Italian poem
Epistola
by Andrea Maffei (1798–1885)
Perchè in nitide forme alfin prorompa Dai ferrei torchj, e terra e ciel non tema Questo del mio pensier figlio diletto, E del cerulo tuo Garda alla riva Cercare osi di te, ben che presente La memoria gli sia del tuo divieto, Temer degg’io che d’ostinato ingegno E d’anima superba or tu mi accusi? Prima ascolta gli augurj. A te, canuto Venerabile capo, a cui sì schietta, Sì tranquilla di carmi onda largheggia Con frequenza d’amor l’itala musa, A te rosea salute e giorni molti Serbi Natura, che propizia ride Sempre a colui che non l’offende o abusa: Così che di tua gloria il vivo lume. Di cui tanto decoro a Italia viene, Veda ancor lungamente e rossor n’abbia Questa età che da’ grandi avi traligna. Di recondite gemme altri monili Avrà l’arte natia, di peregrine Piante il patrio giardin nuovo tesoro, La tua fronte onorata altre corone.
Or come giunsi a discacciar dal petto La cieca Fede, inesorabil maga Che a noi la terra e noi toglie a noi stessi, E con che studio ad acquistar pervenni Quest’ardua fede del non creder nulla, A te che al fine ingegno anima hai pari Prima dirò, se mai l’orecchio, esperto Di musiche sovrane, a’ miei pedestri Modi inchinar per breve ora non sdegni. Alto e illustre io non vanto ordine d’avi, Nè piovuti dal sen della fortuna Sovra la culla mia censi e ricchezze. E, se togli un umìl tetto campestre, Picciol peso alla terra, e ad esso in giro Di contro a Mongibel due brevi aiuole, Caro asil de’ miei sogni ed ara insieme Ove talor sagrifico alle muse, Pietra non guarda il Sol ch’abbia il mio nome, Tranne quell’una che le sante acchiude Ossa del padre mio, padre infelice, Che tanti da mia vita egra ed incerta Ebbe affanni e fatiche, e allor che gli occhi Men sinistri a’ miei dì volgea la sorte, Ei gli amati occhi suoi chiuse alla luce. Trasmutabile io nacqui. E se il materno Studio nel puerile animo il germe Della trepida fede e la paura Di fantastici regni unqua m’infuse, (Così stato non fosse!), orridi intorno Mirai per la notturna aere vaganti Spettri e vive ombre e mostri; ed or su su Dalle mute pareti alto levavansi Illuminati dal funereo guizzo De la pallida lampa, ora gli stinchi Scricchiolanti menavano alla danza,
Or con gravi sembianti assisi in giro Vedeali intenti a squadernar volumi, O con occhi di fiamma ed irti il mento
Or con gravi sembianti assisi in giro Vedeali intenti a squadernar volumi, O con occhi di fiamma ed irti il mento....
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Giù giù dal capezzal sovra il mio capo Spenzolarsi così che su la fronte Gelida ne sentía l’alito impuro. Raggricciato, anelante, senza voce Sospirava io la tarda alba; ed allora, Che all’incerto spiraglio essa apparía, Ben che del mio terror vergogna avessi, Movea tremante alla contigua pieve Co’l cor gonfio di preci e di paure. E là fra il suon dei lenti organi e il fumo Vaporato dall’are, al graveolente Vulgo confuso che muggía preghiere, Vulgo non men, belai preghiere anch’io. O Arcadia della vita, o secol d’oro, Altri esclami a sua posta; io tristamente Penso a quei giorni in tanto error perduti, E di questi mi lodo, or che tranquillo Signor son de’ miei sensi; e ad altri il vanto Della mia libertà certo non devo Che a me stesso, e ne godo. E qual potea L’audace animo mio trovar conforto Da deboletti simulacri e larve Che son fuor della vita e fuor del vero? Altri con pervicace animo creda Per costume perverso, e al vecchio rito, Come polipo a scoglio, si aggavigni; Altri, ignaro fanciul, trepido ondeggi Per l’ampia dell’error notte funesta, E, perchè men dell’ombre abbia paura, Beli inni a Dio; la stupida cervice, Per ritrosia di dubbj e di conflitti, Questi inchini alla croce, e l’adiposo
