Versos Italian Ubertino Landi Il Museo della Morte

Italian poem

Il Museo della Morte

by (1687–1760)

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Sorgea già l’Alba e asperso Di grave umido nembo, Io mi giacea sommerso A dolce sonno in grembo, Quando cinta di larve Donna orribil m’apparve. A lo squallor mortale A gli atti, a l’armi, a l’ale La conobbi, e gridai: Ahimè che sarà mai? Chi fia che mi conforte? Questa, questa è la Morte. Ella in me il guardo affisse, Indi afferrommi e disse: O là segui i miei passi, E giù per tetri e bassi Sentieri il cammin torse. Io la seguo d’appresso, Qual uom, che di sè in forse Sembra fuor di se stesso. In quel cupo viaggio Mai non apparve un raggio Di chiara amica luce: Se non che ad ora ad ora Da quegli orrori fuora Sulfureo lampo uscia Più a funestar la via. Dopo cammin sì cieco Giunti dove ampio speco Un doppio ordine intorno D’archi e colonne avea; A me volta la rea Fronte gridò colei: Ne la mia Reggia or sei. Giro intorno lo sguardo; Quant’io rimiro, il tutto Spira terrore e lutto Pallido lume e tardo, Che balena da lunge, Non toglie no, ma aggiunge, Non scema ivi, ma accresce A l’ombre il fosco, ed esce Da quel tetro fulgore Più che conforto, orrore. Quando a me d’improvviso S’offre più fiero oggetto: Veggio funesto ed atro Tosto aprirsi un Teatro; Fiera scena ravviso. Lasso! a l’orrendo aspetto Quanto mal mi sostenni! Non so dir qual divenni Ne gli atti, e nel sembiante Tutto di stragi, ohimè! lordo e fumante. Di sangue è il trono, ove la rea si affide: A lui d’intorno appese stanno, oh quante In trofei raggruppate arme omicide. L’alato veglio al nero foglio innante Con polve entro un cristal l’ore divide: Qua rotti scettri, e là corone infrante Stanno a’ suoi piedi. Ei tutto guarda e ride. L’occhiura Dea sopra cent’urne e cento Oppressa siede di mort’al cordoglio, Or, più ch’applausi, atta a svegliar spavento Appiè di questo inesorabil soglio Venga il mortale, e a insuperbire intento Serbi se puole, il folle umano orgoglio. Non paventare; io voglio, Quell’empia a dir riprese, Che tu veggia di queste Cose ancor più funeste Tutte tune mie imprese, Vedi quest’urne tutte, Cui denso fumo involve? Ivi il cener si serra De le città distrutte Sì chiare in pace e in guerra; Là dentro è poca polve Troja, Tebe, Micene, Sparta, Cartago, Atene, Mira a destra que’ marmi: Colà chiuso sen giace Ettore, Ulisse, Achille, Enea, Paride, Ajace, E ben mill’altri è mille Su l’Eufrate, e sul Tebro Sì gloriosi in armi. A lor giacciono a canto Pantasilea, Camilla, Angelica, Clorinda, Climene, Erminia, Olinda, E ben cent’altre Donne Più assai, che fra le gonne Fra l’armi illustri tanto. Quetta tomba è di voi, Armoniosi Eroi; Di voi, di voi, Poeti, Che con destrieri alati Ite sovra i pianeti A ragionar co i Fati; Di voi, Poeti, a cui Nume s’aggira in mente, E in cor spirto possente A tor da morte altrui. Di voi, a cui la bella Eternitade è ancella. In questo posar deve Chi vive in Pindo, e in questa (Ahi novella funesta!) Te pur aspetta in breve. Quest’altra ella è di tanti Sì forsennati amanti, Che su gli altar di Gnido Invan spargendo voti Vittime e Sacerdoti Si svenano a Cupido; Quell’avello sì vasto, Quello con egual fasto E da i Troni, e da i solchi Regi accoglie e bifolchi. Quello... ma a che mostrarte Mai tutti ad uno ad uno I trofei, che qui aduno? In più remota parte Vieni, e da un solo impara Il valor di mia possa. In così dir pensosa, Nè più, qual pria fastosa, Chi ’l crederia? spargea Qualche lacrima amara. Era, o d’esser parea Da duol, da pietà mossa; Forse bramava ancora Vane rendere allora Le sue gran prove estreme. Terror spirando, e maestade insieme S’innalza un’urna, e in lungo vel si chiude. La bionda età sopra vi piange, e geme Da questo lato Amor, da quel Virtude. Quinci Beltà, che di splendore ignude Mira sue glorie, e nuovi danni teme; Quindi il gran Po, ch’alto squallor le crude Doglie palesa, che nel core ei preme. La Morte anch’essa in mezzo a lor v’è scolta. E co la destra, onde cittadi ha dome, Regge immagin di Donna al ciel rivolta. Co l’altra poi l’urna additando, oh come, Par che dica, gran Donna è qui sepolta, Ma umil non osa di ridirne il nome. Al sembiante, a le chiome Io ravvisai l’immago: Ella dissi, è di Lei, Che col volo sì vago Per le vie de gli Dei Giù venne a empier di sagge Belle glorie gioconde Ambe l’Esperie piagge, Ambe del Po le sponde. Di lei nata d’un sangue, Che co l’età non langue Per cento Itali Eroi Chiaro, e per cento Iberi, Noti a i Mauri, e a gli Eoi Pe’ loro fregi alteri. Sublime eccelsa Donna Ristretta in mortal gonna, Racchiusa in fragil chiostro Di virtù, di beltade, Di valor, d’onestade E centro, e Reggia, e Tempio; Onor del secol nostro, E del futuro esempio. Illustre Donna eletta, Che da Imeneo fu stretta A saggio almo consorte, Almo, e saggio, poc’anzi Sì ne l’augusta corte, Ove al gran soglio innanzi Per lui tant’alto ascese La maestà Farnese: Figlio a l’Eroe, che a stuolo I più sublimi e gravi Pregi de’ suoi grand’Avi Vanta tutti in se solo. Germano a Lui, ch’or regge In forma alma e divina Sul Taro inclito Gregge: Ma cui la Fè destina Nel gran regno di Piero Un più sublime impero. Deh! perch’ei mai non tolle In man l’aurata cetra? Deh! perchè mai non sciolse Il suo bel canto a l’Etra? Forse il colpo sì reo.... Ei più felice Orfeo Forse pria, ch’ella fosse.... Ah che la Morte... o Dio! Qui un gran sospir m’uscio, Che dal sonno mi scosse; Io gli occhi apersi e vidi Tutto già adulto il giorno Indorar d’ogn’intorno Valli, Montagne, e Lidi.