; E, come Aurora in oriente ascesa, Donna apparir, che vergognosa in atto I rai de’ suoi begli occhi a sé raccoglia, E ch’altri un bacio toglia Pegno gentil del suo bel viso intatto, E i primi fior ne coglia, Que’ che già cinti d’amorose spine Crebber vermigli infra le molli brine. Tu ch’a que’ fiori, Amor, d’intorno voli Qual ape industre e ’n lor ti pasci e cibi E ne sei cosí vago e cosí parco, Deh, come puoi soffrir ch’altri delibi Umor sí dolce e ’l caro mèl t’involi? Non hai tu da ferir saette ed arco? Ben fosti pronto in saettarmi al varco
Allor che per vaghezza incauto venni Là ’ve spirar tra le purpuree rose Sentii l’aure amorose; E ben piaghe da te gravi io sostenni, Ch’aperte e sanguinose Ancor dimostro a chi le stagni e chiuda; Ma trovo chi l’inaspra ognor piú cruda. Lasso! il pensier ciò che dispiace e duole A l’alma inferma or di ritrar fa prova E piú s’interna in tante acerbe pene. Ecco la bella donna, in cui sol trova Sostegno il core, or, come vite suole Che per sé stessa caggia, altrui s’attiene: Qual edera negletta or la mia spene Giacer vedrassi, s’egli pur non lice Che s’appoggi a colei ch’un tronco abbraccia. Ma tu, ne le cui braccia Cresce vite sí bella, arbor felice, Poggia pur, né ti spiaccia Ch’augel canoro intorno a’ vostri rami, L’ombra sol goda e piú non speri o brami.
Né la mia donna, perché scaldi il petto Di nuovo amore, il nodo antico sprezzi, Che di vedermi al cor già non rincrebbe: Od essa che l’avvinse essa lo spezzi; Però ch’omai disciorlo, in guisa è stretto, Né la man stessa che l’ordío potrebbe. E se pur, come volle, occulto crebbe Il suo bel nome entro i miei versi accolto Quasi in fertil terreno arbor gentile, Or seguirò mio stile, Se non disdegna esser cantato e cólto Da la mia penna umíle; E d’Apollo ogni dono in me fia sparso S’Amor de le sue grazie a me fu scarso. Canzon, sí l’alma è ne’ tormenti avvezza, Che, se ciò si concede, ella confida Paga restar ne le miserie estreme. Ma se di questa speme
Avvien che ’l debil filo alcun recida, Deh, tronchi un colpo insieme, Ch’io ’l bramo e ’l chiedo, al viver mio lo stame E l’amoroso mio duro legame.