Pensier, che del buon Dio fa comodino, Crogioli nel calduccio; un con ambigua Mente, isterico eroe, pèncoli incerto Fra terra e cielo; altri con senno astuto, Del nome di Gesù fatta camuffa, Traffichi l’alma, e colga al laccio i merli. Io, quando alcun dalle vegliate carte Al costante pensier raggio mi venne, Tanta ebbi dell’error vergogna ed ira, Che al core e alla ragion la pugna indissi. Chi tal pugna dirà? Dentro ai gelosi Penetrali del cor caddero assai Colpite ostie d’affetti, assai ridente Popol d’inganni! E fur vigilie ed arse Febbri di dubbio e sacrificj e affanni A tutti oscuri, a te noti soltanto, Provvido Amor, che nell’infermo petto Le più pure versavi onde di luce. E tu la stanca giovinezza e i giorni Vedovi di speranze e di salute M’incuoravi, cantando alte parole: E tu alle case mie povere e meste Conducevi per man la musa intatta. Per che tutto d’intorno era un concento Di fragranze e di raggi, e insiem coi baci Facili nel mio cor fioríano i carmi. Così, mentre nel sen con lento affanno M’agitava le scarse ali la vita, E l’alba del domani erami incerta, Io la vita immortale e i luminosi Primi trionfi del pensier dicea Securamente, e al giovinetto ingegno Largo Italia donò plauso non vile. Nè m’obliai però; che tal mi diede La benigna Natura indole e ingegno,
Che poco il biasmo e men la lode apprezzo. Buon nocchiero non è chi vinto il primo Con agevole prua furor di flutti, Su la piana si addorme onda fallace; Ma chi ’l vigil tendendo occhio all’estremo Lembo dell’orizzonte, e tutto inteso A sfuggir sirti, a domar nembi e mostri, Verso un lido lontan naviga, e canta. Uom che vinto da lode o da paura Non reca a fin la ben librata, impresa. Simile è a pellegrin, che altero mova Al sidereo dell’Etna ampio cratere, E, i primi gioghi superati a pena, Pavido a’ reboanti echi si arresta; O più simile a tal, che di merlata Ròcca, asil di leggende auree e di gufi, Deliberando la rovina estrema, Con cor superbo e con gagliarda destra Pria di cuneo l’offende e di martello, Poi, mutando consiglio, o pago, o stanco, Volge al crollar de’ primi sassi il tergo. Ond’io, poi ch’ebbi del discreto ingegno Contro all’arca di Pier vòlta la punta, E nova al cor dai trionfati errori E dall’acre pensier lena mi venne, Del rovinato altar fatto gradino, Con Lucifero insorgo, e le serrate Falangi de’ miei carmi al cielo avvento. Ben tu con dolce ammonimento scrivi: “ De’ primi canti tuoi sublime è l’ira: L’orrenda idra flagelli, a cui son covo Del Vatican l’aule dorate, e quinci Sibila all’aere e le nostr’alme infesta; Ma che demone avverso or ti travolge Dal lodato concetto, e contro Dio,
Contr’esso Dio, che d’ogni vita è fonte, Qual sacrilego stral, vibri il tuo verso? Che fier talento è il tuo? Qual dall’audace Grido ribellator premio ti aspetti? Tale ha il demonio tuo luce sinistra, Che quante sono in terra alme gentili Porteranno agli offesi occhi le palme. Derelitto vivrai: dall’empia scuola Lungi i padri terran le tenerelle Menti dei figli, e i pochi audaci e fidi Tuonar con dubitoso animo udranno Dalla cattedra tua gli empj precetti. Non riderà su l’infrequente soglia Di tue rigide case un volto amico; Spiegherà il vol dall’interdette mura La domestica pace; e sposa e prole Chiameran sul tuo cor, fatto sepolcro, Tardo e inutile nume, il pentimento. „ Sacro petto paterno! E a te si vesta Di primavera il ciel, la terra, il flutto; E Amor, che tante al vecchierel di Teo Con man fida intrecciò rose ed allori (Ch’or d’elette fragranze itale aspersi Alla canizie tua lieto concede), Deh! Amor sempre a te rida, e vengan seco Vereconde le Grazie. Onde d’intorno Danzar sino all’estrema ora tu veda Ninfe ingenue e pastori, e pei gelosi Antri e le sussurranti ombre la voce Degli elvetici flauti oda al merigge, Come il dì, che de’ tuoi canti fu il primo, Quando su la più mite ala di zefiro D’Untervaldo selvoso, ove novello Le sicelidi muse avean governo, Di lieti accordi e di tranquilli amori
Una viva e canora eco ti venne. O ammirabili prove! Alla tua bionda Testa appena ridean sedici aprili, E degno eri di lui, che il passo infermo Pei sacri di Feronia orti movea, Mentre ed essa la musa un giovenile Spirto di carmi gl’infondea nel petto. Or ei vive immortal, divo parente Di solenni armonie, nè val che il dardo Dell’arguto giudicio a lui saetti Con boria saccentuzza il secol folle. Verde così, men disputato alloro A te Italia consenta; a noi, che in petto Sentiam le fiamme del natio vulcano, Ed in esili membra una ribelle Virtù che contro al ciel, contro a noi stessi Per gran sete del ver sempre ne caccia, A noi, che pace non sappiam, ferrati Giorni il caso apparecchi e ingloriose Pugne l’età. Velar dovrei di oblique Frasi e di occhiuti accorgimenti i vivi Che mi sgorgan dal cor liberi sensi? Mentire agli altri e a me l’anima schietta? Tal sia di lor, cui mira unica e vanto È l’aver la fortuna ognor seconda, Schermidori da trivio, a cui visiera È la pietà, spada l’astuzia e usbergo; Non di me, che tal sozza arte dispregio, E tal son qual mi mostro: a’ sensi il detto, L’opra al pensier, l’alma alla fronte uguale. Troppo, il credi, gl’imbelli èfebi udîro Pe’ frequenti ginnasj alte parole Di mentite virtù. Tal, che il plebeo Sarcasmo dardeggiò contro gli altari, Poi tra cherci strisciò servo e mezzano;
Terger altri fu visto a collo torto Nella sacra piletta il dito infame Che il caldo ancor sentía lezzo di Cipri; Quando un altro, a ingoiar Cristo in pasticca, Spalancò le malediche mascelle, Sì prodi or ora a vomitar blasfemi. Qual mai stirpe di prodi Italia aspetta Dall’ipocrito esempio? Una tu vedi D’inverniciati amasj ibrida greggia, Che nulla sa nè può, tranne il sogghigno, Virtù sola d’imbelli. Inutil peso Di soffici divani, entro l’astuccio Dell’azzimato vestitin di gala Custodisce l’esosa anima; ingombra Di sua gran vanità piazze e teatri, Poltre, morde, sbadiglia; e poi che nulla Vede fuor di sè stessa e tutto ignora, A illuder gli altri a sè, tutto disprezza. Forse ai suoi faticosi ozj sorride Con le rose sul crin, con l’ale al tergo, Fra salute ed amor, l’aureo piacere? Fugge abusato ei pur da le dispette Sale e dal cor di questa frolla, imberbe Progenie di canuti, a cui la noia, Quando ancora è mattin, canta la ninna. Così da sensi e da precetti obliqui Per cui fuor della vita abita il vero. Per cui donna non già viva e terrena, Ma vuota larva imbellettata è l’arte, Così nei giovanili animi cresce Stolida indifferenza, orrida tabe Che s’insinua nel sangue, e vi consuma D’ogni bello e gagliardo impeto il germe; Così, d’un falso ben fatto guanciale, Dell’indagin severa uopo non senti;
Da imprese ardue rifuggi; e a chi ti dica: L’uomo trionfa, i vecchi Dii sen vanno, O fai spallucce, o inorridisci, o ridi. Cessi, oh, cessi tal peste! Uomini vuole, Non miníate femminette imbelli, La nuova età, gagliardi uomini, a cui Dal temprato intelletto al cor discorra Siccome aura vital l’aura del vero. Aspra selva è la vita. Ecco a te innanzi Cento sentier, mille viuzze: eleggi La più dritta, se puoi; con misurato Passo procedi, e non per furia troppa Sprecar le forze, non posar per voglia, Non per paura indietreggiar: combatti; Grande se tocchi il fin, prode se muori: Ecco la tua virtù; l’altro è del caso. A sì nobile ufficio alfin provveda L’itala scuola, asil finora e chiostro Di scrofolosi itterici intelletti Brancicanti pe’l vano ètere in traccia D’idoli eterni e d’assoluti veri; Campo quindi e palestra, ove ai più fermi L’umana verità tutta si assenta, Non delicato, afrodisiaco intingolo Di tisicuzza damigella isterica, Ma di leon midolla, onde si pasce Chi ha nel petto capace alma di Achille. Tale è de’ canti miei l’unico segno, Tale il fin di mia vita. E questa fede Che nulla è dio, che la natura è tutto, Che il ciel nostro è la terra e cibo il vero, Non da folli ardimenti o ambiziosi Sogni mi nacque, anzi fra dubbj e pianti, Per lunga via, con moderato esame, Con assiduo pensier crebbemi in guisa
Che mia fibra or s’è fatta e sangue e mente. Nè creder già che doloroso io viva, Poi che di tutta illusíon fallace Dopo lungo pugnar strappai la benda; Nè con rigido dente e con veleno L’empio rimorso offenderà il mio petto, Già che dolce mi fia mirar l’abisso, Da cui con tempestiva ala mi tolsi; E folle no, ma saggia cosa io penso Sviar la mente da perversi oggetti, E disfar opra che il pensier condanna. Nè leggera, nè fiacca indole al certo, Ma cor gagliardo ha chi sè stesso emenda. Chi dura nell’error mente ha proterva; Vile o stolto è colui che muta in peggio. Chè, se per molta età, fra inesorata Stirpe di mali e immedicati affanni Trascinare io dovrò l’ultima vita, O Natura benigna, odi un mio prego: A te non grazia di potenti io chiedo, Non lauta sorte, o popolar favore, Nè di canto immortal vena perenne: Con le palme supine altro t’imploro, E tu, diva, m’ascolta, ove alcun senso Di noi ti muova, ed al tuo vario trono D’una prece mortale il suono arrivi. Deh! concedimi, o dea, che sempre vivo, Come raggio costante a pellegrino, Dentro all’anima mia splenda il pensiere, Virtù sola e ricchezza, onde si scerne Veracemente da ferin costume Nostra vita mortal; dammi che l’ira, Breve furor che gl’intelletti acceca, Non mi travolga mai, sì che sdegnoso Fuor del dritto sentier corra e trasmodi;
Dammi che dal cor mio lungi deliri La molteplice insania, ispida erine, Ch’or trascorre furente, ora si asside Nell’umano cervello, e le secrete Celle con fiero martellar ne introna. Deh! se questo mi assenti, ed è tuo nume Che da’ cheti occhi miei fugga l’infido Stuolo de le speranze e degli amici, Pur sereno io vivrò: tante e sì nuove Giostre alle morbidette alme prepara L’aurea figlia dell’onde e quel di Maja, Tanto il buon Vanchetone apre alle proli Tesor di catechismi ampio e di stupri, Che inver folle sarei, se tutte intente Pretendessi al mio dir l’itale orecchie. M’udran sì, quando sia che al geniale Talamo un qualche frutto amor conceda, Sì mi udranno i miei figli. A lor non molli Danze e celeri cocchi e compro riso Di sirene e di schiavi adempiranno I pigri e vanitosi ozj, che sempre S’impaluda nel sen vacuo la vita A chi in delizie e di delizie stanco Con l’ala del lavor non sferza il tempo. Nume a loro sarà l’unico nume Degli onesti, il dover; la ragion fede, Vessil la libertà, patria la terra, La coscienza del ben premio e salute. Io tranquillo fra lor, sin che mi regga Mente alcuna del ver l’anima intera, All’Etna, al cielo ed alla morte in vista, D’Empedocle dirò l’inclita fine; E se, indegna di me, fia che mi volga La sposa infida e la rea prole il tergo, Solo starò, come solingo sasso,
A cui rigido bora e il ciel maligno Nullo consente onor d’erbe e di rami: Si dilungan da lui greggi e pastori, Passan lungi gli augelli; egli co’ nembi Pugna indefesso, infin che una nemica Forza lo schianti, o il suol natio lo inghiotta.